Vorrei che la rabbia fosse soffice… ♥ (Intervista a Matteo Faustini)

Immagine presa dal profilo instagram di Matteo Faustini

Il periodo che stiamo vivendo è sicuramente molto complicato e delicato. Guardiamo però il lato “positivo”: abbiamo più tempo libero e per riflettere su noi stessi e su chi ci sta accanto. In questo compito ci aiuta l’arte in generale e, nel mio caso specifico (e per tutti coloro che condividono la mia stessa passione), la musica. Lei è l’unica che mi fa calmare quando sono arrabbiata, che mi abbraccia nei momenti tristi (giuro, in questo periodo di quarantena abbiamo mantenuto le distanze di sicurezza 😝) e condivide la mia gioia nei momenti felici. In questo periodo ho avuto modo di ascoltare “Figli delle favole”, album di Matteo Faustini, partecipante di Sanremo 2020 nella categoria “Nuove Proposte”, e sono rimasta davvero colpita dai temi presenti nei suoi 11 brani: dalla passione per la musica al bullismo all’amore che tiene testa alle avversità della vita. Tutto ciò con il mondo Disney nello sfondo, ma non per questo gli argomenti sono trattati in modo puerile, anzi.

Non voglio aggiungere nient’altro, vi lascio guardare la mia chiacchierata con questo cantautore assurdo! Scorrendo giù trovate anche il link youtube dell’album “Figli delle favole” . Io vi consiglio di ascoltarlo … resterete a bocca aperta!

Quindi … buon ascolto! ♥

Maschilismo e femminismo: due facce della stessa medaglia? (Intervista a Chiara Volpato)

Tecla Insolia al festival di Sanremo 2020

“In fin dei conti noi siamo di passaggio, come le rondini, come l’8 Marzo, e non basta ricordare di una festa con un fiore se qualcuno ci calpesta”.

Questo è un piccolo pezzo estratto dal brano “8 Marzo”, con cui Tecla Insolia ha debuttato il mese scorso alla categoria Giovani del Festival di Sanremo, classificandosi seconda.

Ecco il link del video ufficiale e il testo della canzone:

In fin dei conti la vita è come un viaggio
Comincia con un pianto dopo l’atterraggio
Facciamo giri immensi ed ogni coincidenza che perdiamo
È un nuovo punto di partenza
In fin dei conti noi siamo di passaggio
Come le rondini, come l’8 marzo
E non basta ricordare di una festa con un fiore
Se qualcuno lo calpesta

E nelle vene gli anticorpi alla paura
I silenzi che ci fanno da armatura
È resilienza, io so la differenza
Tra uno schiaffo e una carezza

Siamo petali di vita
che hanno fatto un giorno la rivoluzione
Respiriamo su un pianeta senza aria
Perché il buio non ha un nome
Hai capito che comunque dal dolore
Si può trarre una lezione
Ci vuole forza e coraggio
Lo sto imparando vivendo
Ogni giorno questa vita

La verità
Siamo candele nella notte
A illuminare mentre la gente chiude porte
Nei maglioni lunghi e a nascondersi nel niente
Dagli sguardi di chi resta indifferente

Abbiamo dato e troppo poco ci è concesso
Certe lacrime non chiedono permesso
E nello specchio, negando l’evidenza
Chiamarlo amore quando è solo dipendenza

Siamo petali di vita
Che faranno un giorno la rivoluzione
Respiriamo su un pianeta senza aria
Perché il buio non ha un nome
Hai capito che comunque
Dal dolore si può trarre una lezione
Ci vuole forza e coraggio
Lo sto imparando vivendo
Ogni giorno questa vita

Se ci crolla il mondo addosso
Come sempre ci rialziamo
Nonostante a volte uomo non vuol dire essere umano
Per tutto il sangue che è stato versato

Siamo petali di vita e la violenza non ha giustificazione
Respiriamo su un pianeta senza aria perché il buio non ha un nome
Hai capito che comunque dal dolore
Si può trarre una lezione
Ci vuole forza e coraggio
Lo sto imparando vivendo
Ogni giorno questa vita

In fin dei conti noi siamo di passaggio
Come le rondini, come l’8 marzo
E non basta ricordare di una festa con un fiore
Se qualcuno ci calpesta

Un testo profondo, per niente scontato, che mette in risalto le condizioni in cui tutte le donne sono costrette a vivere quotidianamente. E questo non perché vogliano fare le vittime (anche perché non ne hanno bisogno), ma semplicemente perché è la verità. Viviamo in una società pregnata di “sessismo benevolo”, cioè di gesti volti all’eccessiva protezione nei confronti di soggetti così fragili e deboli, come se le donne fossero bambole di porcellana.

