Io Sapevo Nuotare. (Intervista a Tommaso Novi)

Tommaso Novi

Ciao! Presentati.

Sono Tommaso Novi, pisano, padre di un figlio di 10 anni, mi piace andare a pescare, correre in moto e drogarmi di videogames.

Quali sono stati i primi passi che hai compiuto nel mondo della musica?

Sono stato subito molto attratto dl gioco della musica, fin dai primi studi di pianoforte all’età di 5 anni. Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che mi hanno sempre sostenuto e degli insegnanti capaci e illuminati.

Copertina album “Se Mi Copri Rollo al Volo”

Se Mi Copri Rollo al Volo è il titolo del tuo primo album da solista nel 2017. Come mai questo titolo? Cosa ti ha spinto nella composizione di quest’album? Inoltre, c’è una canzone che meglio di tutte descrive l’intero lavoro?

In “Se Mi Copri Rollo al Volo” mi sono divertito a raccontare di come una volta mi sono salvato la vita giocando ai videogames. Gioco online con dei compagni di squadra: Smcrav è la frase che diciamo quando si chiede copertura e protezione ai compagni, giusto il tempo per rollarne una e rientrare in partita.

Hai collaborato con, Paolo Fresu, Brunori Sas, Zen Circus e tanti altri. Com’è stato lavorare al fianco di questi artisti?

Le collaborazioni importanti sono sempre riconoscimenti preziosi del proprio lavoro. Ogni collaborazione mi arricchisce. Ho avuto anche la fortuna di partecipare alla composizione delle colonne sonore del lungometraggio La Prima Cosa Bella di Paolo Virzì e del film Una Festa Esagerata di Vincenzo Salemme, Portare il mio fischio nelle colonne sonore di due grandi maestri è stato per me motivo di orgoglio!!

Copertina del brano “Io Sapevo Nuotare”

La tua ultima opera è Io Sapevo Nuotare, brano uscito il 28 ottobre su tutte le piattaforme digitali. Affronta il “problema” dell’immigrazione dal punto di vista di un bambino che osserva delle foto durante un’esposizione dedicata, appunto, al fenomeno migratorio in Italia. Da studentessa di mediazione linguistica ed interculturale non posso non essere vicina a questa tematica, e ci tengo a sottolineare il fatto che il fenomeno migratorio sicuramente non è facile da gestire, ma chiudere le porte a della gente che ha bisogno di una mano mi sembra un atto completamente privo di logica, che ci ruba quello stralcio di umanità che ci era rimasto.

Esatto. Di fronte a certi orrori provo dolore e senso di impotenza: scrivere “Io Sapevo Nuotare” è stato per me curativo e allo stesso tempo un modo per lasciare un messaggio a mio figlio. Tra l’altro nel video ufficiale il bambino ha un ruolo fondamentale: alla fine si incontra con me e il pianoforte che intona le note del brano. I bambini percepiscono la vita e il mondo in maniera diversa rispetto agli adulti, e non sempre in maniera più ingenua, anzi, molto spesso in modo più consapevole e maturo o, semplicemente, più umano. Questo bambino vuole sottolineare il concetto che siamo tutti uguali davanti alla disperazione e alla sofferenza, che dobbiamo parlare di questo fenomeno mettendo al primo posto l’umanità e osservandolo con i suoi occhi genuini.

Dal videoclip “Molto Bello”

Quali sono i tuoi progetti futuri? Brani, album, collaborazioni?

Aspetto con ansia l’uscita del mio secondo disco “Terzino Fuorigioco” che uscirà a dicembre per Blackcandy Produzioni.

E noi non vediamo l’ora di ascoltarlo. Ad maiora allora!

Sempre!

Il tuo cuore: dispensa piena di sogni lasciati in fondo (Intervista ad Azzurra)

“Ho provato con acqua e limone a digerire le tue parole, sono incastrata sotto alla mie costole, un po’ come fanno le vongole”. Così inizia l’ultimo singolo di Azzurra Sorgentone, in arte Azzurra. Classe ’93, di Teramo (Abruzzo), Azzurra conosce il mondo della musica grazie alla sua famiglia: il padre suona il pianoforte, così a 10 anni segue le orme di suo padre, a 14 inizia a prendere lezioni di canto. Diversi i singoli composti, grazie ai quali Azzurra si è classificata ai primi posti in diversi concorsi nazionali. Ne abbiamo parlato in un’intervista che trovate qui sotto. Ringrazio ancora Azzurra per la piacevole chiacchierata!

