Musica e Cinema: due corpi, una sola anima (Intervista a Stefano Lentini)

Immagine presa da internet

Colonna sonora La parte audio di un film, composta da parola (dialogo), rumori (effetti sonori), musica e ottenuta tramite impressione di segnali luminosi su un lato della pellicola cinematografica che, letti da un apposito apparato del proiettore, si trasformano in suoni”.

Questa è la definizione di “colonna sonora” secondo l’enciclopedia Treccani, che continua così: “Nel 1909 la casa cinematografica “Edison” pubblicò un catalogo intitolato “Suggestion for music”, in cui a ciascun tipo di azione o emozione era associata una o più melodie del repertorio classico“. Dunque, all’azione recitativa erano associate emozioni enfatizzate dalla musica. La musica e la recitazione sono sempre andate a braccetto, il cinema senza musica sarebbe incompleto. Sì, è vero, gli attori fanno un lavoro emotivo straordinario. A proposito di ciò, mi viene in mente una frase che scrisse Giacomo Giorgio, un attore emergente, su Instagram: “In scena non dimenticare mai il cuore. Cercalo in ogni parola. In ogni gesto e in ogni angolo di spazio”. Quindi, è ovvio che un attore, un vero attore, riesca a far emozionare da sé; ma proviamo a pensare ad un film senza musica. Sarebbe come un piatto di pasta buonissimo ma scondito, come un cielo pieno di stelle senza luna. E io non credo che ci sia qualcuno che si accontenti di un piatto di pasta “sciapa” (ovvero scondita) se ha la possibilità di scegliere una “pasta e vongole”, un'”amatriciana” o una “carbonara”, come anche credo che nessuno sceglierebbe un cielo senza luna perché “tanto ci sono le stelle che lo abbelliscono”. Non si tratta di scegliere tra musica e recitazione, semplicemente perché non si può, è un amalgama, è come un legame tra gli elettroni di un metallo che lo rendono duttile, malleabile ma allo stesso tempo compatto.

Probabilmente a questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri questo discorso con il mio blog: ve lo spiego subito. Se amate le serie TV italiane, penso che abbiate visto almeno una volta “Braccialetti Rossi”, “La Porta Rossa” e “Mare Fuori”, tanto per citarne alcune. Le colonne sonore di queste serie televisive sono state create da Stefano Lentini, musicista e compositore che stimo tantissimo e con cui ho avuto la fortuna di chiacchierare (seppur dietro ad uno schermo). Oggi la nostra chiacchierata diventa vostra. Buona lettura!

Stefano Lentini

Ciao Stefano! Benvenuto su “La Musica di Adry”! Inizio questa chiacchierata chiedendoti quando hai scoperto la tua passione per la musica.

Ciao! Allora, ho pensato che la musica fosse importante tante volte: a dodici anni, quando ho avuto voglia di imparare a suonare, ma anche a quindici quando stavo chiuso in camera pomeriggi interi a registrare, ma anche a venti, quando mi organizzavo la giornata per avere tempo libero per suonare. Tanti piccoli spartiacque che si susseguono. Uno importante è stato mentre preparavo l’esame per un dottorato in storia della musica, stavo leggendo un libro di Massimo Mila in cui si parlava di Schubert, pensai: è bella la storia della musica… ma io non voglio studiare la musica, voglio farla.

Il tuo nome rimanda alla composizione di colonne sonore per cinema e televisione. Ma vorrei iniziare dagli albori: negli anni ’90 hai collaborato come chitarrista con la cantante Laura Polimeno. Hai cantato nel coro della Basilica di Santa Maria degli Angeli di Roma, dove hai scritto la tua prima opera e hai avuto l’onore di conoscere il chitarrista folk inglese John Renbourn, che ha influenzato molto il tuo stile musicale. Insomma, la chitarra è sempre stata una costante nella tua vita, un po’ il filo conduttore delle tue prime esperienze nel mondo della musica. Cosa ha rappresentato questo strumento per te?

La chitarra, e in particolare quella folk, è stata tutto per me. Nei miei primi dieci anni di musica è stato il mio strumento guida, un tempio dove cercare ogni cosa, sfumature, dinamiche, espressività, generi. John Renbourn mi ha illuminato sotto tanti aspetti, tecnici, artistici ma anche umani. Era un musicista fedele alla sua natura, onesto, uno dei pochi che non è caduto nel vortice degli “album da star”, quei dischi che non sanno di niente, che non dicono nulla, che credo sia il pericolo di tutti i musicisti che raggiungono il successo, tranne ovviamente De André.

Oltre al folk, ci sono stati altri generi musicali che hanno segnato la tua formazione musicale?

Ho suonato molto heavy metal da ragazzo, ho studiato il flauto traverso e un pò di musica barocca, il liuto rinascimentale, mi sono appassionato al klezmer e a tanta musica etnica, mi sono innamorato della swing era, dei pianoforti di Chopin e della musica classica, soprattutto quella in tonalità minore. Il prog poi mi ha catapultato altrove: la scoperta dei tempi dispari, la dissonanza come evento armonico, il contrasto tra melodia e ritmo.

Successivamente ti sei laureato in Antropologia culturale e hai studiato Etnomusicologia presso la School of Oriental and African Studies di Londra. In che modo questi studi hanno influenzato sulla composizione delle tue opere?

L’antropologia è una disciplina incredibile, dovrebbe essere insegnata nelle scuole al posto delle poesie a memoria e dei nomi dei fiumi. E’ la scienza paradossale dell’uomo, di tutti gli uomini, una scienza che ti insegna che non può esistere una scienza dell’uomo, ma solo una poesia degli uomini. Per capire l’uomo devi essere creativo, elastico, aperto, curioso. Tutte attitudini che fanno parte dei nostri valori di civiltà, dei diritti che abbiamo imparato a riconoscere nei secoli. Quindi mi hanno influenzato eccome, mi hanno insegnato che non esistono regole, se non quelle che senti dentro. Ma per sentire dentro devi lavorare su te stesso, quindi mi ha insegnato a capirmi di più.

