Musica e Cinema: due corpi, una sola anima (Intervista a Stefano Lentini)

Immagine presa da internet

Colonna sonora La parte audio di un film, composta da parola (dialogo), rumori (effetti sonori), musica e ottenuta tramite impressione di segnali luminosi su un lato della pellicola cinematografica che, letti da un apposito apparato del proiettore, si trasformano in suoni”.

Questa è la definizione di “colonna sonora” secondo l’enciclopedia Treccani, che continua così: “Nel 1909 la casa cinematografica “Edison” pubblicò un catalogo intitolato “Suggestion for music”, in cui a ciascun tipo di azione o emozione era associata una o più melodie del repertorio classico“. Dunque, all’azione recitativa erano associate emozioni enfatizzate dalla musica. La musica e la recitazione sono sempre andate a braccetto, il cinema senza musica sarebbe incompleto. Sì, è vero, gli attori fanno un lavoro emotivo straordinario. A proposito di ciò, mi viene in mente una frase che scrisse Giacomo Giorgio, un attore emergente, su Instagram: “In scena non dimenticare mai il cuore. Cercalo in ogni parola. In ogni gesto e in ogni angolo di spazio”. Quindi, è ovvio che un attore, un vero attore, riesca a far emozionare da sé; ma proviamo a pensare ad un film senza musica. Sarebbe come un piatto di pasta buonissimo ma scondito, come un cielo pieno di stelle senza luna. E io non credo che ci sia qualcuno che si accontenti di un piatto di pasta “sciapa” (ovvero scondita) se ha la possibilità di scegliere una “pasta e vongole”, un'”amatriciana” o una “carbonara”, come anche credo che nessuno sceglierebbe un cielo senza luna perché “tanto ci sono le stelle che lo abbelliscono”. Non si tratta di scegliere tra musica e recitazione, semplicemente perché non si può, è un amalgama, è come un legame tra gli elettroni di un metallo che lo rendono duttile, malleabile ma allo stesso tempo compatto.

Probabilmente a questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri questo discorso con il mio blog: ve lo spiego subito. Se amate le serie TV italiane, penso che abbiate visto almeno una volta “Braccialetti Rossi”, “La Porta Rossa” e “Mare Fuori”, tanto per citarne alcune. Le colonne sonore di queste serie televisive sono state create da Stefano Lentini, musicista e compositore che stimo tantissimo e con cui ho avuto la fortuna di chiacchierare (seppur dietro ad uno schermo). Oggi la nostra chiacchierata diventa vostra. Buona lettura!

Stefano Lentini

Ciao Stefano! Benvenuto su “La Musica di Adry”! Inizio questa chiacchierata chiedendoti quando hai scoperto la tua passione per la musica.

Ciao! Allora, ho pensato che la musica fosse importante tante volte: a dodici anni, quando ho avuto voglia di imparare a suonare, ma anche a quindici quando stavo chiuso in camera pomeriggi interi a registrare, ma anche a venti, quando mi organizzavo la giornata per avere tempo libero per suonare. Tanti piccoli spartiacque che si susseguono. Uno importante è stato mentre preparavo l’esame per un dottorato in storia della musica, stavo leggendo un libro di Massimo Mila in cui si parlava di Schubert, pensai: è bella la storia della musica… ma io non voglio studiare la musica, voglio farla.

Il tuo nome rimanda alla composizione di colonne sonore per cinema e televisione. Ma vorrei iniziare dagli albori: negli anni ’90 hai collaborato come chitarrista con la cantante Laura Polimeno. Hai cantato nel coro della Basilica di Santa Maria degli Angeli di Roma, dove hai scritto la tua prima opera e hai avuto l’onore di conoscere il chitarrista folk inglese John Renbourn, che ha influenzato molto il tuo stile musicale. Insomma, la chitarra è sempre stata una costante nella tua vita, un po’ il filo conduttore delle tue prime esperienze nel mondo della musica. Cosa ha rappresentato questo strumento per te?

La chitarra, e in particolare quella folk, è stata tutto per me. Nei miei primi dieci anni di musica è stato il mio strumento guida, un tempio dove cercare ogni cosa, sfumature, dinamiche, espressività, generi. John Renbourn mi ha illuminato sotto tanti aspetti, tecnici, artistici ma anche umani. Era un musicista fedele alla sua natura, onesto, uno dei pochi che non è caduto nel vortice degli “album da star”, quei dischi che non sanno di niente, che non dicono nulla, che credo sia il pericolo di tutti i musicisti che raggiungono il successo, tranne ovviamente De André.