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Azzurra ma ho gli occhi marroni. Sono pragmatica ma credo nell’amore. Sono psicologa ma canto! È così che mi presento nella mia biografia di Instagram e credo che riassuma molto bene tutte le mie sfaccettature. Sono solare come il mio nome, molto pratica nella vita e con i piedi ben saldati a terra; d’altra parte sono anche una sognatrice testarda e perfezionista (a volte troppo!)

Quando hai iniziato a fare musica?

La musica è sempre stata parte della mia famiglia. Fin da piccoli io e miei fratelli cantavamo mentre papà suonava al pianoforte. Io ho iniziato a prendere lezioni di piano a 10 anni e di canto a 14 anni.

C’è un artista in particolare che ti ha spinto verso un genere musicale?

Fabio Concato mi ha sempre emozionato. È un pop raffinato, dolce, accompagnato da testi altrettanto eleganti. Me l’ha fatto conoscere mio padre ed è rimasto sempre un faro per me.

Riguardo al tuo progetto musicale, hai partecipato come interprete a diversi concorsi nazionali, come il Festival di Castrocaro e il Premio Alex Baroni, classificandoti al primo posto. Raccontami un po’ di queste esperienze.

Al Festival di Castrocaro ho partecipato molti anni fa ed è stata la prima competizione nazionale. Un ricordo molto emozionante. Il Premio Alex Baroni è più recente: ho vinto il premio della critica con un mio inedito e sono stata premiata da Povia e Silvia Mezzanotte.

Le soddisfazioni continuano; infatti con il singolo “Brava”, prodotto da Simone Capurro, dalle sonorità electrofunky, sei arrivata finalista al Premio Pigro e al Tour Music Fest. Di questo brano mi ha colpito molto questo pezzo: “Brava brava brava, stai diventando grande. Brava brava brava, non ti fai più domande. Ma guarda, il tuo cuore sembra una dispensa piena di sogni lasciati in fondo, rimandi la scadenza”. Molto spesso crediamo che non fare domande a noi stessi ci aiuti a vivere più tranquillamente, quando invece non ci rendiamo conto del fatto che stiamo solo mettendo la testa sotto la sabbia come gli struzzi, e non guardare in faccia la realtà, non ascoltare il nostro cuore non fa altro che peggiorare la situazione.

Esatto, era proprio quello che volevo dire e sono felice che il messaggio sia arrivato. “Brava” è stato il mio primo inedito ufficiale e volevo che parlasse di me e del mio sogno di cantare che per troppo tempo non avevo preso sul serio. È un’incitazione a lasciare da parte le paranoie e a fare quello per cui ci batte il cuore!

Il tuo secondo singolo è “Guarda Monet”, con il quale sei arrivata decima nella classifica Emergenti della EarOne, e con cui hai anche aperto il concerto di Maestro Pellegrini. In che periodo e contesto è nata?

Ho scritto “Guarda Monet” durante il primo lockdown. Parla di me e di esperienze reali vissute. Non è riferita al periodo che stavamo vivendo. Allo stesso tempo è una canzone di rinascita quindi ci stava a pennello per l’estate che ci ha dato un attimo di respiro. Tutti abbiamo delle cicatrici ma con il passare del tempo impariamo ad accarezzarle e a ringraziarle. Credo che nulla accada per caso, come dico nella canzone, per questo a volte serve tempo per vedere le cose da un’altra prospettiva.

Il 3 novembre esce il terzo singolo, “Segreteria”. Una delusione d’amore che si sintetizza nel suono della segreteria di un numero che non risponde alle chiamate: “Che poi mi basterebbe sapere che se ti capita in mente il mio nome qualcosa dentro o fuori sul tuo viso accade. Mi basta che non sia niente, ho paura del niente”.

Il singolo “Segreteria” è una canzone leggera ma non superficiale. Il beat frizzante infatti incornicia uno dei bisogni più grandi dell’essere umano: essere considerati. La segreteria telefonica rappresenta la paura dell’indifferenza che è spesso l’arma che fa più male. A volte preferiremmo ricevere una brutta risposta piuttosto che rimanere appesi ad un “TUTUTU”.

