Cent'anni di solitudine (Intervista a Ganoona)

Ganoona, immagine presa dal suo profilo instagram

In questo momento molto difficile per non solo l’Italia, ma per il mondo intero, la musica è uno tra i mezzi più efficaci per evadere dalla realtà e per sentirci vicini, anche quando siamo lontani.

Ecco la mia chiacchierata con Gabriel, in arte Ganoona (in fondo all’intervista c’è una piccola sorpresa 😉 ).

Ganoona, immagine presa dal suo profilo instagram

Ciao! Iniziamo dalla presentazione! Dicci un po’ chi sei e cosa fai nella vita.

Ciao! Io sono Ganoona e sono un cantautore (almeno così mi piace definirmi). Quindi scrivo quello che canto, quello che mi fa paura nella vita. Sento un’esigenza di mettere le mie emozioni nero su bianco fin da piccolino, per parlare del mio sentirmi inadeguato. Lo  facevo per me, per sentirmi meglio, le cantavo chiuso in cameretta, fino al momento in cui qualcuno le ha ascoltate per sbaglio. Adesso non posso fare a meno di condividerle con la gente, e adoro quando mi arrivano messaggi in direct di persone che empatizzano, che mi dicono di aver provato una sensazione simile, di aver vissuto una situazione analoga alla mia. Questo mi fa davvero sentire realizzato.

Quando hai iniziato questo percorso?

Questo percorso è iniziato relativamente tardi, perché ci ho messo un po’ ad accettare questa passione. Ho iniziato a studiare teatro a diciotto anni e a lavorare in alcuni teatri indipendenti di Milano. Nel frattempo, ho cominciato a prendere confidenza con il rap, il mio primo amore. Sei anni fa, ho iniziato a studiare musica. Mi sono diplomato in canto moderno, pianoforte, e quest’esperienza mi ha aperto molto gli orizzonti. Ho infatti iniziato a sperimentare con diversi generi musicali a 360 gradi: c’è sempre un’influenza rap, ma ho imparato ad utilizzare la mia voce in maniera diversa, a non scandire semplicemente le parole, ma ad intonarle. Questo percorso mi ha portato fino a dove sono oggi.

Da quali artisti prendi spunto? Quali i tuoi artisti di nicchia?

Non credo che riuscirei a dirti solo un nome di un artista. Diciamo che le mie influenze sono varie, proverò a raggrupparle in tre maxi gruppi: un nome legato al mondo del rap italiano è Dargen D’Amico, artista da cui ho preso ispirazione per migliorare nella scrittura; per quanto riguarda il mondo della black music, del soul, R & B è Otis Reddings, artista che i miei genitori ascoltavano dai vinili; per concludere, l’altro polo è quello latino-americano. Io sono italo-messicano, quindi ho ascoltato tanta musica latina e messicana da sempre. L’artista che mi ha ispirato da sempre è Ana Cabra, cantautrice portoricana.

Le tue origini italo-messicane possono essere toccate con mano nel brano “Cent’anni”, titolo del tuo omonimo album. Questo brano parla di una relazione tossica. Prima di parlare del brano, però, vorrei chiederti in che modo convivi con queste due culture sia nella vita di tutti i giorni che musicalmente parlando. Insomma, come vivi questo “choque cultural”?

Allora, intanto mi fa piacere sentire questo termine!

Diciamo che l’università mi sta prendendo completamente il cervello XD. A parte gli scherzi, mi piace mixare la lingua italiana con altre straniere!

Benissimo! Però dobbiamo specificare il significato dell’espressione che hai usato. “Choque cultural” significa shock culturale, il contraccolpo culturale. Ti dirò la verità: questo contraccolpo l’ho sentito da appena nato. Mentirei nel dirti che è una cosa semplice conciliare due culture così distanti. Magari è più semplice per chi ha entrambi i genitori di un’altra cultura, perché in casa c’è una sola identità, e in un certo sai meglio chi sei! Io quand’ero piccolo parlavo due lingue, il che è un vantaggio, ma all’inizio crea degli squilibri. Io avevo una leggera dislessia che poi si è risolta. Non sto qui a raccontare la storia della mia vita, però posso dirti che tutta la mia famiglia vive in Messico, quindi da ragazzino ho sentito tanto la solitudine,e ho percepito tanto il choque cultural nel momento in cui andavo per due mesi in Messico e venivo travolto da una trentina di persone, vivevamo tutti in cinquanta metri quadri di casa.Finito questo periodo, tornavo al gelo milanese, e per me era un po’ uno shock, tutto ciò mi destabilizzava. Tra l’altro ero figlio unico. Da qui nasce l’esigenza di usare, in senso nobile, la musica per lenire questa ferita che ti segna, e che non va via nonostante gli anni ce passano. È stato un modo per trasformare questo contrasto in un qualcosa di creativo, e si sa che proprio dai contrasti molto spesso nascono delle cose interessanti.

Assolutamente! Guarda, il destino è un qualcosa di assurdo, perché proprio oggi ho sostenuto l’esame di Italiano per stranieri, e ho parlato proprio di Milano, metropoli multiculturale; la città dei “nuovi milanesi”, ovvero di tutti gli immigrati della prima generazione, di coloro che sono emigrati in Italia (quindi non figli di emigranti), che hanno in un certo senso cambiato la prospettiva linguistica italiana.

Pap Khouma parlava del fatto che Milano ti costringe in un certo senso a “mostrare i denti”, perché l’integrazione è, ahimè, qualcosa di difficile, sia in Italia che all’estero. È un tema molto delicato, e trovo bellissimo il fatto che tu riesca a trasformare qualcosa di apparentemente negativo in un qualcosa di bello, di positivo: la musica. questo ti fa veramente onore!

Ti ringrazio molto! È una tematica a cui tengo tantissimo. Milano è sicuramente quell’occhiettino sul futuro per l’Italia, e anticipa le “tendenze” e le “problematiche” (se così si possono definire) che in futuro si estenderanno in tutta la penisola. Sicuramente qui, come a Roma, l’integrazione è qualcosa di complesso, di difficile, non mancano tensioni. Per farti un esempio, io ho un carissimo amico cinese, anche lui fa l’artista, e mi parlava delle terribili discriminazioni che sta subendo in questo periodo a causa del Corona Virus (lui non va in Cina da quindici anni!). D’altra parte, però, mi sento di dire che l’integrazione è un’occasione per creare qualcosa di nuovo sia dal punto di vista artistico – culturale che da quello sociale. Qui a Milano ci sono gruppi di ragazzini uniti dalla passione per la musica in cui ci sono figli di cingalesi, africani, rumeni, forse due milanesi, di cui uno ha origini meridionali!

Forse ci sono più “stranieri”, quindi anche siciliani, calabresi, pugliesi, campani (e chi ne ha più ne metta) che milanesi doc! guarda, ne approfitto di questo tema per lanciare una sorta di messaggio, perché comunque studiando alla facoltà di Mediazione Linguistica ed Interculturale non posso non essere coinvolta ed essere vicina a questo tema. Come dicevi tu, l’integrazione è molto complessa, ma il problema è anche l’Italia. È il sistema che non funziona. Purtroppo noi siamo abituati a pensare che l’immigrazione sia un problema, un qualcosa di negativo da respingere, da allontanare, ma perché siamo noi a vederlo così! Se solo sapessimo “sfruttarlo”, sicuramente ci sarebbero delle “note” positive. Non sono io a dirlo, ci sono studi che lo dimostrano: se in qualche modo si riesce a fare della diversità una ricchezza, una forza, si può raggiungere il successo! Non dobbiamo aver paura del diverso, non dobbiamo escluderlo, anzi, dev’essere un modo per crescere e per apprezzare la nostra e la loro cultura!

Molto spesso sento dire: “Questi immigrati che parlano la loro lingua cancelleranno la tradizione italiana!”: niente di più falso! Quando negli anni ’50 l’italiano è iniziato ad entrare nelle case, si diceva che avrebbe spazzato via i vari dialetti nazionali. Sono tutti dei falsi miti dettati dall’ignoranza, quindi grazie mille per avermi dato l’opportunità di parlarne!

