La mia estate a Bologna (Intervista a Nicola Gallerani)

Buonasera.

Come va? Spero tutto bene.

Come ogni lunedì, anche oggi pubblico un’altra chiacchierata, stavolta con un artista un po’ particolare. Sto parlando di Nicola Gallerani, un avvocato che nel tempo libero si diletta a cantare, suonare e scrivere canzoni. Già tempo fa avevo avuto modo di chiacchierare con un altro avvocato-cantante (ce l’hanno di vizio 😂). Vi lascio il link dell’articolo subito dopo il video della mia intervista di oggi. Buon ascolto!

https://passionfor.music.blog/2020/06/08/senza-storia-album-contro-lomologazione-intervista-a-gaetano-nicosia/

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Vacca boia, ci sono Cecco e Cipo! (Intervista a Cecco e Cipo)

Ciao! Presentatevi!

Ciao, siamo Cecco e Cipo veniamo da Vinci e siamo i più grandi cantautori italiani del momento.

Quando avete iniziato a fare musica e in che modo?

Più o meno all’età di 16 anni, totalmente a caso. di certo non credevamo di diventare così bravi. Modestia a parte, volevamo solo rifare un po’ di cover di Rino Gaetano.

In quale anima vi identificate maggiormente?

In quella di un cane.

Bene! Io amo i cani! Chiudendo questa piccola parentesi sui cani, nel 2010 avete inciso il vostro primo EP, Dall’origine, dalla copertina che vede disegnato un uovo su sfondo bianco. Qual era il messaggio principale che volevate trasmettere?

In sintesi, “ab ovo”. Rappresenta l’inizio, il principio, l’origine della nostra storia.

Nel maggio del 2011, durante l’esibizione alla XV edizione del concorso Suoni nella Notte, Matteo Guasti dell’etichetta Labella vi propone la realizzazione di un vero e proprio album, dal titolo Roba da maiali. Di cosa parla?

È l’album più genuino e più fresco mai realizzato da noi come, tra l’altro, tutti i primi album di un qualunque artista. Si parla di quello che ci circonda, d’infanzia, d’amicizie, di favole, di storie, ma anche d’amore. Una maschera di maiale ci ha rappresentato per molti anni, da lì, che nasce, ironicamente “roba da maiali”.

Lo gnomo e lo gnu è stato il vostro album successivo, in cui spiccano collaborazioni con diversi musicisti, tra cui Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale. Quali sono le similitudini e le differenze con il vostro primo album?

Non saprei, un pochino più maturo? Forse. Abbiamo passato più tempo in studio per realizzarlo rispetto al primo. Ci sono degli ospiti, amici, fidanzate, mamme. La filosofia di quel disco era che chiunque passasse dallo studio doveva metterci del suo, e così è stato.

Nel 2014 avete partecipato alle audizioni di X Factor presentando il vostro brano Vacca Boia (contenuto nel primo album Roba da maiali), che parla di un uomo che si innamora della sua mucca. Da cosa avete preso ispirazione?

Da una storia raccontata dal babbo di Cecco, a Cecco. Suo babbo aveva questa gallina addomesticata quando era un ragazzino, e dopo un periodo se la ritrovò in pentola perché sua mamma gliela cucinò nel brodo. Da lì, nasce vacca boia.

Nel 2016 avete vinto Strafactor, esibendovi dunque alla finale di X Factor 10 con il vostro singolo Non voglio dire. Poi il PLOF! Tour, che vi ha visti toccare ben 40 tappe in tutta Italia. Infine, nel 2019 l’album Straordinario. Qual è stata la vostra evoluzione musicale fino ad oggi?

Ma io credo che la gavetta sia la cosa più importante della vita. Persino per l’audizione di x factor ci sono voluti anni di gavetta, niente era a caso. Il segreto per restare sul pezzo è mantenersi vivi, almeno per noi, e suonare. Piu suoni piu ti formi, noi abbiamo sempre suonato molto, ed oggi siamo una band ben amalgamata… ma non basta, si può fare molto di più.

Come avete gestito l’emergenza COVID e come pensate di continuare a reagire? Avete dei sogni nel cassetto che vorreste realizzare prossimamente?