Anche in “Tropicale” ritroviamo la trasposizione di un sentimento che molto spesso tendiamo ad allontanare per non farci male, il dolore, e invece è proprio da qui che si può ricominciare. Tu lo hai fatto con la musica, e grazie alla musica le persone possono rivedersi nelle tue parole e superare un momento difficile. C’è una frase o un pezzo del brano che ti piace di più?

Mi piace definire “Tropicale” un brano viscerale perché è così vero che sento ogni parola nello stomaco. Una frase che mi piace e che potrebbe sintetizzare quello che hai detto nella presentazione è quella del bridge: “Ma si guardami pure che non mi vergogno, di me ti ho dato tutto di me e non so più chi sono. Ma si guardami pure che non mi vergogno, da te più mi allontano da te e più mi riconosco.” Credo ci sia tutto: il vivere il dolore senza scappare, senza vergognarsi delle lacrime, la confusione della fine e la riscoperta di se stessi.

“Vongole” è la tua ultima fatica. Interessante il paragone tra il protagonista del brano e le vongole: “Le vongole finché son chiuse possono inventare scuse”. Anche se in un contesto differente, la paura di aprirsi agli altri e al mondo, di essere sinceri si ritrova qui come nel primo brano analizzato in precedenza. Come affronti tu la paura del giudizio, dell’esporti agli altri, specialmente tu che quotidianamente ti mostri alla gente con la tua arte? E, ritornando a “Vongole”, ti è mai successo di nasconderti per paura di ferire un’altra persona o di chiuderti per proteggere te stessa?

Inutile dire che il parere degli altri e il gradimento del pubblico siano molto importante, per questo ogni volta che pubblico qualcosa ho sempre un po’ di timore. Ciò che mi aiuta a creare una barriera è la sincerità. Quanto più io sono stata autentica e vera tanto meno mi feriranno eventuali critiche. Essere se stessi non ha prezzo e non si può piacere a tutti!

Per quanto riguarda “Vongole” mi capita di chiudermi in me stessa quando sono confusa, forse è una strategia di difesa che ho messo in pratica fin da piccola.

Giuro che questa è l’ultima domanda! Quali sono i tuoi progetti futuri? C’è già qualcosa che bolle in pentola?

Voglio far uscire un EP che sia un progetto con un sound riconoscibile e personale. Non è facile trovare la propria strada ma è molto stimolante l’idea di cercare qualcosa di identificativo!

Grazie mille per la tua disponibilità! Ad maiora!

Grazie a te! È stato un piacere!

C’è il mare fuori, sempre. (Intervista a Lorenzo Gennaro, in arte Lolloflow)

“Voglio mettere me stesso nelle mie canzoni, voglio esprimere la mia sensibilità attraverso i miei testi, che spesso parlano di temi forti, come il suicidio e la depressione”. Così si racconta Lorenzo Gennaro, in arte Lolloflow, durante la nostra chiacchierata (che trovate alla fine dell’articolo).

Romano, classe ’97, Lorenzo approda a 12 anni nel mondo della musica classica, ma il metal sembra essere la sua vera passione e il suo destino. Passa successivamente al rock e ancora all’elettronica, genere che porta all’interno dei brani creati con i SubaCrew, gruppo trap composto da Lolloflow, Matteo Paolillo aka Icaro e Pietro Jellinek aka PJ.

SubaCrew

Lorenzo porta avanti anche un progetto da solista. I brani che lo vedono protagonista sono “Zero Storie”, “Tornare Bambino” e “Ruggine”. Negli ultimi due Lorenzo mette tutta la sua sensibilità e non ha paura di parlare di depressione in “Ruggine”: “Soffrire è il mezzo, il meglio viene sempre fuori quando siamo messi in discussione e/o a dura prova. Affrontatevi.”.

Prima di lasciarvi alla nostra chiacchierata non posso non fare riferimento ai brani che Lolloflow ha prodotto per Icaro-Matteo Paolillo: “‘O Mar For” (in collaborazione con Raiz e Stefano Lentini, colonna sonora della serie TV Rai “Mare Fuori”, grazie alla quale ho conosciuto questi artisti fenomenali), “Eclissi”, “Fa’ Chell’ che a’ Fa’” e “‘O Mar Fa Paura”.

Vi lascio alla nostra chiacchierata, un po’ lunghetta ma che credo valga la pena ascoltare tutta, abbiamo trattato diversi argomenti dagli spunti interessanti. Ringrazio ancora Lorenzo per la sua disponibilità, è stato davvero bello scambiare due chiacchiere sulla sua musica, da cui traspare la sua sensibilità artistica oltre che umana.