È giusto che noi giovani prendiamo a cuore questo tema. Il Paese un giorno sarà nelle nostre mani, quindi se noi abbiamo chiari questi concetti, sicuramente ci sarà un futuro più ottimista, in cui la paura viene superata dalla curiosità. Se conosci di più qualcosa, la paura ti passa!

Esattamente! Chiusa questa piccola parentesi, torniamo al brano “Cent’anni” (https://www.youtube.com/watch?v=nN0gIYOqLJ4). Esso rievoca un po’ l’opera “Cien años de soledad” di Gabriel Garcìa Marquez. Che relazione intercorre tra la canzone e l’opera letteraria?

Le connessioni sono fondamentalmente due: una riguarda più il romanzo, nel quale c’è una linea di confine labile tra vivi e morti, in questa storia di questa famiglia che dura quasi cent’anni (dopo qualche capitolo si capisce che uno dei personaggi in realtà non era in vita). Questo spaesamento che questa scrittura mi ha creato è molto simile a quello che ho provato nella mia amicizia tossica che mi ha portato a scrivere il brano. Per chiarire meglio la metafora, era come se io avessi davanti una persona viva, reale, quando in realtà avevo un fantasma, una persona che non si esponeva per quello che era realmente, ma creava solo illusioni. Era quasi un’immagine onirica. Quindi questa è la connessione legata al romanzo. L’altra è legata invece allo stile e alla corrente artistica, il realismo magico,un tipo di scrittura (ma anche di arte, un esempio è Frida Khalo)  a cui sono molto legato. Mi tolgo il cappello davanti a questi giganti, ma a me piace scrivere in questo modo, cioè nella mia scrittura non è così chiaro il confine tra quello che è reale, terra-terra, schietto, e quello che magari è un’iperbole che diventa quasi magica, che serve ad esprimere un sentimento.

Quindi ti basi molto sulla metafora!

Sì! Io ragiono per immagini nella vita, quindi quando scrivo uso tanto la metafora, la similitudine, o comunque dei flash, delle immagini, perché secondo me è un modo molto più immediato per trasmettere un’emozione piuttosto che spiegarla. Voglio farla arrivare come un quadro che deve esploderti nella testa!                 

Certo! Anche perché la canzone è un testo unito a melodia che dura tre minuti, e in quel breve tempo devi far entrare tutto ciò che vuoi dire, quindi devi cercare di essere immediato, non usare tanti giri di parole.

Una curiosità: di solito quando scrivi un brano ti ispiri soltanto a qualcosa che ti è capitato in prima persona, oppure prendi spunto da ciò che accade intorno a te?                                                                                                                         

Per la maggior parte delle volte parlo di esperienze vissute direttamente perché, come accennavo prima,la scrittura è per me una sorta di auto-terapia. Anche quando non facevo ascoltare a nessuno ciò che scrivevo mi serviva per avere uno specchio fedele alle emozioni, mi serviva per conoscermi meglio. Mi è capitato di scrivere canzoni – ritratto; c’è un brano di un po’ di tempo fa a cui tengo tanto, che si intitola”In the mood”, che definisco come un ritratto. Ho voluto dedicare questa canzone per immortalare, come fa un quadro, non un’esperienza, ma una persona che ha fatto parte della mia vita. La considero un po’ una fotografia musicale. Diciamo che sono aperto a tutti i tipi di esperimenti musicali!

La musica è una forma d’arte, e come tutte le arti serve ad “incidere” un messaggio, un pensiero, uno stato d’animo, un momento vissuto, ed è proprio questa la sua bellezza e la sua magia!

A proposito di aspirazioni future, in che direzione pensi di procedere stilisticamente parlando? Pensi di cambiare sound, di “sperimentare” nuovi generi?

Sicuramente la sperimentazione, intesa come un modo per giocare con i suoni, è ben accetta. In genere sono una persona che si annoia molto facilmente, quindi mi piace cambiare. Detto ciò, io ho sperimentato tanto negli anni, perché dovevo capire un po’ quale fosse il mio suono, la mia identità musicale. Adesso, soprattutto con “Cent’anni”, credo di aver trovato un equilibrio, la mia comfort zone, con questa commistione di suoni black e latini. Ovviamente ci saranno alcuni brani più spostati sul lato black, altri sul latino,sicuramente la mia musica ha un sound molto messicano. Ci saranno delle oscillazioni, però l’idea è quella di rimanere su questa strada.

Altra curiosità: pensi di partecipare a qualche talent show o programmi televisivi in generale?

Questo per me è un tema delicato. In passato ti avrei risposto assolutamente no, oggi ti direi che ci proverei ma avendo dei punti chiari nella mia testa. Ho alcuni amici che hanno provato, ad esempio, X Factor e mi hanno parlato di come hanno vissuto quest’esperienza, dei pro e dei contro che ci sono in ogni cosa. Secondo me bisogna farlo essendo consapevoli di ciò che stai andando ad affrontare per saper trarre il meglio da quest’esperienza. Un talent non sarà mai un punto d’arrivo per un artista. Se lo vedi così, ti rovini, anche perché tra l’altro nella vita non si arriva mai! Purtroppo le telecamere, il palco, il pubblico possono confonderti un po’ le idee e farti gasare troppo. Quella è un’occasione come altre, sicuramente importante, per farti notare, però devi avere chiaro in mente che cosa vuoi vendere di te. Bisogna essere crudi e schietti, soprattutto quando c’è di mezzo la televisione, quindi se tu non sai bene che “personaggio” vuoi essere, che tipo di arte vuoi vendere, rischi di farti mangiare da quella dimensione.

Se dovessi farlo, preferirei sicuramente farlo adesso che ho qualche anno in più, maggiore consapevolezza della mia identità artistica e di dove voglio arrivare.

Assolutamente! Il tempo ti schiarisce le idee e ti fa crescere, indipendentemente da cosa scegli di fare nella vita. Ti ringrazio davvero tanto per la tua disponibilità. Ti confesso che mi è piaciuto davvero tanto chiacchierare con te!

Idem! Grazie mille per la chiacchierata interessante!

Ti auguro davvero il meglio! A presto!

Grazie mille! A presto!

Pensare male di me, ma in fondo non sai se crederci veramente… #1annodiPensareMale

Il 15 Marzo 2019 è uscito il singolo “Pensare Male” dei The Kolors. Brano che vede la collaborazione della sensuale cantante Elodie Di Patrizi, seconda classificata della quindicesima edizione del talent “Amici”, talent che la band partenopea aveva vinto l’anno precedente, nonché di Anna Romano, Davide Petrella e Livio Giovannucci per la stesura del testo.

Un testo che racconta delle malelingue che possono portare una relazione allo sgretolamento.

Già in diversi articoli avevo avuto modo di parlare di questo brano, in cui ancora oggi mi rivedo molto (https://passionfor.music.blog/2019/07/21/fuori-il-video-di-pensare-male/ ; https://passionfor.music.blog/2019/07/21/grazie-per-non-aver-pensato-male-di-me/; https://passionfor.music.blog/2019/09/10/pensare-male-di-me-ma-in-fondo-non-sai-se-crederci-veramente/).

Oggi, in occasione del primo anniversario della sua uscita, lo ripropongo perché penso che sia un pezzo molto introspettivo, in cui tutti possiamo rifletterci e possiamo “usare” per riflettere sulle nostre relazioni e sui nostri errori.

Lascio qui il link youtube e il testo della canzone.