Oltre al folk, ci sono stati altri generi musicali che hanno segnato la tua formazione musicale?

Ho suonato molto heavy metal da ragazzo, ho studiato il flauto traverso e un pò di musica barocca, il liuto rinascimentale, mi sono appassionato al klezmer e a tanta musica etnica, mi sono innamorato della swing era, dei pianoforti di Chopin e della musica classica, soprattutto quella in tonalità minore. Il prog poi mi ha catapultato altrove: la scoperta dei tempi dispari, la dissonanza come evento armonico, il contrasto tra melodia e ritmo.

Successivamente ti sei laureato in Antropologia culturale e hai studiato Etnomusicologia presso la School of Oriental and African Studies di Londra. In che modo questi studi hanno influenzato sulla composizione delle tue opere?

L’antropologia è una disciplina incredibile, dovrebbe essere insegnata nelle scuole al posto delle poesie a memoria e dei nomi dei fiumi. E’ la scienza paradossale dell’uomo, di tutti gli uomini, una scienza che ti insegna che non può esistere una scienza dell’uomo, ma solo una poesia degli uomini. Per capire l’uomo devi essere creativo, elastico, aperto, curioso. Tutte attitudini che fanno parte dei nostri valori di civiltà, dei diritti che abbiamo imparato a riconoscere nei secoli. Quindi mi hanno influenzato eccome, mi hanno insegnato che non esistono regole, se non quelle che senti dentro. Ma per sentire dentro devi lavorare su te stesso, quindi mi ha insegnato a capirmi di più.

Passiamo alla tua carriera da compositore di colonne sonore cinematografiche. Diverse sono state le tue collaborazioni: da “Smart” di Leonardo D’Agostini nel 2005 a “Bakhita” di Giacomo Campiotti nel 2009, fino alle tre stagioni di “Braccialetti rossi” (2014-2016), le due di “La porta rossa” (2017 e 2019), “Gli orologi del diavolo” e “Mare fuori”, entrambe del 2020.

Che emozioni provi ogni volta che trovi davanti ai tuoi occhi lo script di un film o una fiction?

Una grande curiosità, è un viaggio che inizia e di cui non conosco la destinazione. Cerco di rimanere aperto ad ogni suggestione. Ma non basta la sceneggiatura, mi serve parlare con il regista perché la messa in scena e le motivazioni sotterranee sono tutto.

Per quest’intervista ho chiesto sui social di aiutarmi a scrivere delle ipotetiche domande. Una riguardante la colonna sonora di “La porta rossa” mi ha colpito particolarmente (in realtà, questa domanda può essere estesa a tutte le produzioni cinematografiche): la colonna sonora è stata influenzata dal montaggio cinematografico o viceversa?

Sicuramente la seconda stagione ha trovato delle musiche già confezionate e certo in alcuni casi hanno funzionato da griglia temporale. Altrove è successo il contrario e ho adattato il mio tempo su quello della narrazione. Ma in genere il montaggio delle musiche è un’operazione molto raffinata e adattiva e possiamo fare tutto. Possiamo allungare, accorciare, sintetizzare, mutare, aggiungere. Il sync non è più un problema. Il problema da non sottovalutare mai invece è la sintonia suono-immagine, la relazione segreta tra quello che vedi e quello che senti.

L’attore Massimiliano Caiazzo, alias Carmine di Salvo, in “Mare Fuori”