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Eddie Brock: dai fumetti al cantautorato (Intervista ad Edoardo Iaschi)

Edoardo Iaschi, in arte Eddie Brock

“Lei non sa, sa di essere diversa, (…) scappa via dalla tristezza, vuole solo andare via da qua”. Questo è un estratto del brano “Lei Non Sa” di Edoardo Iaschi, in arte Eddie Brock. Romano, classe ’99, Edoardo decide di dedicarsi alla musica, parallelamente al lavoro di operaio, spinto dai genitori che hanno sempre creduto in lui e nella sua propensione verso quest’arte. Un’altra conferma è arrivata al “Coca Cola Summer Festival”, evento grazie al quale Eddie ha avuto modo di farsi conoscere non solo dal pubblico, ma anche da una tra le cantanti italiane più affermate, Annalisa. “Se una persona come Annalisa riconosce il fatto che comunque sia bravo a far qualcosa, vuol dire che magari posso farlo nella vita”, dichiara Eddie Brock durante la mia intervista-chiacchierata che trovate al link qui sotto:

Ringrazio ancora una volta Edoardo per la chiacchierata, e vi invito ad ascoltare, se ancora non l’avete fatto (grave), “Lei Non Sa”:

SEGUI “EDDIE BROCK”:

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Combattere la violenza con la musica si può (Intervista agli Alic’è)

“Vorrei essere abbastanza forte per proteggerti, come tutte le tue volte”. Questo è un pezzo di “Radio Rivoluzione”, il primo singolo del duo pugliese “Alic’è”.

Qualche giorno fa ho chiacchierato con loro. Ecco la mia intervista:

ASCOLTA “RADIO RIVOLUZIONE”:

ASCOLTA “FOTOGRAFIA”:

ASCOLTA “NELLA TESTA”:

SEGUI “ALIC’È”:

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Una Vita da Film Elementare (intervista a Fanizzi)

“Una Vita da Film” ed “Elementare” sono i due singoli di Gianni Fanizzi, pugliese trapiantato da tre anni a Firenze. Bancario di giorno e cantautore di notte, Fanizzi unisce la sua passione per i calcoli e per la musica nei suoi brani. Un Dr. Jekyll e Mr. Hyde non così distanti, entrambi contraddistinti dalla genuinità e dalla passione che Gianni prova sia per il lavoro in banca che per l’arte.

Qualche giorno fa ho chiacchierato con lui. Se volete saperne di più, cliccate qui:

PROFILI DI FANIZZI:

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Spirito “Zen” e ansia a “Zero” (Intervista a Francesco Savini)

Francesco Savini (immagine IG)

Il 24 giugno è uscito “Zenzero”, il nuovo singolo di Francesco Savini. Classe ’96, abruzzese, Francesco percorre i suoi primi passi a 8 anni, inizia a prendere confidenza con la chitarra suonando i canti clericali. Poi il rock underground diventa una vera e propria “rivelazione” per Francesco, che ne resta, potremmo dire, folgorato. Si laurea al CPM Music Institute di Milano e nel frattempo lavora al suo progetto musicale che diventa pubblico nell’ottobre dell’anno scorso con l’uscita di “Maratoneti”. In quell’occasione ho avuto la fortuna di conoscere un artista così in gamba come Francesco, e lo stesso mese ho chiacchierato con lui (qui la mia prima intervista a Francesco: https://passionfor.music.blog/2020/11/30/alzati-dal-letto-e-vivi-intervista-a-francesco-savini/).

Dopo “Maratoneti”, però, Francesco ha avuto modo di farsi conoscere ancora meglio con altri brani, di cui abbiamo parlato nella nostra ultima chiacchierata di giovedì, tra cui appunto “Zenzero”:

” “Zenzero” è una canzone che parla di me, delle mie quotidianità e anche dell’opinione che ho di me stesso. (…) Volevo scrivere una canzone che esorcizzasse le mie caratteristiche (tra cui alcune che vorrei migliorare) con leggerezza, senza rimuginarci troppo sopra.”. Così scrive Francesco nella descrizione del videoclip di “Zenzero” di YouTube (trovate i link per ascoltare tutti i brani a fine articolo).