A volte fisso lo specchio e penso che
Ho fatto quasi trenta anni e non è un granché
Ho i tuoi vestiti qui da me
E ricomincia la guerra delle spunte blu
Si è fatto tardi e mi sa che non esco più
Tanto risponderai alle treNon c’è più serata in giro e chiami tu (chiami tu)
Non c’è più nessuno che ti fa
Pensare male di me
Ma in fondo non sai se crederci veramente
Pensare male di me
Anche quando non vuoi poi fai finta di niente
Lascia un vestito da me così domani potrai
Avere ancora la scusa
Per ritornare da me ma in fondo non vuoi
Andare via veramentePensare male di me
Pensare male di meCalpesterò le tue rose pensando a te
Resterò fuori stanotte e non so perché
Negli occhi degli altri vedo te
Mi bevo il cuore in un angolo della città
Un ubriaco mi grida sei splendida
Vorrei che fosse la verità
Ma invece mi sento così fragile
Per me sempre così facile
Perdere la testa
Ti dico di andar via ma vorrei dire restaNon c’è più serata in giro e chiami tu (chiami tu)
Non c’è più nessuno che ti faPensare male di me
Ma in fondo non sai se crederci veramente
Pensare male di me
Anche quando non vuoi poi fai finta di niente
Lascia un vestito da me così domani potrai
Avere ancora una scusa
Per ritornare da me ma in fondo non vuoi
Andare via veramentePensare male
Pensare male
Pensare male di me
Pensare male
Pensare male
Pensare male di mePensavo che è sempre più facile allontanarsi
È sempre più facile dimenticarsi
E invece siamo qui coi rimorsi, ci diamo i morsi
Sulla tua pelle bianca voglio scivolare
Nella notte sembra di volare
Sinceri non lo siamo stati mai
Sorridi e te ne vaiPensare male di me
Ma in fondo non sai se crederci veramente
Pensare male di me
Anche quando non vuoi poi fai finta di niente
Lascia un vestito da me così domani potrai
Avere ancora una scusa
Per ritornare da me ma in fondo non vuoi
Andare via veramentePensare male
Pensare male di me
Pensare male
Pensare male di mePensare male
Pensare male
Pensare male di me
Pensare male
Pensare male
Pensare male di me

Maschilismo e femminismo: due facce della stessa medaglia? (Intervista a Chiara Volpato)

Tecla Insolia al festival di Sanremo 2020

“In fin dei conti noi siamo di passaggio, come le rondini, come l’8 Marzo, e non basta ricordare di una festa con un fiore se qualcuno ci calpesta”.

Questo è un piccolo pezzo estratto dal brano “8 Marzo”, con cui Tecla Insolia ha debuttato il mese scorso alla categoria Giovani del Festival di Sanremo, classificandosi seconda.

Ecco il link del video ufficiale e il testo della canzone:

In fin dei conti la vita è come un viaggio
Comincia con un pianto dopo l’atterraggio
Facciamo giri immensi ed ogni coincidenza che perdiamo
È un nuovo punto di partenza
In fin dei conti noi siamo di passaggio
Come le rondini, come l’8 marzo
E non basta ricordare di una festa con un fiore
Se qualcuno lo calpesta

E nelle vene gli anticorpi alla paura
I silenzi che ci fanno da armatura
È resilienza, io so la differenza
Tra uno schiaffo e una carezza

Siamo petali di vita
che hanno fatto un giorno la rivoluzione
Respiriamo su un pianeta senza aria
Perché il buio non ha un nome
Hai capito che comunque dal dolore
Si può trarre una lezione
Ci vuole forza e coraggio
Lo sto imparando vivendo
Ogni giorno questa vita

La verità
Siamo candele nella notte
A illuminare mentre la gente chiude porte
Nei maglioni lunghi e a nascondersi nel niente
Dagli sguardi di chi resta indifferente

Abbiamo dato e troppo poco ci è concesso
Certe lacrime non chiedono permesso
E nello specchio, negando l’evidenza
Chiamarlo amore quando è solo dipendenza

Siamo petali di vita
Che faranno un giorno la rivoluzione
Respiriamo su un pianeta senza aria
Perché il buio non ha un nome
Hai capito che comunque
Dal dolore si può trarre una lezione
Ci vuole forza e coraggio
Lo sto imparando vivendo
Ogni giorno questa vita

Se ci crolla il mondo addosso
Come sempre ci rialziamo
Nonostante a volte uomo non vuol dire essere umano
Per tutto il sangue che è stato versato

Siamo petali di vita e la violenza non ha giustificazione
Respiriamo su un pianeta senza aria perché il buio non ha un nome
Hai capito che comunque dal dolore
Si può trarre una lezione
Ci vuole forza e coraggio
Lo sto imparando vivendo
Ogni giorno questa vita

In fin dei conti noi siamo di passaggio
Come le rondini, come l’8 marzo
E non basta ricordare di una festa con un fiore
Se qualcuno ci calpesta

Un testo profondo, per niente scontato, che mette in risalto le condizioni in cui tutte le donne sono costrette a vivere quotidianamente. E questo non perché vogliano fare le vittime (anche perché non ne hanno bisogno), ma semplicemente perché è la verità. Viviamo in una società pregnata di “sessismo benevolo”, cioè di gesti volti all’eccessiva protezione nei confronti di soggetti così fragili e deboli, come se le donne fossero bambole di porcellana.

L’anno scorso, durante una conferenza organizzata dalla SDS di Lingue e Letterature Straniere di Ragusa Ibla ho avuto l’onore di chiacchierare con Chiara Volpato, professoressa di Psicologia Sociale presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, nonché scrittrice del libro “Psicosociologia del maschilismo” (un libro che consiglio a tutti, uomini e donne, di leggere, perché tratta di tematiche riguardanti entrambi i sessi).

Questo libro ha cambiato letteralmente la mia percezione del mondo maschile e femminile, mi ha aiutato a cancellare un po’ di stereotipi e pregiudizi che, ahimè, avevo, mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto vedere le cose in modo diverso. Approfitto dunque di quest’occasione per ringraziare la Prof.ssa Volpato per aver impresso su carta le sue conoscenze e, naturalmente, per avermi concesso un po’ del suo tempo per parlare di un tema così delicato.

Prima di lasciarvi all’intervista, però, voglio anticiparvi che qualche giorno ho scritto un monologo sulla violenza sulle donne (e non solo). Pubblicherò un altro articolo in merito, per evitare di appesantire ulteriormente questo (https://passionfor.music.blog/2020/03/08/siamo-petali-di-vita-e-la-violenza-non-ha-giustificazione/).

Detto ciò, buona lettura!

Chiara Volpato

Quando ha preso coscienza della sua passione per la psicologia, e quando ha deciso di intraprendere questo percorso?

Non molto presto, perché io prima mi sono laureata in lettere. Ero molto appassionata della storia, infatti mi sono laureata in storia contemporanea. All’inizio non volevo insegnare alle scuole medie o superiori, anche se poi l’ho fatto. La mia passione molto forte per la psicologia, però, mi ha portato ad iscrivermi nuovamente all’università. Volevo concentrarmi sulla neuropsicologia e sulla psicologia sociale, che è tra l’altro la branca della psicologia più vicina alla storia, perché bisogna studiare la psicologia applicata alla società, quindi l’individuo studiato all’interno di una comunità. Dunque possiamo dire che abbia iniziato a studiare psicologia verso i 23/24 anni.

È stata subito appoggiata dai suoi familiari o ci sono stati degli screzi con loro?

Gli scontri ci sono stati prima, perché io avrei voluto fare medicina. In questo non sono mai stata sostenuta, avevo molto lottato per fare il liceo, ma secondo i miei dovevo fare il magistrale. Dopo la terza media sono riuscito a vincere la battaglia, nel senso che sono riuscita a convincere i miei a mandarmi al liceo classico, dopodiché sono stata io a rinunciare al percorso medico, perché nel momento in cui dovevo iscrivermi a medicina mi sono un po’ spaventata, tant’ è vero che ho deciso di iscrivermi alla facoltà di lettere invece che in medicina.

Passiamo al libro “Psicosociologia del maschilismo”: è ovvio dedurre perché abbia pensato di parlare di psicosociologia, dato la sua passione per la psicologia sociale, ma perché concentrarsi sul maschilismo? Di solito sentiamo parlare dei movimenti femministi, quindi di una rivendicazione dei diritti della donna considerata come il sesso più debole,  opponendola all’uomo, socialmente considerato come il sesso più forte. Quindi ha deciso di concentrarsi sul sesso forte e non sul sesso debole proprio perché si parla sempre delle conseguenze e mai delle cause?