Abbiamo passato il periodo di quarantena a scrivere il nuovo album, quindi nel male, ci è andata anche un pochino bene. Abbiamo lavorato molto e ancora oggi lo stiamo facendo. Stiamo passando molto tempo in studio. Speriamo solo di ripartire a suonare, che altrimenti non ci riprendiamo più. È tutto quello che chiediamo, farci fare il nostro lavoro, per stare bene.

Vorrei sottolineare quest’ultima parte: “farci fare il nostro lavoro, per stare bene”, e fare musica per stare bene (non solo economicamente) non è da tutti. Grazie per questa chiacchierata breve ma intensa! A presto!

Ma grazie a te. A presto!

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Quando il k-pop e l’italiano si fondono (intervista a Diego Micheli, in arte Pink Gijibae)

Pink Gijibae

L’amore per la cultura orientale unita all’anima di un artista italiano: questo è Diego Micheli, in arte Pink Gijibae, un cantante e musicista emergente. Lo abbiamo visto alle audizioni di X Factor 10 nel 2016 mentre rappava in coreano sulla base “Ice cream cake”, ma il giovane artista sardo non rinnega mica l’italiano portando, infatti, anche “Hai delle isole negli occhi” di Tiziano Ferro.

Insomma, un artista capace di mischiare il k-pop all’italiano, e ce lo dimostra con il suo singolo “Evita”:

Se volete sapere di più di questo giovane artista eclettico, ascoltate la nostra “brevissima” chiacchierata 😅:

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Orizzonti verticali (Intervista alla band Atacama)

Chi dice che il bianco sia l’opposto del nero, la sinistra opposta alla destra, che gli orizzonti siano “orizzontali” e non possano essere posti in “verticale”? Come sosteneva il filosofo Cartesio, “Cogito ergo sum”, ovvero “Penso dunque sono”, ed essendo un essere pensante dubito di tutto tranne che di esistere. Oggi non vi mostrerò la mia chiacchierata con un filosofo (tranquilli😂), ma con una band, gli Atacama. Buona lettura!

Ciao! Presentatevi!

Siamo gli Atacama (il nome si riferisce a uno dei deserti più grandi del mondo, che si trova in Cile…).

Quando e come vi siete incontrati?

I fondatori del gruppo, Giulio Breschi e Federico Bartoli che tuttora rappresentano la sezione ritmica della band, si sono incontrati nel 2014 grazie a un amico comune, Jacopo, fratello dell’attuale moglie di Giulio, Giovanna. In realtà il primo scambio tra i due avviene in maniera burrascosa, proviamo a spiegarlo in poche parole. Giulio vive insieme a Jacopo e Giovanna a Firenze, Jacopo invita Federico, suo amico dai tempi del liceo, a dormire da lui. I due trascorrono una notte brava e al rientro Federico si dimentica il proprio cellulare giusto al piano di sotto, giusto poco fuori dalla camera di Giulio. Il cellulare inizia a suonare (una sveglia dimenticata o male impostata) alle 6 del mattino, Giulio è costretto ad alzarsi imprecando per spegnerlo e gridando “di chi è questo c***o di cellulare??!!”. Era di Federico.

Il vostro genere spazia dal rock al funky con sfumature miste di genere. Ce n’è uno, tuttavia, nel quale vi sentite più a casa?

Il nostro genere si può identificare con un Funk Rock in cui sono presenti anche elementi Prog e Fusion. Abbiamo cercato un amalgama originale tra queste influenze, non ci sembra che ce ne sia uno prevalente. La cosa da segnalare è che fino ad ora la nostra musica è sempre stata prevalentemente strumentale (il nostro album, in uscita in autunno, si chiama “Siamo Senza Parole”, e questo la dice lunga) mentre nel futuro potrebbe esserci spazio anche per una voce, con testi sicuramente in italiano.

Ci sono stati momenti di crescita musicale e della band nel senso di insieme di persone e non solo di musicisti che si divertono a suonare insieme?