L’anno scorso, durante una conferenza organizzata dalla SDS di Lingue e Letterature Straniere di Ragusa Ibla ho avuto l’onore di chiacchierare con Chiara Volpato, professoressa di Psicologia Sociale presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, nonché scrittrice del libro “Psicosociologia del maschilismo” (un libro che consiglio a tutti, uomini e donne, di leggere, perché tratta di tematiche riguardanti entrambi i sessi).

Questo libro ha cambiato letteralmente la mia percezione del mondo maschile e femminile, mi ha aiutato a cancellare un po’ di stereotipi e pregiudizi che, ahimè, avevo, mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto vedere le cose in modo diverso. Approfitto dunque di quest’occasione per ringraziare la Prof.ssa Volpato per aver impresso su carta le sue conoscenze e, naturalmente, per avermi concesso un po’ del suo tempo per parlare di un tema così delicato.

Prima di lasciarvi all’intervista, però, voglio anticiparvi che qualche giorno ho scritto un monologo sulla violenza sulle donne (e non solo). Pubblicherò un altro articolo in merito, per evitare di appesantire ulteriormente questo (https://passionfor.music.blog/2020/03/08/siamo-petali-di-vita-e-la-violenza-non-ha-giustificazione/).

Detto ciò, buona lettura!

Chiara Volpato

Quando ha preso coscienza della sua passione per la psicologia, e quando ha deciso di intraprendere questo percorso?

Non molto presto, perché io prima mi sono laureata in lettere. Ero molto appassionata della storia, infatti mi sono laureata in storia contemporanea. All’inizio non volevo insegnare alle scuole medie o superiori, anche se poi l’ho fatto. La mia passione molto forte per la psicologia, però, mi ha portato ad iscrivermi nuovamente all’università. Volevo concentrarmi sulla neuropsicologia e sulla psicologia sociale, che è tra l’altro la branca della psicologia più vicina alla storia, perché bisogna studiare la psicologia applicata alla società, quindi l’individuo studiato all’interno di una comunità. Dunque possiamo dire che abbia iniziato a studiare psicologia verso i 23/24 anni.

È stata subito appoggiata dai suoi familiari o ci sono stati degli screzi con loro?

Gli scontri ci sono stati prima, perché io avrei voluto fare medicina. In questo non sono mai stata sostenuta, avevo molto lottato per fare il liceo, ma secondo i miei dovevo fare il magistrale. Dopo la terza media sono riuscito a vincere la battaglia, nel senso che sono riuscita a convincere i miei a mandarmi al liceo classico, dopodiché sono stata io a rinunciare al percorso medico, perché nel momento in cui dovevo iscrivermi a medicina mi sono un po’ spaventata, tant’ è vero che ho deciso di iscrivermi alla facoltà di lettere invece che in medicina.

Passiamo al libro “Psicosociologia del maschilismo”: è ovvio dedurre perché abbia pensato di parlare di psicosociologia, dato la sua passione per la psicologia sociale, ma perché concentrarsi sul maschilismo? Di solito sentiamo parlare dei movimenti femministi, quindi di una rivendicazione dei diritti della donna considerata come il sesso più debole,  opponendola all’uomo, socialmente considerato come il sesso più forte. Quindi ha deciso di concentrarsi sul sesso forte e non sul sesso debole proprio perché si parla sempre delle conseguenze e mai delle cause?

Allora, intanto io non ho mai pensato che le donne siano il sesso debole, l’ho considerata sempre una stupidaggine. Ho sempre pensato che le donne abbiano una resilienza, una capacità di affrontare le cose assurda ( ho sempre visto donne  forti nella mia famiglia). Al di là di questo, penso che il problema siano gli uomini, non le donne! Può sembrare un discorso ironico, paradossale, perché va a ribaltare completamente la situazione. Sono loro che hanno bisogno di fare i forti proprio perché sono deboli!