Allora, intanto io non ho mai pensato che le donne siano il sesso debole, l’ho considerata sempre una stupidaggine. Ho sempre pensato che le donne abbiano una resilienza, una capacità di affrontare le cose assurda ( ho sempre visto donne  forti nella mia famiglia). Al di là di questo, penso che il problema siano gli uomini, non le donne! Può sembrare un discorso ironico, paradossale, perché va a ribaltare completamente la situazione. Sono loro che hanno bisogno di fare i forti proprio perché sono deboli!

A parte questo, mi è sempre interessato studiare la causa, perché la disuguaglianza è sbagliata e bisogna superarla andando a studiarne le cause e non le conseguenze.

Quindi secondo lei quale potrebbe essere la medicina ad una malattia chiamata stereotipo?

Bisogna sapere che lo stereotipo c’è, esiste, è tangibile. Bisogna fare attenzione e bisogna volerlo cambiare. Betty Frida diceva che una serie di donne si adatta molto bene allo stereotipo, perché è più comodo adattarsi. Ci sono ad esempio ricerche che mostrano che anche le donne che accettano il sessismo benevolo sono più felici delle donne che  lottano, perché è appunto più comodo.

È verissimo. Ieri stavo scrivendo le domande per questa intervista, e pensavo ad un episodio che mi è successo qualche mese fa a Roma. In occasione del sinodo dei giovani con Papa Francesco io, insieme ad alcuni ragazzi dell’oratorio Salesiano di Gela , siamo stati a Roma per tre giorni e abbiamo dormito, insieme a molti altri ragazzi provenienti da tutto il mondo, al Circo Massimo. Si può dunque immaginare la stanchezza derivante da un’esperienza simile. Il terzo giorno mi sono accorta del fatto che un ragazzo era particolarmente stanco e doveva portare delle bottigliette d’acqua. Aveva poggiato un attimo questa cassetta d’acqua a terra, allora ho pensato di prenderla io e di portarla al posto suo. Me l’ha tolta dalle mani, e neanche dopo 30 secondi ha chiesto a un suo compagno di portarla lui per tutto il tragitto.

È proprio questo il sessismo benevolo!

Una frase che mi viene in mente nel momento in cui si parla di sessismo benevolo è quella che Giovanni Falcone ripeteva sempre: Gli uomini non piangono.

Purtroppo c’è una cultura che li ha socializzati in questo modo. Sono prigionieri tanto quanto le donne di una cultura che non fa uscire in toto la personalità di un soggetto, costringendolo dunque a reprimere molto spesso le proprie emozioni. Perché se un uomo piange è una femminuccia, come se alle donne sia concesso di piangere perché, nella mentalità comune, sono fragili, a differenza dell’uomo che deve “difendere” la propria mascolinità e la propria virilità.

Non deve essere facile indossare una maschera sempre.

Assolutamente. Volevo chiederle un’ultima cosa: secondo lei le donne approfittano spesso della loro condizione per trarne beneficio?

Credo che certe volte, purtroppo, si faccia.

Ed è proprio questo atteggiamento a dare forza al maschilismo, perché si pensa che le donne abbiano ormai preso il potere di tutto, e che quindi controllino gli uomini.

 Questa è una stupidaggine! Basti guardare i dati statistici. Se fosse vera una cosa del genere, ci sarebbe Hillary Clinton al potere e non Trump! Se fosse vera una cosa del genere, le donne a lavoro verrebbero pagate più degli uomini e non al contrario.

Penso che siano atteggiamenti umani sbagliati, al di là del sesso maschile o femminile, dunque penso che questo sia un atteggiamento sessista per controllare meglio le donne che vorrebbero ribellarsi, quindi per farle stare al loro posto.

Quindi lei pensa che l’Italia sia da questo punto di vista arretrata?

Dipende tutto dalla nazione con la quale la si compara. È ovvio che se si fa un paragone con la Scandinavia, sicuramente l’Italia è in netta inferiorità. Però bisogna anche dire che diverse donne in questi anni stanno facendo un eccellente lavoro per sensibilizzare su questo tema troppo spesso trattato in modo superficiale.

Tempo fa avevo visto un video di Luciana Littizzetto in cui parlava delle donne, concentrandosi maggiormente sui falsi miti riguardanti lo stupro: se una donna viene violentata, se l’è andata a cercare, perché indossava un vestito troppo scollato o attillato. Cosa ne pensa?

Allora, partiamo dal fatto che né io mi sento a mio agio vestendomi in modo provocante, né desidererei che le mie figlie andassero vestite con abiti troppo scollati, perché credo sia giusto mantenere integra la propria dignità. Però è anche vero che questo non giustifica in alcun modo la molestia, peggio lo stupro. Ci sono molti uomini che vanno in giro mezzi nudi, anche in maniera inappropriata, e nessuno dice loro niente, perché secondo la mentalità comune l’uomo può mettersi in mostra perché in tal modo esalta la sua virilità; se la donna invece esalta le sue forme, è considerata una poco di buono.

Tra l’altro, ci tengo a sottolineare il fatto che nella maggior parte dei casi le donne stuprate indossavano degli abiti molto semplici, come un jeans e una maglietta.

So che non è chiaro molto spesso il fatto che c’è un confine che non va superato, quello dell’integrità delle persone, al di là del sesso. Prima di avere davanti un uomo o una donna abbiamo degli esseri umani con una loro  dignità e con un loro passato alle spalle. Io posso pensare che non sia di buon gusto andare vestiti in un certo modo, ma è una mia opinione: non per niente esiste il detto “De gustibus”!

Che poi non ci rendiamo conto del fatto che in questo modo dipingiamo l’uomo come un essere privo di razionalità, che non riesce a controllare i suoi impulsi nel momento in cui si trova davanti una ragazza con un vestito più attillato del solito. E questa è una cosa gravissima. È come quando gli uomini musulmani che andavano in guerra facevano coprire il viso delle donne con un velo perché erano oggetto di distrazione! Dunque implicitamente stai giudicando male anche l’uomo. Non è per niente vero che l’uomo è una bestia, sono degli esseri razionali, poiché sono esseri umani. È assolutamente una credenza falsa il fatto che gli uomini sappiano controllare di meno il proprio istinto: secondo me questa è una giustificazione che loro si danno perché è la società stessa che dà loro questa possibilità. Diversi studi hanno dimostrato che il self control è perfettamente uguale sia nelle donne che negli uomini!

Come diceva lei, purtroppo è la società a viziare il genere maschile. Faccio un breve esempio: il fatto che debba essere esclusivamente la donna ad occuparsi delle faccende di casa perché, se lo facesse l’uomo, perderebbe la sua virilità.

Questi sono stereotipi. Non è vero che l’uomo non sia in grado di pulire casa, perché non ci vuole certo una laurea! Non son mica deficienti gli uomini! È soltanto questione di abitudine e di educazione. Purtroppo gli stereotipi sociali si sono impossessati del pensiero comune in tal modo da far convincere le donne stesse a non educare il proprio figlio in un certo modo. Quindi è giusto che la sorella faccia il letto anche al fratello perché maschio.

Quello che non abbiamo ancora capito è che ci sono delle differenze individuali, quindi ci saranno sempre donne che non sanno cucinare e uomini che si sanno occupare della casa, come ci saranno anche tante donne che non sanno parcheggiare, ma anche molte altre che si intendono di motori molto di più rispetto agli uomini.

Lo ringrazio davvero tanto per la sua disponibilità!

È stato davvero un piacere! Grazie a te!

Gli uomini cantano quando le parole non bastano … (Intervista a Valy Elle)

“Gli uomini cantano quando le parole non bastano, quando non riescono a dirle, forse perché da sole sarebbero persino ridicole”. Inizio quest’articolo con le bellissime parole di Roberto Vecchioni.