Se volete saperne di più su quest’artista e la sua identità musicale, guardate la nostra video-chiacchierata:

Commentate e condividete la chiacchierata e il link dell’articolo. È davvero importante sostenere l’arte, soprattutto in questo periodo. Io credo tanto negli artisti che intervisto, spero che anche voi lo facciate. Abbiamo bisogno di una ventata di aria nuova, e tutti possiamo essere parte integrante di quest’innovazione!

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Karin: la nostra musa ispiratrice (Intervista ai Fuoco di Karin)

Fuoco di Karin (immagine presa da Instagram)

Ciao! Presentatevi.

Ciao siamo Giovanni e Riccardo, in arte i Fuoco di Karin. Da tempo ormai facciamo musica insieme, scriviamo, arrangiamo e suoniamo tutte le composizioni per Karin, la nostra musa ispiratrice. Il nostro progetto nasce dalla necessità di dare più peso alla stesura dei testi in modo da poter fornire degli spunti di riflessione a chi ci ascolta.

Perché questo nome?

Il nome rappresenta la vita di tutti i giorni e le tematiche a cui ci ispiriamo. Karin è un nome piuttosto comune ed il suo fuoco vuole raffigurare lo scorrere del tempo… la quotidianità. I giorni nascono e finiscono, proprio come una fiamma che inizia da una scintilla, brucia e poi lentamente si spegne.

Tutto inizia e finisce, ma l’arte riesce a far diventare un’opera immortale, perché la immortala e la fa restare invariata per sempre.

A proposito di arte, parliamo dei vostri brani. “Foresta”, “Arlanda”, “Mascherina”, “Lanterna” e “Mollami” sono cinque vostri singoli usciti nel 2020. Com’è stato scrivere durante la pandemia, come l’avete vissuta e, concentrandomi sui brani, qual è il filo conduttore che li unisce?

La situazione ha sicuramente reso le cose più difficili a livello pratico e soprattutto ha influenzato molto i testi e la scelta delle parole. Anche la musica risulta molto malinconica ed in realtà sono proprio le “basi” ed essere il filo conduttore dei singoli rilasciati. Se potessimo riassumere i singoli rilasciati in questo periodo incerto con una sola parola sarebbe sicuramente “Nostalgia”.

“Spuntableau” è il vostro ultimo singolo, uscito il 5 maggio. Il titolo si rifà, per l’appunto, alle famose “spunte blu” che indicano il visualizzato di un messaggio. Il brano dunque sottolinea la dipendenza dal cellulare, l’incapacità di alzare lo sguardo oltre lo schermo di un cellulare per ammirare la bellezza della vita, sbaglio?

Non ti sbagli. Il pezzo tenta di descrivere l’ “iperconnessione” che tutti noi viviamo nel quotidiano e che la situazione pandemica ha certamente aggravato. Sembra che ormai cose semplici come parlare e guardarsi negli occhi appartengano a tempi lontani anni luce dalla nostra realtà.

Sapete già cosa vi piacerebbe fare in futuro?

In futuro? Ovvio! Ci sarebbero tante cose che riguardano sia la musica che la vita quotidiana: ritornare ad apprezzare le piccole cose come ad esempio, tornare a casa tardi, andare a concerti e poter suonare facendo live con i pezzi arrangiati in chiave più acustica e meno elettronica, come potrebbe essere il nostro piccolo EP che stiamo elaborando fra mille pensieri e semplici giro di accordi.

Grazie mille per questa chiacchierata!

Grazie di averci dedicato del tempo, ci auguriamo di avervi suscitato qualche spunto di riflessione, e magari speriamo d’incontrarci a fine concerto in qualche centro sociale o qualche piccolo festival all’aperto una chiacchierata faccia a faccia magari accompagnata da un paio di birrette 🙂

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Musica e Cinema: due corpi, una sola anima (Intervista a Stefano Lentini)

Immagine presa da internet

Colonna sonora La parte audio di un film, composta da parola (dialogo), rumori (effetti sonori), musica e ottenuta tramite impressione di segnali luminosi su un lato della pellicola cinematografica che, letti da un apposito apparato del proiettore, si trasformano in suoni”.