Il rapporto tra Giulio e Federico è stato sicuramente motivo di crescita, trattandosi di due caratteri molto diversi, e non sono mancati scontri anche molto accesi. Non è mai mancata però neanche la fiducia e la riconoscenza reciproca. Il nostro sassofonista e percussionista Tommaso Mannelli è entrato da poco nel gruppo, ma siamo già molto in sintonia e spesso vengono fuori tematiche interessanti. Inoltre abbiamo imparato molto anche dai membri che poi si sono allontanati dal progetto, anche se i rapporti si interrompono non vuol dire che non abbiamo lasciato un segno, bello o brutto che sia.

L’album Orizzonti verticali è stato inizialmente registrato nel 2018. Si arricchisce molto fino ad arrivare all’estate 2020, periodo in cui esce l’album. Il disco è dunque un concentrato di tutte le sperimentazioni che gli Atacama hanno fatto fino ad oggi, giusto?

Orizzonti Verticali è stato il nostro primo videoclip, uscito nell’estate 2018. Quella fu un’ estate importante per noi, il momento del nostro vero e proprio “inizio”, in cui abbiamo suonato in molti locali in Toscana e dopo la quale abbiamo deciso di concentrarci sull’album. Registrammo il basso e la batteria di tutti i brani, dopodiché il nostro chitarrista smise di suonare con noi. Rimanemmo con queste basi ritmiche già pronte e decidemmo di fare suonare ogni brano a un chitarrista diverso, tutte persone che in qualche modo avevano avuto a che fare con noi, e sono venuti fuori spunti interessanti: talvolta i brani hanno preso direzioni inaspettate o acquisito atmosfere che non ci aspettavamo. È un altro dei motivi per cui l’album si chiama “Siamo Senza Parole”.

Il 2019 è un anno di svolta per le collaborazioni con diversi professionisti nel campo musicale e non solo: Daniele Biagini per la realizzazione di due colonne sonore per lo spettacolo “Spiriti Allegri” della Compagnia Teatrale Il Rubino; l’attrice Dora Donarelli, che accompagna le letture e le poesie dei classici nella cornice della Fondazione Jorio Vivarelli con i vostri brani, e Davide Calandra che crea il videoclip del vostro pezzo Tasti dolenti (solo per citarne alcuni). Avete degli artisti di nicchia con cui vi piacerebbe collaborare perché li sentite vicini al vostro mondo?

Le collaborazioni sono molto importanti per noi e ci hanno dato modo di conoscere anche persone come Tommaso, che attualmente suona con noi. Per quanto riguarda gli artisti italiani con cui ci piacerebbe collaborare, sicuramente Tosca, Riccardo Zappa, Tony Esposito ed Arisa.

Quali sono i vostri sogni nel cassetto, le vostre speranze per il futuro?

La speranza è di completare la nostra formazione (tutt’oggi in evoluzione): abbiamo bisogno di un/una cantante e di un chitarrista, siamo alla ricerca e abbiamo già diverso materiale nuovo su cui lavorare. Nel frattempo uscirà il nostro album, edito da Level 49. Beh, messa così la situazione non è male! ATACOME ON!

Grazie mille per il vostro tempo!

Grazie a te per questa possibilità. A presto!

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Essere un macigno… ad ogni passo per inseguire i propri sogni (Intervista a Federico di Napoli)

“Nel buio di questa stanza ci sono soltanto io, ed ogni passo di ieri rimbomba, non passa più neanche Dio. Questa sera non mi basto, sono solo anche se sto con i miei, avrei bisogno di un posto dove il sole scaldi tutti i miei vorrei”. Questi sono i primi versi del brano Macigno di Federico di Napoli, artista partenopeo. Un brano che mi ha trasmesso un messaggio forte, quello di andare avanti nonostante le difficoltà della vita. Un concetto che molti di noi conoscono, ma che in pochi mettono davvero in pratica, perché è facile parlare quando sono gli altri ad affrontare un brutto periodo, mentre quando dobbiamo essere noi a stringere i denti ci piangiamo addosso dimenticando tutti i bei consigli dati. Dovremmo imparare ad essere “macigni” a volte, a non farci scalfire così facilmente dalle persone e dalle esperienze negative. Se volete saperne di più su quest’artista, ascoltate la mia chiacchierata con lui!