Come ogni lunedì, anche oggi pubblico un’intervista ad una professionista che stimo tanto. Sto parlando di Valy Elle, vocal coach e corista del grande Roby Facchinetti.

Non aggiungo altro. Buona lettura!

Ciao! Presentati.

Ciao a tutti!  Mi chiamo Valeria Caponnetto Delleani, molti mi conoscono come Valy Elle grazie al mio blog sul canto e al mio canale youtube… e mi occupo di voce a 360 gradi!

Come cantante sono attualmente in tour con Roby Facchinetti e come vocal coach mi divido tra la mia scuola di canto a Torino che si chiama Vocalstudio e la mia attività di vocal coach online su valyelle.com dove si trovano consigli e servizi per cantare meglio e tirare fuori il meglio dalla propria voce.

Tua mamma è cantante, è stata lei ad indicarti questa strada. Questo ha mai condizionato il tuo percorso di crescita e i tuoi gusti oppure sei sempre stata indipendente?

Certamente essere figlia di una cantante ha avuto la sua importanza… mia mamma mi ha fatto giocare con il microfono, prima ancora di aver imparato a camminare! 

E dico “giocare” non a caso, perché il tipo di educazione vocale che ho ricevuto è stata davvero quella di “giocare” con la voce, usandola come uno strumento, con curiosità e sempre sperimentando cose e generi diversi.

Mia mamma d’altra parte è una vera sperimentatrice musicale… è stata molto conosciuta prima come vocalist dei Circus 2000, un gruppo Prog- Rock anni 70 e successivamente come Vocalist delle Streghe, un gruppo vocale Italo-Disco anni 80, ospite fisso del programma televisivo “Domenica in”. 

E’ stata anche corista di brani storici come “Amor mio” di Mina e di artisti come Celentano e altri grandi… Mi ha insegnato a non fermarmi ad un genere o a uno stile, ma a spaziare dall’opera al rock, al jazz, eccetera, spingendomi a migliorarmi sempre di più. Ho cantato sempre di tutto e devo ringraziare mia mamma per questa educazione musicale fuori dagli schemi e molto libera, che mi ha fatto appassionare alla voce come strumento, vedendolo un po’ come un diamante dalle mille sfaccettature. 

Naturalmente ho i miei gusti e le mie preferenze, che si sono formate con il tempo. Io e mia mamma condividiamo la passione per la musica italiana degli anni 60, per il jazz, per la voce lirica, per il Rythm n’Blues, ma ciò non  preclude il fatto che possa avere gusti miei personali…

Ma in che dimensione ti trovi più a tuo agio, qual è il tuo “habitat naturale” ? Quali i tuoi artisti di riferimento?

Amo molte cose appartenenti a mondi musicali e periodi diversi… anche qui amo spaziare. Andiamo dalla Callas ai Guns n’ Roses, a Jeff Buckley… dalle grandi voci del Jazz come Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan, alle regine dell’ R’n’B mondiale come Aretha Franklin e Whitney Houston. Amo la musica di Morricone, Bacharach e Cole Porter.

Però devo dire che le due artiste che ho ascoltato di più e che ho amato in modo particolare sono la grandissima Mariah Carey e la mitica Tori Amos. Tra i nuovi artisti, una voce che sto seguendo e di cui ho parlato spesso nelle mie vocal coach reaction su youtube, è quella di questo cantante straordinario Kazaco, Dimash Kudaibergen, che con più di 6 ottave di estensione mischia la vocalità classica, con il rock, con i canti tradizionali… insomma anche qui, la fusione di generi e la qualità sono il tema ricorrente.

La tua grande passione per la musica e il tuo talento ti hanno portato ad incrociare la strada di grandi artisti, come Roby Facchinetti, Tommy Emmanuel e Dodi Battaglia. Raccontami di questo percorso.

Mi ritengo molto fortunata per queste collaborazioni… artisti straordinari che hanno fatto la storia della musica.

Diciamo che il mio percorso musicale, come per molti della mia generazione, è fatto di tanta gavetta e poi, naturalmente, di conoscenza nell’ambiente musicale che vengono coltivate negli anni. Con Roby, ho saputo che era in cerca di una soprano alla Morricone, per realizzare alcuni pezzi del suo progetto solista “Ma che vita la mia”. Stava lavorando in uno studio a Torino e così ho ricevuto una convocazione per una prova… è andata bene e così è cominciata una delle collaborazioni più belle di questi anni, che ci vede ancora insieme sui palchi italiani per i vari tour che vedono protagonista la sua musica. E’ nata anche una grande amicizia, condivisa con il mio compagno Danilo Ballo, arrangiatore dei Pooh nei loro ultimi 16 anni di carriera.

Di seguito a questa collaborazione sono poi nate anche quelle con Dody e Tommy per il tour 2015: suonare con due chitarristi di questo calibro è una scuola di per se e ti arricchisce incredibilmente!

Sei molto celebre ed apprezzata su Youtube, piattaforma digitale di cui ormai, pure i più piccoli, usufruiscono. Cosa ti ha spinto a fare video su tutto ciò che concerne la musica, dalle tecniche canore fino alla presenza scenica?

Volevo condividere con più persone possibili questa mia enorme passione per la voce e mettere a disposizione le mie conoscenze vocali per chi ama cantare ad ogni livello e magari non ha i mezzi per poter approfondire. Oltre ai video tutorial sul blog si possono scaricare anche contenuti gratuiti, come per esempio un video training sulla respirazione diaframmatica per cantanti (https://www.valyelle.com/respirazione/) ed è qualcosa di davvero unico in Italia.

Mi rende felice aver creato un punto di riferimento italiano per il canto sul web accessibile a tutti, da cui poi, per chi lo desidera, si può approfondire con me attraverso corsi online e lezioni anche su Skype.

Hai dato vita a Vocalstudio, scuola di canto moderno a Torino e Sing Different Academy, la tua Accademia di canto online. Qual è l’elemento fondante del tuo progetto? Cosa trasmetti ai tuoi “alunni”?

Come dicevo precedentemente, tutto nasce da una grande passione e una ormai, lunga storia d’amore con la voce, fatta di curiosità, studio ed esperienza. Il canto per me è una fiamma che non si spegne mai e anche una terapia, che mi permette di liberare le mie emozioni, di portarle agli altri. Il canto è anche benessere, ormai la scienza ha provato anche questo… quindi c’è bisogno di cantare ancora di più!

Ai miei alunni cerco di trasmettere tutto questo, la voglia di avventurarsi nella propria voce e giocare sperimentando, ma anche l’idea che la voce in definitiva siamo noi… e cantare è anche un percorso di conoscenza di sé, con tante sfide da affrontare. 

E poi cerco di far capire che la voce è uno strumento, e come tale ha bisogno di tanto studio e dedizione. Non ci si improvvisa cantanti, come invece spesso  tante proposte imbarazzanti e improbabili che arrivano dalla radio e dalla tv potrebbero spingerci a credere… .

Purtroppo molto spesso ci si fa imbambolare dalla facciata, fatta solo di riflettori e di fama, che i media ci mostrano tutti i giorni, senza far trasparire tutto il sudore che c’è dietro ogni progetto. Probabilmente anche per questo motivo ci sono tanti cantanti da karaoke e pochissimi VERI ARTISTI.

Ti faccio un’ultima domanda: quali sono i tuoi progetti futuri (piccolo spoiler)?

I miei progetti futuri, oltre a portare avanti il mio blog su valyelle.com e il mio canale youtube, con consigli sul canto e su tutto quello che gira intorno al mondo di un cantante, riguardano la creazione di nuovi corsi online su argomenti molto richiesti, ad esempio quello sul riscaldamento vocale (corso in arrivo!), con delle vocal routine pronte che contengono i migliori esercizi della tecnica vocale moderna. Poi ci sono le lezioni su Skype per chi non è di Torino e quindi non può raggiungermi in studio, a cui si può accedere dal mio sito. E poi in arrivo eventi e seminari per chi mi segue e vuole portare la propria voce ad un livello superiore!