Questa è la definizione di “colonna sonora” secondo l’enciclopedia Treccani, che continua così: “Nel 1909 la casa cinematografica “Edison” pubblicò un catalogo intitolato “Suggestion for music”, in cui a ciascun tipo di azione o emozione era associata una o più melodie del repertorio classico“. Dunque, all’azione recitativa erano associate emozioni enfatizzate dalla musica. La musica e la recitazione sono sempre andate a braccetto, il cinema senza musica sarebbe incompleto. Sì, è vero, gli attori fanno un lavoro emotivo straordinario. A proposito di ciò, mi viene in mente una frase che scrisse Giacomo Giorgio, un attore emergente, su Instagram: “In scena non dimenticare mai il cuore. Cercalo in ogni parola. In ogni gesto e in ogni angolo di spazio”. Quindi, è ovvio che un attore, un vero attore, riesca a far emozionare da sé; ma proviamo a pensare ad un film senza musica. Sarebbe come un piatto di pasta buonissimo ma scondito, come un cielo pieno di stelle senza luna. E io non credo che ci sia qualcuno che si accontenti di un piatto di pasta “sciapa” (ovvero scondita) se ha la possibilità di scegliere una “pasta e vongole”, un'”amatriciana” o una “carbonara”, come anche credo che nessuno sceglierebbe un cielo senza luna perché “tanto ci sono le stelle che lo abbelliscono”. Non si tratta di scegliere tra musica e recitazione, semplicemente perché non si può, è un amalgama, è come un legame tra gli elettroni di un metallo che lo rendono duttile, malleabile ma allo stesso tempo compatto.

Probabilmente a questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri questo discorso con il mio blog: ve lo spiego subito. Se amate le serie TV italiane, penso che abbiate visto almeno una volta “Braccialetti Rossi”, “La Porta Rossa” e “Mare Fuori”, tanto per citarne alcune. Le colonne sonore di queste serie televisive sono state create da Stefano Lentini, musicista e compositore che stimo tantissimo e con cui ho avuto la fortuna di chiacchierare (seppur dietro ad uno schermo). Oggi la nostra chiacchierata diventa vostra. Buona lettura!

Stefano Lentini

Ciao Stefano! Benvenuto su “La Musica di Adry”! Inizio questa chiacchierata chiedendoti quando hai scoperto la tua passione per la musica.

Ciao! Allora, ho pensato che la musica fosse importante tante volte: a dodici anni, quando ho avuto voglia di imparare a suonare, ma anche a quindici quando stavo chiuso in camera pomeriggi interi a registrare, ma anche a venti, quando mi organizzavo la giornata per avere tempo libero per suonare. Tanti piccoli spartiacque che si susseguono. Uno importante è stato mentre preparavo l’esame per un dottorato in storia della musica, stavo leggendo un libro di Massimo Mila in cui si parlava di Schubert, pensai: è bella la storia della musica… ma io non voglio studiare la musica, voglio farla.

Il tuo nome rimanda alla composizione di colonne sonore per cinema e televisione. Ma vorrei iniziare dagli albori: negli anni ’90 hai collaborato come chitarrista con la cantante Laura Polimeno. Hai cantato nel coro della Basilica di Santa Maria degli Angeli di Roma, dove hai scritto la tua prima opera e hai avuto l’onore di conoscere il chitarrista folk inglese John Renbourn, che ha influenzato molto il tuo stile musicale. Insomma, la chitarra è sempre stata una costante nella tua vita, un po’ il filo conduttore delle tue prime esperienze nel mondo della musica. Cosa ha rappresentato questo strumento per te?

La chitarra, e in particolare quella folk, è stata tutto per me. Nei miei primi dieci anni di musica è stato il mio strumento guida, un tempio dove cercare ogni cosa, sfumature, dinamiche, espressività, generi. John Renbourn mi ha illuminato sotto tanti aspetti, tecnici, artistici ma anche umani. Era un musicista fedele alla sua natura, onesto, uno dei pochi che non è caduto nel vortice degli “album da star”, quei dischi che non sanno di niente, che non dicono nulla, che credo sia il pericolo di tutti i musicisti che raggiungono il successo, tranne ovviamente De André.

Oltre al folk, ci sono stati altri generi musicali che hanno segnato la tua formazione musicale?

Ho suonato molto heavy metal da ragazzo, ho studiato il flauto traverso e un pò di musica barocca, il liuto rinascimentale, mi sono appassionato al klezmer e a tanta musica etnica, mi sono innamorato della swing era, dei pianoforti di Chopin e della musica classica, soprattutto quella in tonalità minore. Il prog poi mi ha catapultato altrove: la scoperta dei tempi dispari, la dissonanza come evento armonico, il contrasto tra melodia e ritmo.