Passiamo alla tua carriera da compositore di colonne sonore cinematografiche. Diverse sono state le tue collaborazioni: da “Smart” di Leonardo D’Agostini nel 2005 a “Bakhita” di Giacomo Campiotti nel 2009, fino alle tre stagioni di “Braccialetti rossi” (2014-2016), le due di “La porta rossa” (2017 e 2019), “Gli orologi del diavolo” e “Mare fuori”, entrambe del 2020.

Che emozioni provi ogni volta che trovi davanti ai tuoi occhi lo script di un film o una fiction?

Una grande curiosità, è un viaggio che inizia e di cui non conosco la destinazione. Cerco di rimanere aperto ad ogni suggestione. Ma non basta la sceneggiatura, mi serve parlare con il regista perché la messa in scena e le motivazioni sotterranee sono tutto.

Per quest’intervista ho chiesto sui social di aiutarmi a scrivere delle ipotetiche domande. Una riguardante la colonna sonora di “La porta rossa” mi ha colpito particolarmente (in realtà, questa domanda può essere estesa a tutte le produzioni cinematografiche): la colonna sonora è stata influenzata dal montaggio cinematografico o viceversa?

Sicuramente la seconda stagione ha trovato delle musiche già confezionate e certo in alcuni casi hanno funzionato da griglia temporale. Altrove è successo il contrario e ho adattato il mio tempo su quello della narrazione. Ma in genere il montaggio delle musiche è un’operazione molto raffinata e adattiva e possiamo fare tutto. Possiamo allungare, accorciare, sintetizzare, mutare, aggiungere. Il sync non è più un problema. Il problema da non sottovalutare mai invece è la sintonia suono-immagine, la relazione segreta tra quello che vedi e quello che senti.

L’attore Massimiliano Caiazzo, alias Carmine di Salvo, in “Mare Fuori”

Passiamo a “Mare fuori”, la serie (devo essere sincera) che più di tutte ha lasciato un’impronta sul mio cuore. Un capolavoro che mi ha fatto ringraziare la vita per avermi dato la fortuna di nascere in un contesto familiare sano e presente (quando sei adolescente molto spesso non pensi alle conseguenze delle tue azioni, quindi avere a fianco la famiglia ti permette di “ritornare in carreggiata”). Una fiction che è più di una fiction bella e basta. Una serie che mi ha fatto riflettere sul mio carattere e su quelle inutili paranoie che da anni mi porto dietro. Perché sì, spesso i consigli non bastano; magari c’è bisogno anche dell’aiuto dell’arte per fissare certi insegnamenti e provare a metterli in atto nella vita di tutti i giorni. Perdonami se mi sto dilungando, ma ci tengo a mettere per iscritto le emozioni che ho provato. Prima di farti la domanda specifica, vorrei precisare che il personaggio che più di tutti mi ha dato uno schiaffo e mi ha fatto “svegliare”, aprire gli occhi, è stato quello di Carmine. Mi sono sentita piccolissima in confronto ad una persona del genere che, nonostante l’ambiente familiare e sociale in cui vive, riesce a vedere oltre e a credere nel suo sogno, è un carro armato che non si ferma davanti alle difficoltà ma che prova in tutti i modi a ribellarsi per diventare una persona migliore. È stato un personaggio di una fiction a farmi ricordare tutto ciò che negli anni le persone mi ripetevano (e mi ripetono) in continuazione: essere più sicuri di sé stessi, farsi meno paranoie e credere nei propri sogni, perché io non rischio la vita (a differenza di Carmine e, purtroppo, di tanti giovani) se provo a fare dei miei sogni una realtà.

“Making of Mare Fuori Soundtrack”

Fatta questa premessa, non posso però dire che la musica non mi abbia lasciato nessun messaggio. Grazie al tuo album (dal titolo omonimo) ho riscoperto questi messaggi “nascosti”, questa “morale della favola”, oltre ad amare il sound dell’intero album. Nell’intervista qui sopra (link youtube) hai dichiarato che hai voluto unire tracce in cui spiccava la classicità del pianoforte a tracce impregnate di rap giovanile proprio per coinvolgere diversi “livelli” sociali. Io invece ti faccio una domanda legata all’ordine delle tracce: come mai hai deciso di aprire l’album proprio con “Requiem del mare” e concludere con “Un giorno il cielo è bello”, che hanno uno stile musicale simile, e porre in mezzo colonne sonore “spezzettate” da brani di stampo rap come “‘O Mar’ For'”, “Mare fuori” e“Ddoje mane”?

Avevo due possibilità per comporre la tracklist: dividerla in blocchi oppure seguire una logica puramente estetica. Il mio primo istinto è stato di creare tre diversi dischi, uno diciamo “rap”, uno pianistico e un terzo orchestrale, ma mi sono reso conto che non avrebbe avuto senso, forse poteva funzionare per aiutare gli ascoltatori più affezionati ad un genere. Poi ho pensato che la colonna sonora doveva semplicemente rappresentare la serie e così l’ho riascoltata creando un ordine che mi piacesse, che mi permettesse di saltare da un luogo all’altro senza tralasciare nulla. Ho iniziato con “Requiem del Mare” perché espone una delle melodie centrali, ho finito con “Un giorno il cielo è bello” perché mi è sembrata una bella conclusione da un punto di vista narrativo, per il testo, per la presenza del coro, per la sua dolcezza.

Per quanto riguarda invece le differenti declinazioni del tema, si è trattato di un processo naturale di scrittura e arrangiamento, la necessità di avere sfumature differenti per momenti differenti della storia.

In cosa precisamente è cambiato il tuo lavoro in quest’ultimo anno di pandemia?