Ti ringrazio tanto per la tua disponibilità. È stato davvero un onore poter parlare con una professionista come te. Grazie mille!

Grazie a te! Mi fa piacere dedicare del tempo a chi nutre una profonda passione nei confronti di quest’arte magica: la musica! Un bacio!

“The Urban Pop Diva” (English interview to Eliza G)

Buonasera.

La scorsa settimana ho pubblicato l’intervista all’artista Elisa Gaiotto, in arte Eliza G (https://passionfor.music.blog/2020/02/17/the-urban-pop-diva-intervista-ad-eliza-g/). Dato il suo enorme successo riscontrato all’estero, ho pensato di rendere quest’intervista più “internazionale”: ho deciso, infatti, di tradurla in inglese, considerata ormai la lingua “mainstream” per eccellenza. Inoltre, con questa scusa faccio l’utile e il dilettevole, dato che studio lingue!

Detto ciò, vi lascio all’articolo. Buona lettura!

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Hello everybody!

I’m Adry Pitty and this is my blog, in which I write about my passion for music. I also love talking with artists who live of music, my first love.

In this article you find my interview to Eliza G, an Italian singer and a very famous artist abroad.

Hope you like it!

Hi! Tell us who you are!

Hello everybody! I’m Elisa Gaiotto (my stage name is Eliza G).  My career as a solo singer has started ten years ago with Roberto Zanetti, a fantastic music producer (he also co-operated with Alexia and Corona). Thanks to my hard but wonderful work I had the opportunity to travel around the world, from Brazil to Switzerland, England, as far as Spain. I started making pop- dance music, but when I was 14 I had already begun to be in touch with all the music genres. I took part of a band making rock, acoustic, funky music. In short, I liked (and I still like) trying to “play the game”! The pop-dance way brought me out of Italy, and made me become famous abroad. But this wouldn’t have been possible without the help of my actual manager Saint Paul.

This year my last album, Ninety, has been put out (https://www.youtube.com/watch?v=UuDXMg7ukIw&list=OLAK5uy_lTAG3XN4GhuFbPfbs2L-SIshCWilx6ikk). I was lucky to present it during my concerts in different countries, as Brazil!

It’s something crazy! Now, tell me about your songs. With “Summer Lie” (2009) and “Love is unbound” (2011) you have been at the top of the international ranking. Moreover, in 2012 we have “My love is love” (by Giancarlo Bigazzi, a very famous songwriter, music producer and lyricist), in 2013 “The way”, produced by David Guetta. What did you feel when you realized you would have cooperate with those “big” (important) artists?

So, as regards “The way”, I didn’t directly cooperate with David Guetta, due to the fact that his recording studio stands in Paris. It was a very successful song, with 10.000 pre-sale copies sold. Although that, I’m really disappointed, because it often happens that an Italian singer has to go away from his/her country to become famous. Expecially my first single tracks told me the opportunity to go to the South of America. Here I attended to different important festivals, I worked together with different radios and local tv programs. I “dived into” a very different world, which has been erased when I went back to Italy, where I sang in front of 50/100 people into clubs and pubs with my band (naturally I am always thankful to life to do what I love, even for few people).

And this is the weak point of the Italian music. Italy often focuses on the international music, not giving any importance to its culture, crossing out any form of patriotism.

This is an absurd contradiction, because Italy is the country “par excellence” of the culture and the arts.

Italian people have lost positivity. This because there are very few possibilities to make music and live for it; moreover, this opportunity is given to “pre-chosen” people. I repeat, I’m very grateful to make this work, but it’s also true that we have to make the truth at the first place: why living of illusions, fantasy?

We are afraid to say: “I’m Italian!”. Why? When people discovered I was Italian, their eyes have become shiny!

Very probably this is caused by the widespread ignorance throughout the Italian people. If we don’t know our origins, our culture, we can’t appreciate them; on the contrary, we’ll always be afraid. If we only learnt  to speak less and hear more, we would understand how to open our mind to foreign culture without being frightened.

Absolutely yes! It’s an endless cultural giving and receiving. Moreover, knowing other cultures, you can learn to appreciate more yours!

As you have just said, sometimes  Italian people are wiseacres, so critical towards others and too little towards them. Italian people (I’m generalizing) tend to put their enemies in trouble. On the contrary, the collaboration in the other countries is awesome!

When I attended to the “Cerbul de Aur” festival, the third most important event in Europe after the Eurovision (which I had the luck to win),  there was a very friendly atmosphere between us. We were as a family!

In Latin America you are called the “Urban Pop Diva”. Although that, you decided to go back to Italy to attend to “The voice of Italy”. You had the opportunity to grow up artistically thanks to the help of the coach Gigi D’Alessio, a really professional singer.

Of course! Well, first I have to tell you that I didn’t know if it was better not to make this experience. I was afraid to make some mistakes and ruin all the work I had done in all those years. I attended to the Blind Auditions, and all the four judges turned themselves towards me! (Video of the whole exhibition:  https://www.youtube.com/watch?v=3w1-lXx8bRE). I was so happy, especially that Gigi had turned! I have always thought he was a very cheerful and purposeful person; my expectations became reality! He was always available for advices, and he saw all my practices for the show. For me, this was the sense of The Voice! This is my fondest memory of the Tv program!

You are a very humble person, you never settle for what you have learnt, but you have a lot of thirst for knowledge!

In life you’lle never stop learning! It’s a non-stop growth, and this can be applied for any kind of work!

Tell me another thing (just curious!): there has been somebody who told you to start this “journey”, or you have always been independent and headstrong to be able to make this all alone?

Well, I start saying that, in contrast with a lot of artists, my family there is nobody playing any instrument or singing. When I was 8, a friends’ daughter played piano, so I decided to tell my parents to attend to a piano course. For a few years I studied classic music. When I was 13-14, I understood I wanted to make something different. For this reason I decided to make part of the band of the high school, and it was in this situation that I started singing, due to the fact there wasn’t any singer. My first song was “Animal instinct”, by Cranberries (1998): in that moment my crazy adventure began. I was the only girl, so they treated me as a boy: I loaded the equipment up and down, I learnt how to install the amplification.

My parents have never realized how my passion was born: maybe my grandpa “gave” me this talent (he played the trump in the town band (it was his passion, not his work). Although that, my parents have always support me, and I will always be grateful to them for that!

Not everybody has this luck! The last question: your dream-feature and your next projects (little spoiler!).

I really listen to all kinds of music, so I don’t have a real favorite singer with whom I would like to sing. If I have to mention an international artist, I adore Lady Gaga, so she would be my first choice. As Italian artists, I have “old-school” tastes: I like so much Nek and Negramaro, so I would prefer to make rock music!

As regards the next projects, I can tell you that I will be in different Tv shows. I’m working to different things that have to be top secret until they won’t be certain, but I can tell you I have a lot of things on my plate!  

Perfect! So we’ll follow your social profiles to discover what you’re hiding! I know you’re really busy, so I really thank you for this interview and for time spent for me!

It was my pleasure! You have been so cute! Bye!

“The Urban Pop Diva” (Intervista ad Eliza G)

La passione per la musica può essere così forte da non farti quasi dormire la notte; ti perseguita fino a che non diventa la tua quotidianità. Bisogna essere disposti a fare molti sacrifici per far diventare il proprio sogno realtà, anche andare all’estero ed allontanarsi dalla propria amata terra. Ed è proprio questo ciò che Elisa Gaiotto, in arte Eliza G, ha fatto; perché molto spesso l’Italia non riconosce la stoffa, costringendo molti ragazzi talentuosi a scappare in altre nazioni per crearsi un futuro migliore.

Vi lascio la mia video-intervista e, spostando la barra di scorrimento verso giù, trovate l’intervista scritta. Ho deciso di presentarvi entrambe le varianti d’intervista per permettere a chiunque e in qualsiasi momento di leggere/ascoltare le mie chiacchierate con questi artisti eccezionali!

