Il mostro Godzilla non è poi così cattivo (Intervista a A Smile from Godzilla)

(Foto di Giuseppe Carrella)

Ciao!  Presentati.

Ciao Adriana, mi presento: sono Daniele, in arte A Smile From Godzilla e vengo da Napoli, la mia città natale. Questo progetto musicale, partito inizialmente come un gioco e in formato duo (chitarra e batteria), nel giro di pochi mesi è diventato uno dei miei canali di espressione più importanti. Mi esibisco anche come artista di strada proponendo alcune cover e gran parte del mio repertorio.

“A Smile from Godzilla”: perché proprio questo nome?

Quando ero piccolino ero ossessionato dai dinosauri e dai mostri, specialmente quelli creati in laboratorio. Ho voluto far trasparire il bambino che c’è in me con un progetto che non ha niente a che fare con i dinosauri ma che sicuramente prende tanto dal mio immaginario.

Un sorriso da Godzilla è una pacca sulle spalle, una rassicurazione che mi viene data nei momenti di sconforto proprio da quel mostro che ho tanto amato in un film del 1997, un mostro, il “cattivo” della situazione , che invece per me ha sempre rappresentato la bellezza e le meraviglia della vita. Il nome del progetto mi ha dato sempre l’idea di un gruppo hardcore giapponese, la mia intenzione iniziale era quella, ma alla fine mi sono ritrovato a cantare canzoni tristi chitarra e voce.

(Foto di Giuseppe Carrella)

Quando hai scoperto il tuo amore per la musica?

Il mio amore per la musica l’ho scoperto alle medie, tra i banchi di scuola. Devo tutto a mio padre che da piccolo suonava alla chitarra alcune canzoni di Lucio Battisti e Adriano Celentano mentre io lo seguivo distruggendo una batteria Bontempi. Più dell’amore per la musica, sono stato da sempre attirato dall’idea di creare musica, dallo scrivere canzoni e far nascere un’idea dal nulla. Da piccolino, mi circondavo di strumenti musicali, anche quelli giocattolo, in quei momenti mi sentivo libero e in un profondo stato di spensieratezza. Vorrei registrare un secondo disco cercando di captare e trasferire quello stato emotivo in note.

Quali sono le tue influenze artistiche maggiori?

Sono stato influenzato musicalmente da numerosissimi gruppi dell’ambiente musicale britannico. Gli Oasis e in particolare la voce di Liam Gallagher mi hanno trasferito la passione per il canto, ma più che nella voce c’era qualcosa nel suo atteggiamento che mi faceva impazzire. La voglia di arrivare in alto, senza muoversi di un metro dal microfono, con un’arroganza che amo ancora vedere sul palco nelle band e nei progetti artistici. Ad un certo punto della mia vita, da quando ho scoperto il genere Antifolk e la band “The Moldy Peaches”, sono letteralmente ossessionato dell’imperfezione aartistic. Ho iniziato ad ascoltare veri e propri outsiders come Daniel Johnston, Mac De Marco, Courtney Barnett ed altri artisti dove la qualità sonora veniva messa in secondo piano rispetto alla qualità artistica e le scelte stilistiche delle melodie presenti all’interno delle canzoni. Sono alla continua ricerca del  suono imperfetto, pur restando fedele alle linee guida del “do it yourself”!

L’uso della lingua inglese è influenzato dai tuoi generi musicali di riferimento?

Si, ho da sempre avuto una preferenza sul suono della lingua inglese ma soprattutto negli ascolti musicali. In Italia ho avuto tantissimi miti e ho cantato anche in italiano in passato, ma la mia voce non la sento “programmata” per questa lingua, mi dà l’impressione di essere qualcosa di étrange, di estraneo.

Nel 2018 esce “Monday Morning”, il tuo primo album. L’hai intitolato in questo modo per descrivere la malinconia che assale tutti il lunedì?