A parte questo, mi è sempre interessato studiare la causa, perché la disuguaglianza è sbagliata e bisogna superarla andando a studiarne le cause e non le conseguenze.

Quindi secondo lei quale potrebbe essere la medicina ad una malattia chiamata stereotipo?

Bisogna sapere che lo stereotipo c’è, esiste, è tangibile. Bisogna fare attenzione e bisogna volerlo cambiare. Betty Frida diceva che una serie di donne si adatta molto bene allo stereotipo, perché è più comodo adattarsi. Ci sono ad esempio ricerche che mostrano che anche le donne che accettano il sessismo benevolo sono più felici delle donne che  lottano, perché è appunto più comodo.

È verissimo. Ieri stavo scrivendo le domande per questa intervista, e pensavo ad un episodio che mi è successo qualche mese fa a Roma. In occasione del sinodo dei giovani con Papa Francesco io, insieme ad alcuni ragazzi dell’oratorio Salesiano di Gela , siamo stati a Roma per tre giorni e abbiamo dormito, insieme a molti altri ragazzi provenienti da tutto il mondo, al Circo Massimo. Si può dunque immaginare la stanchezza derivante da un’esperienza simile. Il terzo giorno mi sono accorta del fatto che un ragazzo era particolarmente stanco e doveva portare delle bottigliette d’acqua. Aveva poggiato un attimo questa cassetta d’acqua a terra, allora ho pensato di prenderla io e di portarla al posto suo. Me l’ha tolta dalle mani, e neanche dopo 30 secondi ha chiesto a un suo compagno di portarla lui per tutto il tragitto.

È proprio questo il sessismo benevolo!

Una frase che mi viene in mente nel momento in cui si parla di sessismo benevolo è quella che Giovanni Falcone ripeteva sempre: Gli uomini non piangono.

Purtroppo c’è una cultura che li ha socializzati in questo modo. Sono prigionieri tanto quanto le donne di una cultura che non fa uscire in toto la personalità di un soggetto, costringendolo dunque a reprimere molto spesso le proprie emozioni. Perché se un uomo piange è una femminuccia, come se alle donne sia concesso di piangere perché, nella mentalità comune, sono fragili, a differenza dell’uomo che deve “difendere” la propria mascolinità e la propria virilità.

Non deve essere facile indossare una maschera sempre.

Assolutamente. Volevo chiederle un’ultima cosa: secondo lei le donne approfittano spesso della loro condizione per trarne beneficio?

Credo che certe volte, purtroppo, si faccia.

Ed è proprio questo atteggiamento a dare forza al maschilismo, perché si pensa che le donne abbiano ormai preso il potere di tutto, e che quindi controllino gli uomini.

 Questa è una stupidaggine! Basti guardare i dati statistici. Se fosse vera una cosa del genere, ci sarebbe Hillary Clinton al potere e non Trump! Se fosse vera una cosa del genere, le donne a lavoro verrebbero pagate più degli uomini e non al contrario.

Penso che siano atteggiamenti umani sbagliati, al di là del sesso maschile o femminile, dunque penso che questo sia un atteggiamento sessista per controllare meglio le donne che vorrebbero ribellarsi, quindi per farle stare al loro posto.

Quindi lei pensa che l’Italia sia da questo punto di vista arretrata?

Dipende tutto dalla nazione con la quale la si compara. È ovvio che se si fa un paragone con la Scandinavia, sicuramente l’Italia è in netta inferiorità. Però bisogna anche dire che diverse donne in questi anni stanno facendo un eccellente lavoro per sensibilizzare su questo tema troppo spesso trattato in modo superficiale.

Tempo fa avevo visto un video di Luciana Littizzetto in cui parlava delle donne, concentrandosi maggiormente sui falsi miti riguardanti lo stupro: se una donna viene violentata, se l’è andata a cercare, perché indossava un vestito troppo scollato o attillato. Cosa ne pensa?

Allora, partiamo dal fatto che né io mi sento a mio agio vestendomi in modo provocante, né desidererei che le mie figlie andassero vestite con abiti troppo scollati, perché credo sia giusto mantenere integra la propria dignità. Però è anche vero che questo non giustifica in alcun modo la molestia, peggio lo stupro. Ci sono molti uomini che vanno in giro mezzi nudi, anche in maniera inappropriata, e nessuno dice loro niente, perché secondo la mentalità comune l’uomo può mettersi in mostra perché in tal modo esalta la sua virilità; se la donna invece esalta le sue forme, è considerata una poco di buono.