Se volete, potete lasciare un commento. Mi piacerebbe tanto leggere cosa ne pensate del mio progetto blog.

Detto ciò, buona lettura/visione!

Ciao! Presentati!

Sono Elisa Gaiotto, in arte Eliza G. Ho voluto mantenere il mio nome di battesimo, ma l’ho reso un po’ più “internazionale” , nel momento in cui è iniziata la mia carriera da solista dieci anni fa con Roberto Zanetti, l’ex produttore di Alexia e Corona. È stato un percorso faticoso, ma meraviglioso, che mi ha portato a visitare tante parti del mondo, dal Brasile alla Svizzera, l’Inghilterra, fino in Spagna. Ho iniziato nel settore pop dance, ma fin dall’età di 14 anni ho sperimentato tutti gli stili. Avevo una band con cui facevo rock, acustico, funky … insomma, mi piaceva (e mi piace ancora oggi) molto sperimentare.  Questo percorso pop dance è proseguito negli anni in maniera un po’ più fruttuosa all’estero rispetto all’Italia, grazie al mio attuale manager e produttore Saint Paul. Quest’anno, è uscito il mio nuovo album, “Ninety” (https://www.youtube.com/watch?v=UuDXMg7ukIw&list=OLAK5uy_lTAG3XN4GhuFbPfbs2L-SIshCWilx6ikk), che ho avuto l’immensa fortuna di presentare durante il mio live in diversi Paesi, tra cui il Brasile.

Con “Summer lie” (2009) e “Love is unblound” (2011) hai cavalcato le classifiche internazionali. Inoltre, nel 2012 è uscito “My love is love” (del Maestro Giancarlo Bigazzi), nel 2013 “The way”, prodotta da David Guetta. Che emozioni hai provato a collaborare con professionisti di tale calibro?

Allora, per quanto riguarda il brano “The way”, è stato lavorato tra l’Italia e lo studio parigino di David Guetta, quindi non è stata una collaborazione diretta. È stato un singolo di successo, con 10.000 copie vendute solo in prevendita. La cosa che mi da un sorriso amaro è il fatto che la musica prodotta in Italia molto spesso (e il mio caso è perfetto) per avere successo debba essere inevitabilmente esportata all’estero. Soprattutto i primi singoli mi hanno aperto la strada verso il Sud America, in cui ho partecipato a festival importanti, ho collaborato con diverse radio e televisioni locali, ho fatto anche tanti concerti. Mi sono dunque trovata catapultata in un mondo totalmente diverso, mondo che veniva “infranto” oserei dire nel momento in cui tornavo in Italia, nel senso che ricominciavo a fare serate più intime, da 50/100 persone, in club e pub vari con la mia band (naturalmente sempre con grande soddisfazione ed umiltà).

Ed è proprio questo il punto debole della musica italiana. In Italia non ci si rende conto del talento nostrano, ma si guarda con più esuberanza alla musica internazionale, cancellando ogni traccia di orgoglio nazionale.

Che tra l’altro è una contraddizione pazzesca , perché l’Italia è il Paese per antonomasia dell’arte, della cultura. Questo perché non le si guarda con positività. Purtroppo, ci sono pochi spazi, e questi spazi (è brutto da dire, ma è la verità) sono “predestinati”, ricoperti sempre da una solita cerchia. Ripeto, non sputo sul piatto in cui mangio, però è anche giusto dire le cose come stanno e non vivere nel Paese dei Balocchi: noi italiani sbagliamo a valutare noi stessi, perché all’estero l’Italia è vista come la nazione più “wow”! Noi abbiamo paura di dire che siamo italiani, quando invece durante i miei concerti all’estero, nel momento in cui si scopriva che ero italiana, a tutti brillavano gli occhi.

Questo probabilmente perché c’è troppa ignoranza e troppa poca cultura. Non conoscendo il nostro passato e le nostre capacità, è ovvio che ci sottovalutiamo. Solo conoscendo la “farina del proprio sacco” si può imparare a guardare alle altre culture con la giusta apertura mentale.

Assolutamente sì! È uno scambio e un arricchimento continuo perché, conoscendo le altre culture, impari ad analizzare ed apprezzare maggiormente la tua!

A parer mio, il problema dell’italiano medio è la sua saccenteria, il suo essere molto critico e poco autocritico. Non si osserva, non si guarda all’altro con curiosità per migliorare ancora di più se stessi, ma si tende ad affossare il “nemico”. Posso dire che lo spirito di collaborazione che c’è fuori è assurdo! Per mia grande sorpresa, sono stata scelta tra i 12 partecipanti provenienti da tutto il mondo al “Cerbul de Aur” (Cervo d’Oro in italiano), che sarebbe un equivalente del nostro Festival di Sanremo, il terzo festival più importante in Europa dopo l’Eurovision, e con mio grandissimo stupore ho vinto il Festival. Ti posso dire che lo spirito di aggregazione tra noi artisti e con il team che lavorava con loro è stato qualcosa di grandioso.

Non per niente in Latino America  sei chiamata la “Urban Pop Diva”. Nonostante questo, però, hai deciso di tornare in Italia per partecipare a “The voice” e di crescere artisticamente assieme al coach, nonché al grandissimo artista Gigi D’Alessio (ti confesso che quand’ero bambina era il mio idolo). Al di là del genere che può piacere o meno, ha una professionalità assurda (non per niente ancora oggi è un cantante di successo).

Allora, intanto devo confessarti che all’inizio non avevo considerato quest’opportunità, perché non mi andava molto a genio l’idea di partecipare ad un talent show. Successivamente, ho pensato di partecipare a quello che  mi sapesse più di tutti di musica, appunto, The Voice. Quando ho scoperto di aver passato il primo provino, e che quindi avrei dovuto affrontare le Blind Auditions (video esibizione: https://www.youtube.com/watch?v=3w1-lXx8bRE), sono andata lì senza alcuna pretesa; addirittura con un po’ di incoscienza perché rischiavo di rovinare anni di carriera se avessi fatto una brutta figura. Invece, con mia grande sorpresa, si sono girati tutti e quattro i giudici. Io speravo fin dall’inizio che si girasse almeno Gigi, perché ha una competenza musicale infinita, e inoltre mi ha sempre dato l’idea di essere una persona propositiva e solare, e in  effetti è stato proprio così! Una persona squisita, semplice, che mi ha aiutato tanto, e soprattutto una persona pratica. C’era sempre, anche durante le prove, anche quando non era tenuto ad esserci, in sala prove; per me è stato quello il senso di The Voice!

È proprio bella quest’umiltà che hai, perché nella vita non si smette mai di imparare!

Quando eserciti un qualsiasi mestiere, che sia o artistico, o imprenditoriale, comunque cerchi di prefissarti degli obiettivi a breve, medio e lungo termine, e cerchi passo passo di raggiungerli. Quindi non si finisce mai di imparare, è una crescita continua, ed è proprio questo il bello!

Toglimi una curiosità: c’è stato qualcuno che ti ha spinto ad intraprendere questa strada o hai fatto tutto da sola?

Allora, intanto preciso che la mia non è una famiglia di musicisti, come di solito si sente dire da molti cantanti. A 8 anni la figlia di amici studiava pianoforte, quindi ho deciso di chiedere ai miei di iscrivermi ad un corso di pianoforte. Per un po’ d’anni mi sono dunque dedicata allo studio della musica classica. Arrivata ai 13-14 anni ho capito che volevo far altro, allora ho deciso di iscrivermi alla band d’istituto delle scuole superiori come tastierista, ma mi sono cimentata nel ruolo di cantante dato che c’era questa carenza. La prima canzone che ho cantato è stata “Animal instinct” dei Cranberries (1998); da lì è iniziato tutto. Ero l’unica ragazza, quindi mi trattavano come un maschio, caricavo e scaricavo l’attrezzatura, montavo l’amplificazione, ho imparato molto da quell’esperienza.