Questo disco è stato prodotto nella sala prove Vipchoyo Sound factory. È stato in quel momento che Giacomo Salzano, il proprietario della sala e dell’omonima etichetta, ha voluto investire le sue competenze e il suo tempo per produrre questo disco. L’album è stato registrato nell’estate del 2018, lì in sala c’era una forte umidità e la cosa non ci dispiaceva affatto rispetto ai 40 gradi di temperatura che c’erano all’esterno tra le strade del centro di Napoli . Durante le registrazioni, abbiamo notato che il giorno più frequente in cui ci incontravamo io e Giacomo era proprio il lunedì mattina. Abbiamo pensato di dare insieme questo titolo al disco e alcuni mesi dopo ho scoperto che alcuni anni prima era stata pubblicata una famosa canzone con lo stesso titolo dai Pulp. Le canzoni del primo disco sono nate di getto, riarrangiate con pochi strumenti e in alcuni casi anche in presa diretta. Sono davvero contento del risultato, e ci tengo a precisare che questo disco non sarebbe mai uscito se non ci fosse stato Giacomo. Racchiude un’importante periodo della mia vita e la positività presente all’interno del disco era la cosa che maggiormente volevo tirare fuori da quelle canzoni.

“Carillons” è il tuo ultimo singolo uscito il 22 dicembre 2020, che anticipa il tuo album in elaborazione. Parlami un po’ del brano.

“Carillons “è nata poco prima delle vacanze natalizie. Il natale per me è un periodo dell’anno molto strano, nel corso degli anni come per molti miei coetanei, ha perso quel valore che gli attribuivamo da bambini. Il brano l’ho scritto immaginandomi due personaggi fantastici, il signor Tom e la signora Cookies, due persone incompatibili, contraddittorie e irriverenti, alla ricerca della propria felicità, con un pizzico di rabbia repressa. L’ho registrato con il registratore vocale del cellulare e questa sarà una prerogativa del secondo album, anche se Carillons non farà parte del disco, l’ho immaginata più come una storia di passaggio.

Quali progetti hai intenzione di realizzare prossimamente, e quali ti piacerebbe realizzare in futuro? Hai dei sogni nel cassetto?

In questo momento sto pensando che dovrò iniziare a registrare il secondo disco. Ad un certo punto senti che qualcosa deve uscire. Rispetto al primo disco ci sarà ancora più introspezione e rumori di fondo. Sarà un album estremo.

Mi piacerebbe fare tantissime collaborazioni con artisti che stimo nella mia città e ricominciare a portare la mia musica in giro per l’Italia sia per strada che nei locali come avevo iniziato a fare nel 2019 e il 2020. Come progetti futuri adesso per quello che stiamo vivendo è già un sogno ricominciare a “progettare” un tour. Ho moltissimi sogni nel cassetto, ma cerco di non pensarci troppo altrimenti i pensieri inizierebbero a prendere il sopravvento e mi agiterei parecchio . Però ecco, un sogno nel cassetto sarebbe quello di vivere in modo zen facendo musica e con la mente libera.

Grazie per questa chiacchierata!

Grazie a te per la disponibilità!

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Il Befolko: il “buon selvaggio” rousseauiano contemporaneo (Intervista a Roberto Guardi, in arte Il Befolko)

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Roberto Guardi, in arte Il Befolko, ho 28 anni e sono un cantautore e percussionista napoletano. La musica mi accompagna fin dalla tenerissima età, scrivo canzoni dal 2011. Dormo poco, fumo abbastanza e mi sento più anziano della mia età; mi sarebbe piaciuto vivere negli anni ’70, amo viaggiare e ho uno spirito vagamente hippie. Sono una persona curiosa, mi piace cercare ciò che è nascosto, dimenticato. Sono un filologo un po’ archeologo, amo la musicologia e la dialettologia. 

Come mai questo nome particolare? È forse un pun per fare riferimento al genere folk?

Esatto, il nome è prima di tutto un gioco di parole per richiamare la musica folk e anche la sua attitudine, che credo risieda nella semplicità, nella spontaneità, nel cercare gli aspetti più concreti della vita. Poi vi è un altro gioco di parole, quello legato all’aggettivo “bifolco”, usato generalmente per indicare i campagnoli e, in modo dispregiativo, per additare qualcuno che sia scarsamente incivilito. Secondo me invece un bifolco è soltanto il portatore di una civiltà differente ma nient’affatto inferiore, un po’ come il “buon selvaggio” di Rousseau. Mi considero un bifolco di città, vorrei vivere in una realtà più appartata, più lenta, più arretrata, più concreta, più a misura d’uomo. 