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Non me ne frega se non ci vedo bene (Intervista a Benedetta Raina)

Sentirsi perennemente un passo indietro rispetto agli altri, un po’ “meno evoluti”, ma in realtà essere con la mente avanti, avere una maggiore maturità e, nonostante ciò, essere sempre insicuri di sé stessi e delle proprie capacità. Quante volte ci siamo sentiti o ci sentiamo ancora così? Sbagliati, inadeguati in questa società che spesso ci vuole tutti uguali: tutti con lo stesso viso, gli stessi vestiti, lo stesso fisico, la stessa mente, la stessa anima. C’è, però, chi non si sente uguale agli altri e non riesce ad omologarsi ad essi, ma allo stesso tempo non si accetta perché pensa che la sua diversità sia qualcosa di strano da occultare, da cambiare. Poi, ad un certo punto si aprono gli occhi e ci si rende conto del fatto che, nonostante tutto, bisogna accettarsi per quelli che si è, con la consapevolezza che si può migliorare ma col tempo, senza avere troppa fretta di arrivare subito all’obiettivo, e che alla fine non si è così male. Ed è proprio in quel momento che capisci che non importa più quello che la gente possa pensare di te, non hai più paura di dire che non stai bene, hai paura di dire che bene tu non stai mai, e che non te ne frega se non ci vedi bene.

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L’insostenibile leggerezza dell’indie (Intervista a La Scapigliatura)

Niccolò e Jacopo Bodini de La Scapigliatura

Cos’è leggero, superficiale? Cos’è invece pesante, profondo? Possiamo davvero trovare una definizione in modo netto ed oggettivo del concreto e dell’astratto? Possiamo davvero classificare in tal modo le idee e posizionarle su un piatto o l’altro della bilancia, come fossero ingredienti di chissà quale ricetta perfetta? Io credo che anche il “banale” possa avere un lato profondo, e che un concetto pesante possa essere veicolato in modi considerati “leggeri”, “easy”. Se vi va di ragionarci un po’ su, fatelo ascoltando la mia chiacchierata con La Scapigliatura, band cremonese formata dai fratelli Niccolò e Jacopo Bodini.

Continuare a camminare per realizzare i propri sogni (Intervista a Caterina Cropelli)

“Sono qui per mettermi in gioco. La musica per me è stata la mia medicina, mi ha aiutato in momenti molto difficili (…) mi sono rifiutata di diventare briciole”. È quello che Caterina Cropelli, giovane cantautrice trentina, ha dichiarato durante le audizioni della sedicesima edizione di X Factor. Qualche giorno fa ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con lei. Vi lascio subito alla nostra chiacchierata!

Ciao! Presentati.

Ciao! Mi chiamo Caterina e sono una cantautrice, trentina e ritardataria.

Hai iniziato a simpatizzare prima con la chitarra o con la voce? A che età?

Prima con la voce, all’asilo ero una radiolina, cantavo sempre. Verso i tredici anni ho cominciato a suonicchiare la chitarra con lo scopo di accompagnarmi nel canto. È stato amore a prima vista, da lì non l’ho più lasciata.

Quando e in che occasione hai iniziato a scrivere canzoni? Ti ricordi la prima in assoluto che hai composto?

Ho iniziato a scrivere canzoni dopo il mio percorso ad X Factor, non l’avevo mai fatto prima, per me è stata una grande scoperta.

La prima canzone che ho scritto, seppur molto semplice, trattava la tematica dei disturbi alimentari. Non è mai stata pubblicata sulle piattaforme digitali, ne ho semplicemente pubblicato un video sul mio profilo Instagram. L’obiettivo principale era quello di stare accanto, attraverso la musica, a tutti coloro che soffrono di anoressia e bulimia e, di conseguenza, ricambiare questa bellissima arte del favore che mi fece tempo fa.

In parte ci sono riuscita, perché questa canzone è stata usata come “inno” per il 15 marzo, giornata del Fiocchetto Lilla nata per ricordare, far sentire meno soli e sostenere le vittime di questi disturbi e le loro famiglie. 

È stato difficile scegliere di dedicare la propria vita interamente alla musica? Avevi altri progetti in mente?