Successivamente ti sei laureato in Antropologia culturale e hai studiato Etnomusicologia presso la School of Oriental and African Studies di Londra. In che modo questi studi hanno influenzato sulla composizione delle tue opere?

L’antropologia è una disciplina incredibile, dovrebbe essere insegnata nelle scuole al posto delle poesie a memoria e dei nomi dei fiumi. E’ la scienza paradossale dell’uomo, di tutti gli uomini, una scienza che ti insegna che non può esistere una scienza dell’uomo, ma solo una poesia degli uomini. Per capire l’uomo devi essere creativo, elastico, aperto, curioso. Tutte attitudini che fanno parte dei nostri valori di civiltà, dei diritti che abbiamo imparato a riconoscere nei secoli. Quindi mi hanno influenzato eccome, mi hanno insegnato che non esistono regole, se non quelle che senti dentro. Ma per sentire dentro devi lavorare su te stesso, quindi mi ha insegnato a capirmi di più.

Passiamo alla tua carriera da compositore di colonne sonore cinematografiche. Diverse sono state le tue collaborazioni: da “Smart” di Leonardo D’Agostini nel 2005 a “Bakhita” di Giacomo Campiotti nel 2009, fino alle tre stagioni di “Braccialetti rossi” (2014-2016), le due di “La porta rossa” (2017 e 2019), “Gli orologi del diavolo” e “Mare fuori”, entrambe del 2020.

Che emozioni provi ogni volta che trovi davanti ai tuoi occhi lo script di un film o una fiction?

Una grande curiosità, è un viaggio che inizia e di cui non conosco la destinazione. Cerco di rimanere aperto ad ogni suggestione. Ma non basta la sceneggiatura, mi serve parlare con il regista perché la messa in scena e le motivazioni sotterranee sono tutto.

Per quest’intervista ho chiesto sui social di aiutarmi a scrivere delle ipotetiche domande. Una riguardante la colonna sonora di “La porta rossa” mi ha colpito particolarmente (in realtà, questa domanda può essere estesa a tutte le produzioni cinematografiche): la colonna sonora è stata influenzata dal montaggio cinematografico o viceversa?

Sicuramente la seconda stagione ha trovato delle musiche già confezionate e certo in alcuni casi hanno funzionato da griglia temporale. Altrove è successo il contrario e ho adattato il mio tempo su quello della narrazione. Ma in genere il montaggio delle musiche è un’operazione molto raffinata e adattiva e possiamo fare tutto. Possiamo allungare, accorciare, sintetizzare, mutare, aggiungere. Il sync non è più un problema. Il problema da non sottovalutare mai invece è la sintonia suono-immagine, la relazione segreta tra quello che vedi e quello che senti.

L’attore Massimiliano Caiazzo, alias Carmine di Salvo, in “Mare Fuori”

Passiamo a “Mare fuori”, la serie (devo essere sincera) che più di tutte ha lasciato un’impronta sul mio cuore. Un capolavoro che mi ha fatto ringraziare la vita per avermi dato la fortuna di nascere in un contesto familiare sano e presente (quando sei adolescente molto spesso non pensi alle conseguenze delle tue azioni, quindi avere a fianco la famiglia ti permette di “ritornare in carreggiata”). Una fiction che è più di una fiction bella e basta. Una serie che mi ha fatto riflettere sul mio carattere e su quelle inutili paranoie che da anni mi porto dietro. Perché sì, spesso i consigli non bastano; magari c’è bisogno anche dell’aiuto dell’arte per fissare certi insegnamenti e provare a metterli in atto nella vita di tutti i giorni. Perdonami se mi sto dilungando, ma ci tengo a mettere per iscritto le emozioni che ho provato. Prima di farti la domanda specifica, vorrei precisare che il personaggio che più di tutti mi ha dato uno schiaffo e mi ha fatto “svegliare”, aprire gli occhi, è stato quello di Carmine. Mi sono sentita piccolissima in confronto ad una persona del genere che, nonostante l’ambiente familiare e sociale in cui vive, riesce a vedere oltre e a credere nel suo sogno, è un carro armato che non si ferma davanti alle difficoltà ma che prova in tutti i modi a ribellarsi per diventare una persona migliore. È stato un personaggio di una fiction a farmi ricordare tutto ciò che negli anni le persone mi ripetevano (e mi ripetono) in continuazione: essere più sicuri di sé stessi, farsi meno paranoie e credere nei propri sogni, perché io non rischio la vita (a differenza di Carmine e, purtroppo, di tanti giovani) se provo a fare dei miei sogni una realtà.