La dimensione creativa e produttiva è rimasta invariata perché il mio lavoro è sostanzialmente un’attività che si svolge in studio. Quello che è cambiato in maniera radicale è quella piccola porzione di tempo in cui ci si incontrava. L’incontro online tecnicamente non trascura nulla ma ho avuto la sensazione che facesse perdere la disponibilità verso l’altro, l’apertura, la fiducia. Mi sembra che nel meeting online ci si incontri come tante piccole monadi cristallizzate intorno alle proprie posizioni e che gli incontri diventino degli scambi di comunicazione piuttosto che degli scambi veri e propri.

Hai dei sogni nel cassetto che vorresti realizzare?

I sogni vanno tirati fuori dai cassetti! Altrimenti perdono luminosità. Ne ho uno che infatti tengo nel cassetto proprio perché non so se lo voglio realizzare: mi piacerebbe molto insegnare materie umanistiche nei licei. In verità ho anche l’abilitazione per farlo ma il tempo, purtroppo – e anche per fortuna – non me lo permette.

Grazie mille per la tua gentilezza e disponibilità!

Ma grazie a te!

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Ragazzino, “la colpa è tutta tua”! (Intervista ad Alessio Lucchese, in arte Ragazzino)

Alessio Lucchese, in arte Ragazzino

“La colpa è tutta tua” è dedicata ad una persona in particolare, ma io credo che, a prescindere da tutto, senza distinzione di genere, (…) la cosa che mi interessa più di tutte è la verità, che (…) è la chiave, il filo conduttore dei miei pezzi”. Questo è un pezzo della mia chiacchierata con Alessio Lucchese, in arte Ragazzino, cantante pop pugliese. Nel 2019 esce il singolo omonimo “Ragazzino”, nel 2020 “Scusa”, brano figlio del periodo di quarantena, ovvero di tempo passato “da innocenti in celle di isolamento” a causa di un nemico invisibile. Del 2 aprile 2021 è “l’ultima fatica” di Ragazzino, “La colpa è tutta tua”, il cui titolo ha una valenza tutt’altro che negativa. So che non c’avete capito nulla… per schiarirvi le idee, guardate il video della nostra chiacchierata:

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Siamo diventati Grandi(ne) (Intervista a Famoso Postumo)

Francesco Galiotto, in arte Famoso Postumo

“Io vorrei saper mancarti come Roma quando parti, come casa quando è tardi, stiamo diventando grandi. Non faremo come gli altri”. Questo è il ritornello di “Grandi(ne)”, nuovo singolo di Famoso Postumo. Artista romano classe ’94, Francesco Galiotto ci racconta la sua visione della vita attraverso la musica. “Famoso Postumo è Francesco. Se mi chiedi qual è il mio genere musicale, Famoso Postumo è la sola etichetta che riesco ad attaccare ai miei pezzi. E sono orgoglioso di questo”, ha raccontato Francesco durante la nostra intervista-chiacchierata. Ascoltatela cliccando sul link qui sotto:

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(S)Weet ma non troppo… (Intervista a Stefano Capece, in arte Weet)

Quando la musica è proiezione dei propri sentimenti, vissuto che si riversa come inchiostro su una pagina bianca per prendere forma e colore: è in questo momento che la musica si trasforma in arte. Oltre ogni etichetta, oltre ogni forma di legittimazione della “vera” musica e discriminazione del “mediocre”, aggettivi che non fanno altro che soffocare lo spirito creativo dell’arte stessa.

Verità, schiettezza, emozione: questo è Stefano Capece, in arte Weet. Artista dal cuore mezzo romano mezzo londinese, dalle radici rap si sposta verso il cantautorato, pubblicando “Bipolare” nel 2016, “Piovono gatti e cani” nel 2020 e “London Spritz” il 12 febbraio scorso.

Ascoltate la nostra chiacchierata per saperne di più su questo artista super talentuoso:

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Lagoona è una stanza vuota da dipingere (Intervista ai Lagoona)

“Vorrei tornare domani a Londra, ancora una volta”. Questo è il ritornello di “Londra”, ultimo brano dei Lagoona, band umbra nata nel 2017. “La Londra alla quale faccio riferimento nel brano non è la città”, dichiara Luca Chiabolotti”, frontman della band. Ma allora che cos’è di preciso Londra? Scopritelo con me ascoltando l’audio-intervista!

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Educazione professionale e musica: due passioni in un solo corpo (Intervista ad Alfiero)

Ciao! Presentati.

Ciao, io sono Alfiero, scrivo canzoni, mi piace la pizza e abito vicino il mare.

Quando hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato molto presto, ricordo la prima chitarra all’età di 10 anni e le prime “canzoni” che scrivevo perché mi annoiavo a suonare solo e sempre “La canzone del sole”. Dopo varie esperienze di gruppi nel 2017 ho deciso di iniziare il progetto solista Alfiero.

Quando hai capito che la musica non era solo una passione per te, ma una vera e propria esigenza?

Direi da subito, lo scrivere ed esternare quello che hai dentro è diventata un’esigenza fin dal primo momento in cui ho preso in mano una chitarra. C’è come un alone di magia quando si scrive una canzone, c’è uno svuotamento e una leggerezza unica che ti fa stare bene, diventa quasi una dipendenza.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento e in quale genere ti rivedi maggiormente?

Ascolto tutta la musica, non ho punti di riferimento. Però potrei elencarti gli artisti che ho ascoltato in maniera più frequente. Direi Fabrizio Moro, Lucio Dalla, Francesco de Gregori, The Lumineers, Nirvana e Placebo. Credo di vedermi più in un genere pop cantautoriale… Almeno credo 😅

Parlando di generi musicali, mi viene in mente il tuo album “Un genere solo”, uscito il 24 novembre. Perché proprio questo titolo?