Tra l’altro, ci tengo a sottolineare il fatto che nella maggior parte dei casi le donne stuprate indossavano degli abiti molto semplici, come un jeans e una maglietta.

So che non è chiaro molto spesso il fatto che c’è un confine che non va superato, quello dell’integrità delle persone, al di là del sesso. Prima di avere davanti un uomo o una donna abbiamo degli esseri umani con una loro  dignità e con un loro passato alle spalle. Io posso pensare che non sia di buon gusto andare vestiti in un certo modo, ma è una mia opinione: non per niente esiste il detto “De gustibus”!

Che poi non ci rendiamo conto del fatto che in questo modo dipingiamo l’uomo come un essere privo di razionalità, che non riesce a controllare i suoi impulsi nel momento in cui si trova davanti una ragazza con un vestito più attillato del solito. E questa è una cosa gravissima. È come quando gli uomini musulmani che andavano in guerra facevano coprire il viso delle donne con un velo perché erano oggetto di distrazione! Dunque implicitamente stai giudicando male anche l’uomo. Non è per niente vero che l’uomo è una bestia, sono degli esseri razionali, poiché sono esseri umani. È assolutamente una credenza falsa il fatto che gli uomini sappiano controllare di meno il proprio istinto: secondo me questa è una giustificazione che loro si danno perché è la società stessa che dà loro questa possibilità. Diversi studi hanno dimostrato che il self control è perfettamente uguale sia nelle donne che negli uomini!

Come diceva lei, purtroppo è la società a viziare il genere maschile. Faccio un breve esempio: il fatto che debba essere esclusivamente la donna ad occuparsi delle faccende di casa perché, se lo facesse l’uomo, perderebbe la sua virilità.

Questi sono stereotipi. Non è vero che l’uomo non sia in grado di pulire casa, perché non ci vuole certo una laurea! Non son mica deficienti gli uomini! È soltanto questione di abitudine e di educazione. Purtroppo gli stereotipi sociali si sono impossessati del pensiero comune in tal modo da far convincere le donne stesse a non educare il proprio figlio in un certo modo. Quindi è giusto che la sorella faccia il letto anche al fratello perché maschio.

Quello che non abbiamo ancora capito è che ci sono delle differenze individuali, quindi ci saranno sempre donne che non sanno cucinare e uomini che si sanno occupare della casa, come ci saranno anche tante donne che non sanno parcheggiare, ma anche molte altre che si intendono di motori molto di più rispetto agli uomini.

Lo ringrazio davvero tanto per la sua disponibilità!

È stato davvero un piacere! Grazie a te!

Vivo per Lei (Intervista a Marco Vito)

Foto presa dal profilo instagram di Marco Vito

“Vivo per lei perchè oramai io non ho altra via d’uscita, perchè la musica lo sai, davvero non l’ho mai tradita. Vivo per lei perchè mi dà pause e note in libertà. Ci fosse un’altra vita la vivo, la vivo per lei.”

Avrete sicuramente intuito a che canzone mi stia riferendo. Questi versi mi fanno venire in mente un professionista che ha deciso di dedicare interamente la sua vita alla musica.

Io con quest’artista ho avuto la fortuna di chiacchierare del suo amore nei confronti di un’arte così attraente ed eclettica. Ecco a voi la mia intervista a Marco Vito, cantante, direttore d’orchestra, musical performer e vocal coach (insomma, poca roba!).

Marco Vito e Riccardo Cocciante (foto presa da Gazzetta del Sud Online – Messina)
Musical “Romeo e Giulietta” (Foto presa da Overblog)

A sedici anni ha già debuttato all’Arena di Verona, e nel 2007 ha ricoperto il ruolo di Romeo nella tragedia shakespeariana Romeo e Giulietta” rivisitata dal grande Riccardo Cocciante. Quando ha iniziato questo percorso, aveva già in mente di continuare con i musical per fare della sua passione una professione, oppure aveva altri progetti per il futuro?

Ciò che succede a 16 anni non puoi prevederlo.