“Making of Mare Fuori Soundtrack”

Fatta questa premessa, non posso però dire che la musica non mi abbia lasciato nessun messaggio. Grazie al tuo album (dal titolo omonimo) ho riscoperto questi messaggi “nascosti”, questa “morale della favola”, oltre ad amare il sound dell’intero album. Nell’intervista qui sopra (link youtube) hai dichiarato che hai voluto unire tracce in cui spiccava la classicità del pianoforte a tracce impregnate di rap giovanile proprio per coinvolgere diversi “livelli” sociali. Io invece ti faccio una domanda legata all’ordine delle tracce: come mai hai deciso di aprire l’album proprio con “Requiem del mare” e concludere con “Un giorno il cielo è bello”, che hanno uno stile musicale simile, e porre in mezzo colonne sonore “spezzettate” da brani di stampo rap come “‘O Mar’ For'”, “Mare fuori” e“Ddoje mane”?

Avevo due possibilità per comporre la tracklist: dividerla in blocchi oppure seguire una logica puramente estetica. Il mio primo istinto è stato di creare tre diversi dischi, uno diciamo “rap”, uno pianistico e un terzo orchestrale, ma mi sono reso conto che non avrebbe avuto senso, forse poteva funzionare per aiutare gli ascoltatori più affezionati ad un genere. Poi ho pensato che la colonna sonora doveva semplicemente rappresentare la serie e così l’ho riascoltata creando un ordine che mi piacesse, che mi permettesse di saltare da un luogo all’altro senza tralasciare nulla. Ho iniziato con “Requiem del Mare” perché espone una delle melodie centrali, ho finito con “Un giorno il cielo è bello” perché mi è sembrata una bella conclusione da un punto di vista narrativo, per il testo, per la presenza del coro, per la sua dolcezza.

Per quanto riguarda invece le differenti declinazioni del tema, si è trattato di un processo naturale di scrittura e arrangiamento, la necessità di avere sfumature differenti per momenti differenti della storia.

In cosa precisamente è cambiato il tuo lavoro in quest’ultimo anno di pandemia?

La dimensione creativa e produttiva è rimasta invariata perché il mio lavoro è sostanzialmente un’attività che si svolge in studio. Quello che è cambiato in maniera radicale è quella piccola porzione di tempo in cui ci si incontrava. L’incontro online tecnicamente non trascura nulla ma ho avuto la sensazione che facesse perdere la disponibilità verso l’altro, l’apertura, la fiducia. Mi sembra che nel meeting online ci si incontri come tante piccole monadi cristallizzate intorno alle proprie posizioni e che gli incontri diventino degli scambi di comunicazione piuttosto che degli scambi veri e propri.

Hai dei sogni nel cassetto che vorresti realizzare?

I sogni vanno tirati fuori dai cassetti! Altrimenti perdono luminosità. Ne ho uno che infatti tengo nel cassetto proprio perché non so se lo voglio realizzare: mi piacerebbe molto insegnare materie umanistiche nei licei. In verità ho anche l’abilitazione per farlo ma il tempo, purtroppo – e anche per fortuna – non me lo permette.

Grazie mille per la tua gentilezza e disponibilità!

Ma grazie a te!

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Ragazzino, “la colpa è tutta tua”! (Intervista ad Alessio Lucchese, in arte Ragazzino)

Alessio Lucchese, in arte Ragazzino

“La colpa è tutta tua” è dedicata ad una persona in particolare, ma io credo che, a prescindere da tutto, senza distinzione di genere, (…) la cosa che mi interessa più di tutte è la verità, che (…) è la chiave, il filo conduttore dei miei pezzi”. Questo è un pezzo della mia chiacchierata con Alessio Lucchese, in arte Ragazzino, cantante pop pugliese. Nel 2019 esce il singolo omonimo “Ragazzino”, nel 2020 “Scusa”, brano figlio del periodo di quarantena, ovvero di tempo passato “da innocenti in celle di isolamento” a causa di un nemico invisibile. Del 2 aprile 2021 è “l’ultima fatica” di Ragazzino, “La colpa è tutta tua”, il cui titolo ha una valenza tutt’altro che negativa. So che non c’avete capito nulla… per schiarirvi le idee, guardate il video della nostra chiacchierata:

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