Ho scelto il titolo “Un genere solo” perché credo che questo disco sia un disco sociale, parlo della società che ci circonda, del genere umano nelle sue mille sfumature, nei suoi difetti e nei suoi pregi, delle differenze. Nonostante tutto viviamo tutti sotto lo stesso cielo, dovremmo sopportarci un po’ di più perché siamo dello stesso genere.

L’album è stato preannunciato dal brano “Non mi lamento”, pubblicato il 20 ottobre. “Non mi lamento, ma ogni tanto piango in silenzio per non crear disturbo e per non sentirmi dire “Andrea sei stanco?””. Io credo fermamente che nella società di oggi, bombardata da foto di falsa perfezione e felicità vuota, molto spesso non ci si può permettere di apparire giù di morale, tristi, emotivi, umani. Questo discorso vale, purtroppo, soprattutto per gli uomini, che non possono molto spesso mostrare le proprie emozioni poiché altrimenti etichettati come “femminucce”, come maschi di serie B, come piccoli uomini. Per fortuna c’è l’arte, la musica, al di sopra delle etichette, degli stereotipi, della stupidità della gente, che eleva l’animo umano e gli permette di guadagnarsi quel pizzico di libertà assoluta che nella società non è possibile avere. La canzone fa riferimento ad un avvenimento della tua vita o ha più uno stampo generico, sociale?

“Non mi lamento” è una canzone molto intima, in cui descrivo un periodo molto difficile di una persona a me cara. Però è vero quello che dici tu: purtroppo la nostra società non aiuta a tirare fuori liberamente le nostre emozioni. Io penso che le lacrime aiutano e rendono le persone più forti. L’autenticità di una persona è fatta di emozioni. Purtroppo gli stereotipi mettono un bavaglio alla nostra libertà.

Spero che l’arte possa aiutare ad aprire gli occhi e, come dicevi tu, “sopportarci un po’ di più perché siamo dello stesso genere”, senza puntare il dito contro l’altro, anzi abbracciarlo e accoglierlo.

Tornando alla tua musica, “Arancione” è il tuo primo album. La copertina ritrae un omino stilizzato con un aquilone arancione in mano. Che messaggio hai voluto mandare attraverso questa scelta?

Il primo album era semplice, con suoni scarni e poco ricercati. Proprio questa semplicità mi ha dato l’idea di una copertina disegnata. Io di mestiere faccio l’educatore in una casa famiglia e quindi sono circondato da bambini, l’idea della prima copertina è stata anche la loro.

Che bello rendere i bambini protagonisti di una cosa così bella come l’arte! Con la loro semplicità e la loro perspicacia rendono tutto migliore.

Un’ultima domanda: qual è il tuo sogno nel cassetto, quali i tuoi progetti futuri?

Il mio sogno nel cassetto è quello di continuare a fare musica, arrivare a 70 anni e avere ancora qualcosa da dire. Progetti futuri tanti… Ho mille idee… Spero di realizzarle presto.

E io te lo auguro con tutto il cuore. Grazie per il tuo tempo!

Ma grazie a te Adry!

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Il mostro Godzilla non è poi così cattivo (Intervista a A Smile from Godzilla)

(Foto di Giuseppe Carrella)

Ciao!  Presentati.

Ciao Adriana, mi presento: sono Daniele, in arte A Smile From Godzilla e vengo da Napoli, la mia città natale. Questo progetto musicale, partito inizialmente come un gioco e in formato duo (chitarra e batteria), nel giro di pochi mesi è diventato uno dei miei canali di espressione più importanti. Mi esibisco anche come artista di strada proponendo alcune cover e gran parte del mio repertorio.

“A Smile from Godzilla”: perché proprio questo nome?

Quando ero piccolino ero ossessionato dai dinosauri e dai mostri, specialmente quelli creati in laboratorio. Ho voluto far trasparire il bambino che c’è in me con un progetto che non ha niente a che fare con i dinosauri ma che sicuramente prende tanto dal mio immaginario.

Un sorriso da Godzilla è una pacca sulle spalle, una rassicurazione che mi viene data nei momenti di sconforto proprio da quel mostro che ho tanto amato in un film del 1997, un mostro, il “cattivo” della situazione , che invece per me ha sempre rappresentato la bellezza e le meraviglia della vita. Il nome del progetto mi ha dato sempre l’idea di un gruppo hardcore giapponese, la mia intenzione iniziale era quella, ma alla fine mi sono ritrovato a cantare canzoni tristi chitarra e voce.

(Foto di Giuseppe Carrella)

Quando hai scoperto il tuo amore per la musica?

Il mio amore per la musica l’ho scoperto alle medie, tra i banchi di scuola. Devo tutto a mio padre che da piccolo suonava alla chitarra alcune canzoni di Lucio Battisti e Adriano Celentano mentre io lo seguivo distruggendo una batteria Bontempi. Più dell’amore per la musica, sono stato da sempre attirato dall’idea di creare musica, dallo scrivere canzoni e far nascere un’idea dal nulla. Da piccolino, mi circondavo di strumenti musicali, anche quelli giocattolo, in quei momenti mi sentivo libero e in un profondo stato di spensieratezza. Vorrei registrare un secondo disco cercando di captare e trasferire quello stato emotivo in note.

Quali sono le tue influenze artistiche maggiori?

Sono stato influenzato musicalmente da numerosissimi gruppi dell’ambiente musicale britannico. Gli Oasis e in particolare la voce di Liam Gallagher mi hanno trasferito la passione per il canto, ma più che nella voce c’era qualcosa nel suo atteggiamento che mi faceva impazzire. La voglia di arrivare in alto, senza muoversi di un metro dal microfono, con un’arroganza che amo ancora vedere sul palco nelle band e nei progetti artistici. Ad un certo punto della mia vita, da quando ho scoperto il genere Antifolk e la band “The Moldy Peaches”, sono letteralmente ossessionato dell’imperfezione aartistic. Ho iniziato ad ascoltare veri e propri outsiders come Daniel Johnston, Mac De Marco, Courtney Barnett ed altri artisti dove la qualità sonora veniva messa in secondo piano rispetto alla qualità artistica e le scelte stilistiche delle melodie presenti all’interno delle canzoni. Sono alla continua ricerca del  suono imperfetto, pur restando fedele alle linee guida del “do it yourself”!