Ero un ragazzo normale che amava studiare e ovviamente cantare, la musica è sempre stata il mio grande amore ma non ero sicuro che sarebbe potuta diventare la mia realtà.

Poi ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada Riccardo Cocciante che è stato mio maestro di vita, e ha cambiato totalmente il mio modo di vedere la musica. Ho capito che sarebbe stato il mio futuro.

Successivamente, ha avuto modo di diventare vocal coach e collaboratore musicale di diversi programmi TV, come Ora o mai più”, Ti lascio una canzone” e The voice of Italy. Mi racconti brevemente di questesperienza. Cosa si porta dietro?

Amo lavorare dietro le quinte dei programmi tv, lo faccio ormai da più di dieci anni ed ho avuto modo di conoscere tantissimi grandi artisti e confrontarmi con loro. Ho iniziato con il Maestro Leonardo De Amicis e da lui ho imparato tanto. Oggi occuparmi della crescita dei giovani talenti e lavorare alla creazione della loro personalità artistica è ciò che mi dà più stimoli.

Marco Vito direttore d’orchestra ad “Amici” (Foto presa dal profilo instagram di Marco Vito)

Lesperienza più recente la vede direttore dell’orchestra (formata da musicisti giovanissimi) del celebre programma Amicinella sua penultima edizione. Che cosa prova quando sta a contatto con i ragazzi? E soprattutto, com’è stato accompagnare la stupenda e imponente voce del tenore Alberto Urso?

Dirigere l’orchestra di Amici come ho sempre detto, è il coronamento di un sogno. Ho lavorato tanto per riuscire ad essere pronto per un compito così importante e ringrazio sempre della fiducia il Maestro Celso Valli e Maria De Filippi che rischiando hanno scommesso su di me.

Con i ragazzi che fanno parte del programma così come con i miei musicisti, siamo coetanei, ci accomunano gli stessi sogni, le stesse speranze e le stesse paure. Respiriamo insieme la stessa musica e condividiamo la voglia di farne la nostra vita.

Marco Vito e Alberto Urso (Foto presa dalle stories di Marco Vito)

Accompagnare Alberto è stato ancor più emozionante, lo conosco da piccolo, gli ho visto muovere i primi passi in musica tanti anni fa, veniamo dalla stessa provincia. L’ho preparato a “Ti Lascio Una Canzone” nel 2010, ed è stato bello ritrovare lo stesso ragazzo pulito, con un enorme talento, che negli anni ha fatto sacrifici enormi per formarsi e raggiungere questo grande obiettivo.

Tecla Insolia e Marco Vito (Foto presa dalle stories di Marco Vito)

Ieri Tecla Insolia ha debuttato a Sanremo nella categoria Giovani con il singolo 8 Marzo”. Che emozione ha provato nel  leggere il suo nome tra i professionisti che hanno collaborato alla creazione di questo brano così toccante?

Ero stato al festival due volte, ci ho cantato da ospite con Riccardo Cocciante, sono passati dieci anni, e sentir dire il mio nome è stata una soddisfazione che non credevo potesse darmi queste sensazioni. Scrivere per Tecla, con la quale abbiamo condiviso tanto, che ho visto crescere all’Accademia Le Muse di Gianna Martorella di Piombino sua manager, è ancora più emozionante.

Lei ha una grande sensibilità e sa comunicare in modo incredibile anche un testo importante come “8 Marzo” (https://www.raiplay.it/video/2019/12/sanremo-giovani-2019-serata-finale-tecla-insolia-canta-8-marzo-nuove-proposte-sanremo-2020-933e03b8-6412-4c60-9294-5b345f66a2b3.html). Sono fiero di lei e del gruppo di lavoro che segue questo progetto, dall’etichetta Rusty Records agli altri autori oltre che grandi amici con i quali ho il piacere di condividere questa avventura.

C’è un sogno nel cassetto che vorrebbe realizzare?

Vivo di sogni da quando ho iniziato a fare questo lavoro, mi piacerebbe continuare a crescere per dare il massimo alla musica, che mi regala sempre di più di quanto io possa dare a lei.

La ringrazio davvero tanto per la sua disponibilità. Le auguro con tutto il cuore di percorrere la strada che la musica ha tracciato per lei per tutta la vita.

Grazie a te! A presto!