A proposito di generi musicali, ti rivedi in uno solo o ti piace giocare con vari stili?

Mi rivedo in primo luogo nel folk, quello acustico chitarra e voce fatto di arpeggi lenti e di atmosfere malinconiche e sognanti. Poi adoro il funk, la world music, il rock progressivo. Mi piacciono molto i generi ritmati, amo le contorsioni, i controtempi, i cambi inaspettati e il levare molto più del battere. Mi affascinano anche le sonorità che provengano da culture lontane, differenti dalla nostra. 

Il tuo genere musicale si riflette sicuramente nella scelta del napoletano come lingua e filo conduttore di un po’ tutti i tuoi brani. Ti sei ispirato a qualche artista della scena partenopea, tipo Pino Daniele?

A livello linguistico probabilmente si, ma involontariamente. Se si scrive in napoletano Pino Daniele è un modello con il quale ci si trova a dialogare continuamente anche senza accorgersene. Qualcosa mi accomuna sicuramente a lui, ad esempio la scrittura di brani molto brevi, ma per quanto riguarda il napoletano impiegato credo che il suo fosse più articolato, più criptico, mentre il mio molto più rudimentale. Musicalmente parto con l’intenzione di pescare altrove ma potrebbe accadere di richiamare Pino. L’idea di assomigliare a qualcuno non mi fa impazzire, ma se si trattasse di Pino sarebbe esclusivamente un grande onore. 

“Isola metropoli” è il tuo primo album, uscito nel 2017. Come mai questo nome?

Il nome nasce da due nomi, a loro volta due concetti, in apparenza antitetici ma in realtà simbiotici.  Riflettevo sulla figura del cantautore, che è “isola” in quanto portatore di un proprio modo di percepire e raccontare la realtà ma al contempo “metropoli”, poiché nella scrittura di canzoni finiscono anche le storie degli altri, quelle dei luoghi e così via. Da un lato, quindi, la propria interiorità più profonda e dall’altro la necessità di mischiarsi con tutto il circostante. La malinconia, il raccoglimento interiore, il silenzio della notte ma anche i rumori, gli odori, le “scene” della città. In tutte le canzoni vi è questo dualismo, sempre ben presente.

“Gioco del silenzio” è il tuo secondo album pubblicato tre anni dopo, nel 2020. Qual è il tema cardine delle nove tracce?

Il tema cardine è in primo luogo l’assenza di parole, il “silenzio” inteso in questo senso. Mi piaceva in assoluto l’idea di lavorare a un disco strumentale, che nasce anche da una personale momentanea crisi di fiducia nella parola, troppo spesso utilizzata per confondere le acque, per gettare fumo negli occhi. Credo che i troppi mezzi di comunicazione abbiano finito per impoverire la stessa: parliamo troppo ma sempre troppo poco per dirci davvero qualcosa di importante. Di contro, invece, il silenzio si configura come una comunicazione forse più debole ma estremamente più efficace. Da questa svalutazione della parola viene anche la scelta, per le canzoni, di titoli che sono quasi parole a caso. Altri temi cardini del disco sono la brevità e la volontà di “giocare” con la musica, sperimentando quanto più possibile in tempistiche risicate.

“O’ muorto”: il tuo ultimo singolo, uscito il 21 gennaio. Com’è nato questo brano?

Il brano nacque in seguito a una serata di bagordi con amici, ci successe un simpatico “incidente” e appena tornai a casa raccontai in qualche modo ciò che avevamo vissuto ma un po’ cripticamente e anche creando una certa simulata tragicità che in realtà non ha motivo di essere. Una canzone disimpegnata, leggera, volutamente equivoca. Musicalmente, invece, è un incrocio tra paesaggi sonori differenti: l’America un po’ country, l’Inghilterra psichedelica e vagamente celtica e la cumbia peruviana. Mi rendo contro che la canzone non abbia un senso per nulla chiaro, ma il video lascia intuire! In esso ho coinvolto gli stessi amici di cui sopra, mentre la sceneggiatura è stata scritta da un altro grande amico. La volontà era quella di essere buffi, comici, di delineare un’atmosfera un po’ western, se vogliamo anche noir e straniante. Le riprese sono state un’esperienza assai divertente, vestire i panni del cassamortaro, “schiattamuorto” per i napoletani, è stata una piacevole follia.  