L’uso della lingua inglese è influenzato dai tuoi generi musicali di riferimento?

Si, ho da sempre avuto una preferenza sul suono della lingua inglese ma soprattutto negli ascolti musicali. In Italia ho avuto tantissimi miti e ho cantato anche in italiano in passato, ma la mia voce non la sento “programmata” per questa lingua, mi dà l’impressione di essere qualcosa di étrange, di estraneo.

Nel 2018 esce “Monday Morning”, il tuo primo album. L’hai intitolato in questo modo per descrivere la malinconia che assale tutti il lunedì?

Questo disco è stato prodotto nella sala prove Vipchoyo Sound factory. È stato in quel momento che Giacomo Salzano, il proprietario della sala e dell’omonima etichetta, ha voluto investire le sue competenze e il suo tempo per produrre questo disco. L’album è stato registrato nell’estate del 2018, lì in sala c’era una forte umidità e la cosa non ci dispiaceva affatto rispetto ai 40 gradi di temperatura che c’erano all’esterno tra le strade del centro di Napoli . Durante le registrazioni, abbiamo notato che il giorno più frequente in cui ci incontravamo io e Giacomo era proprio il lunedì mattina. Abbiamo pensato di dare insieme questo titolo al disco e alcuni mesi dopo ho scoperto che alcuni anni prima era stata pubblicata una famosa canzone con lo stesso titolo dai Pulp. Le canzoni del primo disco sono nate di getto, riarrangiate con pochi strumenti e in alcuni casi anche in presa diretta. Sono davvero contento del risultato, e ci tengo a precisare che questo disco non sarebbe mai uscito se non ci fosse stato Giacomo. Racchiude un’importante periodo della mia vita e la positività presente all’interno del disco era la cosa che maggiormente volevo tirare fuori da quelle canzoni.

“Carillons” è il tuo ultimo singolo uscito il 22 dicembre 2020, che anticipa il tuo album in elaborazione. Parlami un po’ del brano.

“Carillons “è nata poco prima delle vacanze natalizie. Il natale per me è un periodo dell’anno molto strano, nel corso degli anni come per molti miei coetanei, ha perso quel valore che gli attribuivamo da bambini. Il brano l’ho scritto immaginandomi due personaggi fantastici, il signor Tom e la signora Cookies, due persone incompatibili, contraddittorie e irriverenti, alla ricerca della propria felicità, con un pizzico di rabbia repressa. L’ho registrato con il registratore vocale del cellulare e questa sarà una prerogativa del secondo album, anche se Carillons non farà parte del disco, l’ho immaginata più come una storia di passaggio.

Quali progetti hai intenzione di realizzare prossimamente, e quali ti piacerebbe realizzare in futuro? Hai dei sogni nel cassetto?

In questo momento sto pensando che dovrò iniziare a registrare il secondo disco. Ad un certo punto senti che qualcosa deve uscire. Rispetto al primo disco ci sarà ancora più introspezione e rumori di fondo. Sarà un album estremo.

Mi piacerebbe fare tantissime collaborazioni con artisti che stimo nella mia città e ricominciare a portare la mia musica in giro per l’Italia sia per strada che nei locali come avevo iniziato a fare nel 2019 e il 2020. Come progetti futuri adesso per quello che stiamo vivendo è già un sogno ricominciare a “progettare” un tour. Ho moltissimi sogni nel cassetto, ma cerco di non pensarci troppo altrimenti i pensieri inizierebbero a prendere il sopravvento e mi agiterei parecchio . Però ecco, un sogno nel cassetto sarebbe quello di vivere in modo zen facendo musica e con la mente libera.

Grazie per questa chiacchierata!

Grazie a te per la disponibilità!

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Il Befolko: il “buon selvaggio” rousseauiano contemporaneo (Intervista a Roberto Guardi, in arte Il Befolko)

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Roberto Guardi, in arte Il Befolko, ho 28 anni e sono un cantautore e percussionista napoletano. La musica mi accompagna fin dalla tenerissima età, scrivo canzoni dal 2011. Dormo poco, fumo abbastanza e mi sento più anziano della mia età; mi sarebbe piaciuto vivere negli anni ’70, amo viaggiare e ho uno spirito vagamente hippie. Sono una persona curiosa, mi piace cercare ciò che è nascosto, dimenticato. Sono un filologo un po’ archeologo, amo la musicologia e la dialettologia. 

Come mai questo nome particolare? È forse un pun per fare riferimento al genere folk?

Esatto, il nome è prima di tutto un gioco di parole per richiamare la musica folk e anche la sua attitudine, che credo risieda nella semplicità, nella spontaneità, nel cercare gli aspetti più concreti della vita. Poi vi è un altro gioco di parole, quello legato all’aggettivo “bifolco”, usato generalmente per indicare i campagnoli e, in modo dispregiativo, per additare qualcuno che sia scarsamente incivilito. Secondo me invece un bifolco è soltanto il portatore di una civiltà differente ma nient’affatto inferiore, un po’ come il “buon selvaggio” di Rousseau. Mi considero un bifolco di città, vorrei vivere in una realtà più appartata, più lenta, più arretrata, più concreta, più a misura d’uomo. 

A proposito di generi musicali, ti rivedi in uno solo o ti piace giocare con vari stili?