Diciamo che la musica si è sempre posta al centro della mia vita. Durante la maturità mi sono trovata a studiare e, al contempo, fare i provini per X Factor. Poi, come per magia, sono entrata nel programma e mi sono ritrovata catapultata in questo mondo così “particolare” ma al contempo meraviglioso. Non mi sono mai chiesta quale strada prendere … ho continuato semplicemente a camminare! 

A proposito di X Factor 2016, ti andrebbe di raccontarmi in breve la tua esperienza? Inoltre, in questi quattro anni è cambiato il tuo approccio alla musica? Insomma, sei rimasta fedele al tuo genere o hai avuto modo di mettere “le mani in pasta” in altri generi musicali?

X Factor è stata un’esperienza molto forte, mi è sembrato di vivere tre anni in uno. Ho avuto modo di confrontarmi e di cantare su un palco con artisti pazzeschi, è chiaro che mi ha fatto crescere molto. Durante il programma ho avuto modo di esibirmi con brani appartenenti al cantautorato italiano. Grazie a quest’esperienza ho scoperto che mi piace moltissimo cantare ed esprimermi nella mia lingua. Semplicemente mi sono lasciata influenzare da quello che mi circondava e ho ampliato tanto i miei orizzonti musicali. 

Mi sento però una Caterina molto diversa da quella che ha fatto il programma proprio perché prima cantavo le canzoni degli altri e ora scrivo le mie.

A proposito, “Caterina” è il tuo primo album, uscito il 27 Marzo. Potremmo considerarlo un po’ come uno specchio in cui si riflette la tua personalità in modo cristallino? 

“Caterina” è il titolo del mio album. Ho deciso di dargli il mio nome perché dipinge perfettamente i tanti piccoli pezzi che compongono il puzzle della mia personalità. Ho voluto regalare me stessa al pubblico, donarmi alla gente al cento per cento, mi sento di dire che questo disco è stato scritto davvero col cuore. È stata un’occasione per che guardarmi dentro, mi ha permesso di “scannerizzare” la mia anima ancora una volta, dunque mi ha fatto crescere tanto!

Voglio tornare un attimo ad X Factor: durante i provini hai detto che la musica è stata la tua medicina. Non posso che essere totalmente d’accordo con te. La musica è stata la mia forza e lo è ancora. Ma torniamo a te: che consiglio daresti a tutti coloro che vogliono intraprendere questo percorso ma che non sanno come muoversi in questo campo?

Non so se può essere un consiglio, sicuramente bisogna crederci molto e perseverare, avere pazienza. Come avrete già sentito molte volte, questo è un mondo molto difficile, in cui veramente in pochi riescono. Bisogna essere molto caparbi, ma credo che con la giusta determinazione, talento e un pizzico di fortuna si possa riuscire a fare della musica il proprio futuro. Inoltre, credo che se una cosa è destinata a te troverrà il modo di raggiungerti!

Grazie mille per questa piacevole chiacchierata, è stato davvero un piacere!

Ma grazie a te! A presto!

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Guardare il bicchiere mezzo pieno e non porre limiti alla nostra personalità (Intervista a Francesco Faggi)

Buonasera.

Come va? Spero bene.

Come tutti i lunedì, anche oggi pubblico una nuova intervista, o per meglio dire, chiacchierata. Non mi piace sembrare quella che non sono, ovvero una professionista che intervista altri professionisti in ambito musicale. Sono una ragazza che fa questo per passione, perché le piace condividere il suo amore per la musica con gli altri. Non mi piace fare domande sterili ad un interlocutore che risponde con frasi fatte, trite e ritrite. Mi piace creare (o almeno ci provo) un’atmosfera piacevole, molto “scialla”, senza troppi formalismi.

Non faccio niente di speciale, cerco semplicemente di fare ciò che la musica ha fatto e continua a fare per me: “dialogare”, seppur metaforicamente, con una persona che non conosci e di comprenderla a suon di note e di armonie. È vero, io mi servo delle parole, non di melodie, ma sono sempre parole intrise di musica, che mi permettono di conoscere artisti, persone con cui condivido la stessa passione che hanno avuto la fortuna ed il coraggio di trasformare in lavoro. Sì, perché ci vuole coraggio a mollare tutto ed inseguire i propri sogni, anche quando non è quello che gli altri si aspettano da te, anche quando tutto sembra remarti contro. Ci vuole coraggio a vedere il bicchiere mezzo pieno in periodi bui, incerti, che sembrano sfaldare ogni tua ambizione, ogni tua speranza, e ridurla in polvere. Per questo io amo parlare con loro, perché loro hanno il coraggio di essere diversi dagli altri e di esserne fieri, non hanno paura di andare controcorrente, perché sanno che vale la pena combattere per fare del loro sogno una realtà.