“Riesta n’atu appoco” è il brano che anticipa “O’ muorto”. Gli ultimi versi del brano recitano: “E rire, rire, e chianu chianu sponta ‘o jjanco a miezo ‘o nniro, ognuno torna a casa ‘e ccose soje e s’accumencia d’ ‘o capo n’ ata vota”, ovvero “Tra una risata e un’altra piano piano spunta il bianco in mezzo al nero (credo spunti la luna, cioè si fa sera), ognuno torna a casa a sbrigare le proprie faccende e si comincia da capo un’altra volta”. Si parla dunque del ciclo monotono della vita, un susseguirsi di albe e tramonti, di giorni e di notti, ai quali l’amore deve reagire per non diventare piatto, monotono e dunque sfiorirsi.

Credo sia estremamente affascinante il fatto che ciascuno veda cose completamente diverse in uno stesso testo, nelle sue parole, e che interpreti perciò a modo proprio. Non ci ho mai visto questo ma è un’interpretazione che mi dà da riflettere. Provo a spiegare quello che per me significano questi versi: “il bianco che spunta dal nero” ha almeno tre significati e cioè l’albeggiare, il sorriso che spunta da una foltissima chioma di capelli neri e la serenità che riesce a sopraffare il buio interiore. “Ognuno torna a casa propria” invece indica propriamente la definitiva separazione di due persone, che tornano a casa fisicamente e che “lasciano la casa” che stavano “costruendo” insieme. Il “ricominciare daccapo” è, infine, l’insieme dei passi da dover muovere, controvoglia, dopo un percorso forzatamente interrotto. 

Progetti futuri? Collaborazioni con altri artisti?

Il futuro è quanto mai incerto e misterioso, il desiderio sarebbe quello di tornare a suonare presto e farlo il più possibile. Un tour che mi porti nuovamente a girare per l’Italia sarebbe l’ideale! In primavera uscirà il mio terzo album, spero insomma mi permetta di fare cose e vedere gente. In quanto alle collaborazioni ho un po’ di progetti in cantiere già parzialmente avviati: sto lavorando a dei brani con il cantautore romano Riccardo Pasquarella con il quale ho stretto una bellissima amicizia e un simile sodalizio mi lega anche ad una band messinese, “La Stanza della Nonna”, e c’è almeno una canzone che mi piacerebbe sviluppare insieme a loro. Poi sto sviluppando un altro progetto con amici storici, in veste però di percussionista. Insomma, si lavora anche a lume spento!

Grazie mille per il tuo tempo. È stato davvero un piacere chiacchierare con te!

Ma grazie a te per la tua disponibilità!

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Essere un macigno… ad ogni passo per inseguire i propri sogni (Intervista a Federico di Napoli)

“Nel buio di questa stanza ci sono soltanto io, ed ogni passo di ieri rimbomba, non passa più neanche Dio. Questa sera non mi basto, sono solo anche se sto con i miei, avrei bisogno di un posto dove il sole scaldi tutti i miei vorrei”. Questi sono i primi versi del brano Macigno di Federico di Napoli, artista partenopeo. Un brano che mi ha trasmesso un messaggio forte, quello di andare avanti nonostante le difficoltà della vita. Un concetto che molti di noi conoscono, ma che in pochi mettono davvero in pratica, perché è facile parlare quando sono gli altri ad affrontare un brutto periodo, mentre quando dobbiamo essere noi a stringere i denti ci piangiamo addosso dimenticando tutti i bei consigli dati. Dovremmo imparare ad essere “macigni” a volte, a non farci scalfire così facilmente dalle persone e dalle esperienze negative. Se volete saperne di più su quest’artista, ascoltate la mia chiacchierata con lui!

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