Mi rivedo in primo luogo nel folk, quello acustico chitarra e voce fatto di arpeggi lenti e di atmosfere malinconiche e sognanti. Poi adoro il funk, la world music, il rock progressivo. Mi piacciono molto i generi ritmati, amo le contorsioni, i controtempi, i cambi inaspettati e il levare molto più del battere. Mi affascinano anche le sonorità che provengano da culture lontane, differenti dalla nostra. 

Il tuo genere musicale si riflette sicuramente nella scelta del napoletano come lingua e filo conduttore di un po’ tutti i tuoi brani. Ti sei ispirato a qualche artista della scena partenopea, tipo Pino Daniele?

A livello linguistico probabilmente si, ma involontariamente. Se si scrive in napoletano Pino Daniele è un modello con il quale ci si trova a dialogare continuamente anche senza accorgersene. Qualcosa mi accomuna sicuramente a lui, ad esempio la scrittura di brani molto brevi, ma per quanto riguarda il napoletano impiegato credo che il suo fosse più articolato, più criptico, mentre il mio molto più rudimentale. Musicalmente parto con l’intenzione di pescare altrove ma potrebbe accadere di richiamare Pino. L’idea di assomigliare a qualcuno non mi fa impazzire, ma se si trattasse di Pino sarebbe esclusivamente un grande onore. 

“Isola metropoli” è il tuo primo album, uscito nel 2017. Come mai questo nome?

Il nome nasce da due nomi, a loro volta due concetti, in apparenza antitetici ma in realtà simbiotici.  Riflettevo sulla figura del cantautore, che è “isola” in quanto portatore di un proprio modo di percepire e raccontare la realtà ma al contempo “metropoli”, poiché nella scrittura di canzoni finiscono anche le storie degli altri, quelle dei luoghi e così via. Da un lato, quindi, la propria interiorità più profonda e dall’altro la necessità di mischiarsi con tutto il circostante. La malinconia, il raccoglimento interiore, il silenzio della notte ma anche i rumori, gli odori, le “scene” della città. In tutte le canzoni vi è questo dualismo, sempre ben presente.

“Gioco del silenzio” è il tuo secondo album pubblicato tre anni dopo, nel 2020. Qual è il tema cardine delle nove tracce?

Il tema cardine è in primo luogo l’assenza di parole, il “silenzio” inteso in questo senso. Mi piaceva in assoluto l’idea di lavorare a un disco strumentale, che nasce anche da una personale momentanea crisi di fiducia nella parola, troppo spesso utilizzata per confondere le acque, per gettare fumo negli occhi. Credo che i troppi mezzi di comunicazione abbiano finito per impoverire la stessa: parliamo troppo ma sempre troppo poco per dirci davvero qualcosa di importante. Di contro, invece, il silenzio si configura come una comunicazione forse più debole ma estremamente più efficace. Da questa svalutazione della parola viene anche la scelta, per le canzoni, di titoli che sono quasi parole a caso. Altri temi cardini del disco sono la brevità e la volontà di “giocare” con la musica, sperimentando quanto più possibile in tempistiche risicate.

“O’ muorto”: il tuo ultimo singolo, uscito il 21 gennaio. Com’è nato questo brano?

Il brano nacque in seguito a una serata di bagordi con amici, ci successe un simpatico “incidente” e appena tornai a casa raccontai in qualche modo ciò che avevamo vissuto ma un po’ cripticamente e anche creando una certa simulata tragicità che in realtà non ha motivo di essere. Una canzone disimpegnata, leggera, volutamente equivoca. Musicalmente, invece, è un incrocio tra paesaggi sonori differenti: l’America un po’ country, l’Inghilterra psichedelica e vagamente celtica e la cumbia peruviana. Mi rendo contro che la canzone non abbia un senso per nulla chiaro, ma il video lascia intuire! In esso ho coinvolto gli stessi amici di cui sopra, mentre la sceneggiatura è stata scritta da un altro grande amico. La volontà era quella di essere buffi, comici, di delineare un’atmosfera un po’ western, se vogliamo anche noir e straniante. Le riprese sono state un’esperienza assai divertente, vestire i panni del cassamortaro, “schiattamuorto” per i napoletani, è stata una piacevole follia.  

“Riesta n’atu appoco” è il brano che anticipa “O’ muorto”. Gli ultimi versi del brano recitano: “E rire, rire, e chianu chianu sponta ‘o jjanco a miezo ‘o nniro, ognuno torna a casa ‘e ccose soje e s’accumencia d’ ‘o capo n’ ata vota”, ovvero “Tra una risata e un’altra piano piano spunta il bianco in mezzo al nero (credo spunti la luna, cioè si fa sera), ognuno torna a casa a sbrigare le proprie faccende e si comincia da capo un’altra volta”. Si parla dunque del ciclo monotono della vita, un susseguirsi di albe e tramonti, di giorni e di notti, ai quali l’amore deve reagire per non diventare piatto, monotono e dunque sfiorirsi.

Credo sia estremamente affascinante il fatto che ciascuno veda cose completamente diverse in uno stesso testo, nelle sue parole, e che interpreti perciò a modo proprio. Non ci ho mai visto questo ma è un’interpretazione che mi dà da riflettere. Provo a spiegare quello che per me significano questi versi: “il bianco che spunta dal nero” ha almeno tre significati e cioè l’albeggiare, il sorriso che spunta da una foltissima chioma di capelli neri e la serenità che riesce a sopraffare il buio interiore. “Ognuno torna a casa propria” invece indica propriamente la definitiva separazione di due persone, che tornano a casa fisicamente e che “lasciano la casa” che stavano “costruendo” insieme. Il “ricominciare daccapo” è, infine, l’insieme dei passi da dover muovere, controvoglia, dopo un percorso forzatamente interrotto. 

Progetti futuri? Collaborazioni con altri artisti?