Passiamo a “Mare fuori”, la serie (devo essere sincera) che più di tutte ha lasciato un’impronta sul mio cuore. Un capolavoro che mi ha fatto ringraziare la vita per avermi dato la fortuna di nascere in un contesto familiare sano e presente (quando sei adolescente molto spesso non pensi alle conseguenze delle tue azioni, quindi avere a fianco la famiglia ti permette di “ritornare in carreggiata”). Una fiction che è più di una fiction bella e basta. Una serie che mi ha fatto riflettere sul mio carattere e su quelle inutili paranoie che da anni mi porto dietro. Perché sì, spesso i consigli non bastano; magari c’è bisogno anche dell’aiuto dell’arte per fissare certi insegnamenti e provare a metterli in atto nella vita di tutti i giorni. Perdonami se mi sto dilungando, ma ci tengo a mettere per iscritto le emozioni che ho provato. Prima di farti la domanda specifica, vorrei precisare che il personaggio che più di tutti mi ha dato uno schiaffo e mi ha fatto “svegliare”, aprire gli occhi, è stato quello di Carmine. Mi sono sentita piccolissima in confronto ad una persona del genere che, nonostante l’ambiente familiare e sociale in cui vive, riesce a vedere oltre e a credere nel suo sogno, è un carro armato che non si ferma davanti alle difficoltà ma che prova in tutti i modi a ribellarsi per diventare una persona migliore. È stato un personaggio di una fiction a farmi ricordare tutto ciò che negli anni le persone mi ripetevano (e mi ripetono) in continuazione: essere più sicuri di sé stessi, farsi meno paranoie e credere nei propri sogni, perché io non rischio la vita (a differenza di Carmine e, purtroppo, di tanti giovani) se provo a fare dei miei sogni una realtà.

“Making of Mare Fuori Soundtrack”

Fatta questa premessa, non posso però dire che la musica non mi abbia lasciato nessun messaggio. Grazie al tuo album (dal titolo omonimo) ho riscoperto questi messaggi “nascosti”, questa “morale della favola”, oltre ad amare il sound dell’intero album. Nell’intervista qui sopra (link youtube) hai dichiarato che hai voluto unire tracce in cui spiccava la classicità del pianoforte a tracce impregnate di rap giovanile proprio per coinvolgere diversi “livelli” sociali. Io invece ti faccio una domanda legata all’ordine delle tracce: come mai hai deciso di aprire l’album proprio con “Requiem del mare” e concludere con “Un giorno il cielo è bello”, che hanno uno stile musicale simile, e porre in mezzo colonne sonore “spezzettate” da brani di stampo rap come “‘O Mar’ For'”, “Mare fuori” e“Ddoje mane”?

Avevo due possibilità per comporre la tracklist: dividerla in blocchi oppure seguire una logica puramente estetica. Il mio primo istinto è stato di creare tre diversi dischi, uno diciamo “rap”, uno pianistico e un terzo orchestrale, ma mi sono reso conto che non avrebbe avuto senso, forse poteva funzionare per aiutare gli ascoltatori più affezionati ad un genere. Poi ho pensato che la colonna sonora doveva semplicemente rappresentare la serie e così l’ho riascoltata creando un ordine che mi piacesse, che mi permettesse di saltare da un luogo all’altro senza tralasciare nulla. Ho iniziato con “Requiem del Mare” perché espone una delle melodie centrali, ho finito con “Un giorno il cielo è bello” perché mi è sembrata una bella conclusione da un punto di vista narrativo, per il testo, per la presenza del coro, per la sua dolcezza.

Per quanto riguarda invece le differenti declinazioni del tema, si è trattato di un processo naturale di scrittura e arrangiamento, la necessità di avere sfumature differenti per momenti differenti della storia.

In cosa precisamente è cambiato il tuo lavoro in quest’ultimo anno di pandemia?

La dimensione creativa e produttiva è rimasta invariata perché il mio lavoro è sostanzialmente un’attività che si svolge in studio. Quello che è cambiato in maniera radicale è quella piccola porzione di tempo in cui ci si incontrava. L’incontro online tecnicamente non trascura nulla ma ho avuto la sensazione che facesse perdere la disponibilità verso l’altro, l’apertura, la fiducia. Mi sembra che nel meeting online ci si incontri come tante piccole monadi cristallizzate intorno alle proprie posizioni e che gli incontri diventino degli scambi di comunicazione piuttosto che degli scambi veri e propri.

Hai dei sogni nel cassetto che vorresti realizzare?

I sogni vanno tirati fuori dai cassetti! Altrimenti perdono luminosità. Ne ho uno che infatti tengo nel cassetto proprio perché non so se lo voglio realizzare: mi piacerebbe molto insegnare materie umanistiche nei licei. In verità ho anche l’abilitazione per farlo ma il tempo, purtroppo – e anche per fortuna – non me lo permette.

Grazie mille per la tua gentilezza e disponibilità!

Ma grazie a te!

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