Francesco Faggi

Vi lascio alla mia chiacchierata con uno dei tanti ragazzi che ha deciso di rischiare tutto per la musica. Sì, uno dei tanti, né il primo né l’ultimo, che probabilmente non farà nulla nella vita perché la musica è un mondo troppo complicato. In quanti la pensano così? Tanti, troppi. È ovvio che ognuno di noi abbia un proprio pensiero, determinato da esperienze personali da non sentenziare. Adesso vi faccio una domanda: a cosa porta questo tipo di ragionamento? Ad un qualcosa di buono, di fruttuoso? Cercate di darvi una risposta, dopodiché ascoltate la mia chiacchierata con Francesco Faggi (un po’ lunghetta, però credo valga la pena ascoltarla tutta).

Lavorare per i bambini con la musica

I bambini. L’innocenza fatta persona.

Beh, non sempre. Siamo abituati a vederli con delle bambole, un pallone o delle macchinine in mano. Li vediamo sorridenti, con gli occhi sprizzanti di gioia, magari in braccio ai propri genitori o mano per la mano con i loro fratelli e sorelle. Ci sono però dei bambini che non hanno questa fortuna, che non hanno giocattoli in mano, ma fucili. Esseri UMANI a cui è stato rubato tutto: la famiglia, gli amici, una vita serena. Questo perché sono nati nel posto sbagliato al momento sbagliato, potremmo chiamarli i “dannati della guerra“, e dunque destinati ad avere gli occhi lucidi non per aver ricevuto un bel regalo, ma per lo scempio a cui devono assistere ogni giorno.

Ci sono, però, quelle persone che decidono di dedicare il proprio tempo a tutti coloro che non hanno avuto la fortuna di nascere in un Paese in cui la parola d’ordine non sia GUERRA o VIOLENZA. Persone che aiutano altre persone. Perché in fondo dovrebbe essere così: siamo tutti UMANI e abbiamo tutti bisogno degli altri. È un concetto così semplice, ma allo stesso tempo così complicato da far capire a questa società che pensa di risolvere tutto con la forza, che si definisce debole o stupida nel momento in cui depone le armi e abbraccia l’altro.

Non tutti sono così, per fortuna. Molte sono le persone disposte a rischiare la propria vita per condividerla con i meno fortunati.

La scorsa settimana ho avuto la possibilità di chiacchierare, seppur attraverso lo schermo, con un musicista. Si chiama Pietro Morello. Vi potrete chiedere che cosa c’entri tutto questo con un pianista. C’entra più di quanto immaginiate, perché questo ragazzo è un missionario. Si arma semplicemente del suo talento per far spuntare sul viso dei più piccoli un sorriso, per ridare un po’ di luce a quegli occhi così giovani ma già così spenti.

Ci tenevo a fare quest’introduzione alla video-intervista (che verte più sulla musica che su questo tema), non per celebrare le buone azioni di questo ragazzo o per scrivere delle belle parole. Le parole sono solo inchiostro che macchia un pezzo di carta, ma è proprio grazie a quella carta e a quell’inchiostro che le parole non vengono buttate al vento, ma vengono impresse nel tempo, proprio come una foto. Definitelo pure un altro, l’ennesimo articolo che vuole impietosire il lettore. A me non importa. Se io ho scritto queste parole è solo per ricordare ancora una volta, a me stessa e a voi, che ogni giorno abbiamo a che fare con PERSONE, con ESSERI UMANI, che hanno una dignità e che meritano rispetto, a prescindere dalla personalità, dal ceto sociale, dalle origini o da altre cavolate.

Detto ciò, vi lascio alla nostra chiacchierata. Ringrazio ancora una volta Pietro per la sua disponibilità.

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