Il futuro è quanto mai incerto e misterioso, il desiderio sarebbe quello di tornare a suonare presto e farlo il più possibile. Un tour che mi porti nuovamente a girare per l’Italia sarebbe l’ideale! In primavera uscirà il mio terzo album, spero insomma mi permetta di fare cose e vedere gente. In quanto alle collaborazioni ho un po’ di progetti in cantiere già parzialmente avviati: sto lavorando a dei brani con il cantautore romano Riccardo Pasquarella con il quale ho stretto una bellissima amicizia e un simile sodalizio mi lega anche ad una band messinese, “La Stanza della Nonna”, e c’è almeno una canzone che mi piacerebbe sviluppare insieme a loro. Poi sto sviluppando un altro progetto con amici storici, in veste però di percussionista. Insomma, si lavora anche a lume spento!

Grazie mille per il tuo tempo. È stato davvero un piacere chiacchierare con te!

Ma grazie a te per la tua disponibilità!

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“Vivo per essere arte” (Intervista a Salvo Alfieri)

Ciao! Presentati!

Ciao, sono Salvo Alfieri ma per gli amici ormai Sidney/Sid. Siciliano trapiantato a Firenze, sono semplicemente un amante e devoto all’arte e a tutte le sue forme.

Quando hai scoperto l’amore per la musica?

L’amore per la musica è arrivato a 14 anni quando ho scoperto il punk grazie ai Ramones e Sex pistols e iniziai così a suonare il basso. Nasco bassista ma poi presi anche a suonare la chitarra e a cantare.

Quali sono le tue influenze musicali principali?

Come dicevo prima, a 14 anni arrivò il punk e i suoi derivati: l’hardcore, l’emo ecc. Poi a 16 anni passai alla chitarra perché fui tra volto dal grunge. Poi dopo a 18 ho iniziato ad ascoltare e apprezzare tutta la musica, infatti ascolto di tutto. Da artisti di musica classica come Mozart, di cui sono innamorato, fino alla trap d’oggi. Quindi mi faccio influenzare da tutta la musica che ascolto o che ho ascoltato.

Nel 2015 fondi la band “Overcoma”, di cui sei voce e scrittore. Con loro pubblichi due EP: “Ambrosia” e “Gloaming EP”. Perché questi due nomi? Quali le somiglianze (se ce ne sono) e differenze tra i due EP?

Ambrosia”, uscito nel 2018, è stato il mio primo album. Avevo scritto le tracce dell’album tra il 2015 e il 2016, dunque l’intero disco parla della relazione amorosa vissuta in quegli anni. Ambrosia è un concept ispirato all’inferno di Dante. Infatti ognuna delle 8 canzoni rappresenta un girone di una categoria che ho vissuto e di cui sono stato “Peccatore” (e forse lo sono ancora hahaha). È pieno di rifacimenti alla cultura greca, in quanto io ne sia amante e alla poesia in generale. Invece “Gloaming EP” è uscito nel 2019, interamente creato durante i 3 giorni della settimana santa ( i riferimenti a Dante sono tanti nella mia vita) ed è un EP di 4 brani già “esistenti” ma mai pubblicati tranne che in qualche demo o live. L’unico inedito è “Gloaming” appunto da cui prende il nome. Rappresenta il disco di passaggio fra i vecchi ‘Overcoma’ ed i nuovi, ovvero quelli del prossimi lavori in uscita. Oltre a cambiare la lingua, è cambiato sicuramente anche il sound.

Tu non sei soltanto un cantante e musicista, ma anche scrittore e poeta. A settembre 2019 è uscito il tuo primo libro di poesie, “Il bacio di Venere”, testi che hai riportato in musica con un’altra band, i Renoir. Come mai hai scelto di fondare un’altra band?

Sì, nel 2019 ho scritto e pubblicato il mio primo libro di poesie e non essendo convinto della loro “essenza”, le ho volute cantare, o meglio urlare, in un contesto musicale. Così fondai i Renoir. Un gruppo molto più “poetico” degli “Overcoma” e con un impronta molto più grezza ed old school.

Con i Renoir hai pubblicato altri due EP, “Stato d’animo” e “Tutto quello che non avrei mai voluto”, entrambi nel 2020. Come mai questi titoli? Che argomenti trattano?

I “Renoir” sono un po maledetti in quanto nati a fine 2019 ed inizio 2020. Fra un lockdown e un altro, siamo comunque riusciti a pubblicare due EP. Il primo è stato fatto molto di getto, con poche pretese e ricerche sonore. Il secondo, in formazione completa, è più strutturato ed elaborato da parte degli altri musicisti, anche se si sente e rimane la mia impronta old school. Il titolo del primo è semplice, è praticamente la parola chiave di quei pezzi/poesie scritte. Invece il secondo è frutto della mia ennesima relazione andata male, dopo due anni. Entrambi gli EP sono stati prodotti a Modica, al Pausa Studio di Salvo Puma e distribuiti dalla Lost Generation e Ciaor Records.

Io so che sei anche un pittore. Raccontami un po’ di quest’altra tua passione.

Già, mi sono innamorato del disegno sin dall’asilo. Ho tantissimi malloppi di disegni di quell’epoca. È stata, ed è, la mia prima passione. Ho fatto il liceo artistico e ora sto per laurearmi in arti figurative all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Ho già fatto 3 mostre, e non vedo l’ora di continuare a mostrarvi la mia arte.

E, come ciliegina sulla torta, stai studiando regia. Dire che tu sei un artista poliedrico è poco😂. Come riesci a conciliare tutte queste passioni? Inoltre, c’è già qualche progetto pronto?

Sì, studio anche regia, in quanto sono amante del cinema. Sto producendo il mio primo film, previsto per il 2022 e sta per uscire il mio primo documentario fatto sulla scena musicale ragusana, di cui ci farò il mio prossimo libro.

Mi piace tenermi occupato per non darmi in pasto alla noia, da buon decadente combatto la noia, lo spleen ogni giorno. Mi cibo di arte e faccio questo. “Vivo per essere arte”, mi ha insegnato Oscar Wilde.

Sì, ho progetti futuri inediti che mi farebbe piacere anticipare un po’ in questa chiacchierata. Oltre a scrivere il mio prossimo libro, a produrre i miei primi film e a lavorare ai prossimi album con i miei due gruppi, sto lavorando ad alcuni miei progetti da solista come Lil Sidney … a breve magari ne inizierò a parlare. Sto realizzando il primo EP con tanti altri artisti e sarà un mix fra emodrill, emotrap e trap old school! Insomma, ce ne saranno delle belle!

Grazie mille per questa piacevole chiacchierata. Ti auguro il meglio!

Ma grazie a te per lo spazio che hai ritagliato nel tuo blog per me!

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Sogno o son desto… Voodoo Dream! (Intervista a Michele Boni)

Ciao! Presentati.

Ciao! Mi chiamo Michele Boni e sono un chitarrista, polistrumentista, docente e compositore originario di Napoli ma stabile da quasi dieci anni a Milano.

Quando hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato a fare musica in giovane età approcciandomi alla chitarra classica, poi pian piano ho cominciato ad appassionarmi ad altri strumenti cordofoni.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che volevi vivere di musica?

La mia passione per la musica nasce come una vera e propria folgorazione!

Ricordo che dal primo momento in cui ho preso in mano una chitarra ho capito che la musica sarebbe stata molto più che una semplice passione.

Sinceramente non ho mai avuto dubbi su ciò che avrei voluto fare da grande ma se esiste un momento in cui ne ho avuto la certezza assoluta è quanto quando per la prima volta sono salito su un palco importante come quello dell’Ariston di Sanremo.

Ho avuto l’adrenalina addosso per giorni ed ho pensato :” Sì, questa è la vita che fa per me”.

“Voodoo Dream” è la prima traccia del tuo album “In Compass Time”. Cosa significa per te “Voodoo dream”?

Comincio dicendo che ancora non ho una data esatta di uscita poiché, in periodo di Covid, mi sono preso un attimo di tempo per attendere gli sviluppi riguardanti la musica live e l’industria discografica.

Ho scelto di esordire con il singolo “Voodoo Dream” perché mi ha dato la possibilità di girarne il videoclip nella mia amata Procida. Questo titolo deriva dal fatto che ho scritto questo brano in tardissima notte sul mio terrazzo procidano mentre ero in uno stato tra il sonno e la veglia, ed è quindi per me un vero e proprio sogno lucido nato tra i colori dell’alba che si riflettevano sul borgo della terra murata ed il porticciolo della Corricella.

All’inizio il brano è caratterizzato dal suono solista del Charango, accompagnato poi dalle onde del mare dell’isola di Procida, in cui è stato girato in video, dal basso, dai tamburi e dagli archi. I vari strumenti, in piena armonia tra loro, creano una melodia esotica, dando all’ascoltatore quasi l’impressione di essere trasportato nell’isola, sentire l’odore del mare e ammirare il paesaggio mozzafiato.

Questo era un po’ il mio obiettivo, far viaggiare le persone con la musica (per ora ci accontentiamo dei viaggi “mentali”).

Riguardo gli strumenti, il Charango ha origini peruviane, simile per certi versi ad un ukulele ma con un suono sicuramente più esotico.

A contribuire a questo sound esotico ci sono due strumenti in particolare, ovvero il duduk (flauto di origine armene che ricorda il suono di una voce umana) ed il flauto di pan (detto anche zamponha), entrambi suonati da musicisti stranieri, cosi come le percussioni. Ho cercato di unire le influenze marcatamente etniche di questi strumenti con un senso melodico e ritmico più “pop” e per certi versi europeo.

Una delle cose più belle che mi ha offerto la vita fin ora è stata quella di poter viaggiare con la musica e per la musica. Ho suonato molto in giro per il mondo con musicisti di tantissimi Paesi diversi, e molti di loro sono presenti in questo disco.

Le sonorità di quest’album, infatti, derivano molto dai musicisti che vi hanno partecipato e Voodoo Dream ne è solo un piccolo assaggio!

Potrete infatti sentire sezioni di percussioni dal Brasile o dall’India, flauti dall’ Irlanda, Bandoneon dal Chile, Duduk dalla Turchia, Kalimbe da Capo Verde e tanto altro ancora che porteranno la vostra immaginazione in giro per il mondo a tempo di bussola!

Il video di “Voodoo Dream” ha ottenuto il Patrocinio del Comune da parte dell’Assessore alla Cultura dell’Isola. Non male direi!

Come ho sempre tenuto a specificare durante la campagna pubblicitaria per questo singolo, Procida per me non è solo una seconda casa ma è la mia isola felice, di cui mi sento cittadino a tutti gli effetti.

Girare il mio primo videoclip da solista in questi luoghi è stata una scelta di cuore ed aver ricevuto il patrocinio onorario dall’assessorato al turismo è ragione di grande orgoglio per me.

Il merito per tutto questo devo sicuramente condividerlo con una art director di eccezionale talento, nonché carissima amica, Irene Sarlo. Grazie alla sua mano delicata ed esperta siamo riusciti ad ottenere un risultato di cui vado molto fiero e che ci sta dando moltissime soddisfazioni in Italia e nel mondo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Come dicevo ad inizio intervista, in questo periodo di forti incertezze è difficile fare programmi senza sapere quando riprenderanno le stagioni concertistiche.

Posso però dirvi che sto scrivendo un metodo di ukulele e sto lavorando con alcuni artisti pop tra cui Gaia Gozzi, quest’anno a Sanremo.

Per il resto spero di ritornare sui palchi italiano ed esteri quanto prima possibile!

Grazie mille per il tuo tempo. È stata una bella chiacchierata! Ad maiora semper!

Grazie a te Adry!

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