I miei genitori sono sempre rimasti perplessi di questo mio talento; forse avrò preso dal nonno, che suonava la tromba nella banda del paese, ma non era il suo mestiere. Nonostante ciò, mi hanno sempre appoggiata, anzi, mi hanno incoraggiata ogni volta.

Bellissimo. Una fortuna che non tutti hanno. Un’ultima domanda: con chi ti piacerebbe collaborare in futuro e quali sono i tuoi progetti? (Piccolo spoiler XD)

Io ascolto tanto di tutto, quindi non ho un artista preferito da scegliere. Fanno parte tutti di generi completamente diversi. Come artista internazionale, adoro Lady Gaga, lei sarebbe la mia prima scelta. Come artisti italiani, sono un po’ più “old school”: mi sono sempre piaciuti Nek, i Negramaro, andiamo quindi a toccare il genere rock.

Come progetti futuri, posso dirti che farò un sacco di cose fighe in Romania, tra cui programmi televisivi. Sto lavorando a un po’ di progetti che per ora rimangono top secret, fino a quando non saranno certi, ma posso assicurarti che ci sono tante cose che bollono in pentola! Sono molto positiva!

Perfetto! Allora ti seguiremo per scoprire cosa ci nascondi! Io ti ringrazio per quest’intervista/chiacchierata. So che sei molto impegnata, quindi grazie per il tempo che mi hai dedicato!

È stato un piacere! Grazie a te, sei stata gentilissima e piacevole! A presto!

Vivo per Lei (Intervista a Marco Vito)

Foto presa dal profilo instagram di Marco Vito

“Vivo per lei perchè oramai io non ho altra via d’uscita, perchè la musica lo sai, davvero non l’ho mai tradita. Vivo per lei perchè mi dà pause e note in libertà. Ci fosse un’altra vita la vivo, la vivo per lei.”

Avrete sicuramente intuito a che canzone mi stia riferendo. Questi versi mi fanno venire in mente un professionista che ha deciso di dedicare interamente la sua vita alla musica.

Io con quest’artista ho avuto la fortuna di chiacchierare del suo amore nei confronti di un’arte così attraente ed eclettica. Ecco a voi la mia intervista a Marco Vito, cantante, direttore d’orchestra, musical performer e vocal coach (insomma, poca roba!).

Marco Vito e Riccardo Cocciante (foto presa da Gazzetta del Sud Online – Messina)
Musical “Romeo e Giulietta” (Foto presa da Overblog)

A sedici anni ha già debuttato all’Arena di Verona, e nel 2007 ha ricoperto il ruolo di Romeo nella tragedia shakespeariana Romeo e Giulietta” rivisitata dal grande Riccardo Cocciante. Quando ha iniziato questo percorso, aveva già in mente di continuare con i musical per fare della sua passione una professione, oppure aveva altri progetti per il futuro?

Ciò che succede a 16 anni non puoi prevederlo.

Ero un ragazzo normale che amava studiare e ovviamente cantare, la musica è sempre stata il mio grande amore ma non ero sicuro che sarebbe potuta diventare la mia realtà.

Poi ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada Riccardo Cocciante che è stato mio maestro di vita, e ha cambiato totalmente il mio modo di vedere la musica. Ho capito che sarebbe stato il mio futuro.

Successivamente, ha avuto modo di diventare vocal coach e collaboratore musicale di diversi programmi TV, come Ora o mai più”, Ti lascio una canzone” e The voice of Italy. Mi racconti brevemente di questesperienza. Cosa si porta dietro?

Amo lavorare dietro le quinte dei programmi tv, lo faccio ormai da più di dieci anni ed ho avuto modo di conoscere tantissimi grandi artisti e confrontarmi con loro. Ho iniziato con il Maestro Leonardo De Amicis e da lui ho imparato tanto. Oggi occuparmi della crescita dei giovani talenti e lavorare alla creazione della loro personalità artistica è ciò che mi dà più stimoli.

Marco Vito direttore d’orchestra ad “Amici” (Foto presa dal profilo instagram di Marco Vito)

Lesperienza più recente la vede direttore dell’orchestra (formata da musicisti giovanissimi) del celebre programma Amicinella sua penultima edizione. Che cosa prova quando sta a contatto con i ragazzi? E soprattutto, com’è stato accompagnare la stupenda e imponente voce del tenore Alberto Urso?

Dirigere l’orchestra di Amici come ho sempre detto, è il coronamento di un sogno. Ho lavorato tanto per riuscire ad essere pronto per un compito così importante e ringrazio sempre della fiducia il Maestro Celso Valli e Maria De Filippi che rischiando hanno scommesso su di me.

Con i ragazzi che fanno parte del programma così come con i miei musicisti, siamo coetanei, ci accomunano gli stessi sogni, le stesse speranze e le stesse paure. Respiriamo insieme la stessa musica e condividiamo la voglia di farne la nostra vita.

Marco Vito e Alberto Urso (Foto presa dalle stories di Marco Vito)

Accompagnare Alberto è stato ancor più emozionante, lo conosco da piccolo, gli ho visto muovere i primi passi in musica tanti anni fa, veniamo dalla stessa provincia. L’ho preparato a “Ti Lascio Una Canzone” nel 2010, ed è stato bello ritrovare lo stesso ragazzo pulito, con un enorme talento, che negli anni ha fatto sacrifici enormi per formarsi e raggiungere questo grande obiettivo.

Tecla Insolia e Marco Vito (Foto presa dalle stories di Marco Vito)

Ieri Tecla Insolia ha debuttato a Sanremo nella categoria Giovani con il singolo 8 Marzo”. Che emozione ha provato nel  leggere il suo nome tra i professionisti che hanno collaborato alla creazione di questo brano così toccante?

Ero stato al festival due volte, ci ho cantato da ospite con Riccardo Cocciante, sono passati dieci anni, e sentir dire il mio nome è stata una soddisfazione che non credevo potesse darmi queste sensazioni. Scrivere per Tecla, con la quale abbiamo condiviso tanto, che ho visto crescere all’Accademia Le Muse di Gianna Martorella di Piombino sua manager, è ancora più emozionante.

Lei ha una grande sensibilità e sa comunicare in modo incredibile anche un testo importante come “8 Marzo” (https://www.raiplay.it/video/2019/12/sanremo-giovani-2019-serata-finale-tecla-insolia-canta-8-marzo-nuove-proposte-sanremo-2020-933e03b8-6412-4c60-9294-5b345f66a2b3.html). Sono fiero di lei e del gruppo di lavoro che segue questo progetto, dall’etichetta Rusty Records agli altri autori oltre che grandi amici con i quali ho il piacere di condividere questa avventura.

C’è un sogno nel cassetto che vorrebbe realizzare?

Vivo di sogni da quando ho iniziato a fare questo lavoro, mi piacerebbe continuare a crescere per dare il massimo alla musica, che mi regala sempre di più di quanto io possa dare a lei.

La ringrazio davvero tanto per la sua disponibilità. Le auguro con tutto il cuore di percorrere la strada che la musica ha tracciato per lei per tutta la vita.

Grazie a te! A presto!

Immobile (intervista a Mario Grande)

Ormai da una settimana si sono concluse le vacanze natalizie, o per meglio dire, le abbuffate natalizie… Ma non tocchiamo questo tasto dolente!!! 😥

Piuttosto, parliamo di musica.

Mario Grande (foto presa dal suo profilo instagram)

Qualche giorno fa ho avuto l’immenso piacere di scambiare due chiacchiere con Mario Grande, cantautore, musicista e produttore musicale (poca roba…).

Prima di lasciarvi, però, all’intervista, mi sento in dovere di fare una piccola presentazione.

Mario Grande, nato a Roma, è figlio di Adriano Grande, uno tra i poeti più rilevanti del 1900.

Da bambino inizia a prendere confidenza con il pianoforte e la chitarra e compone canzoni. Comincia la sua attività di musicista realizzando musica per il cinema. Ha realizzato la colonna sonora del film di Martina D’Anna “Prima le donne e i bambini” del 1992, che ha segnato d’altronde l’esordio al cinema di Corrado Guzzanti.

Contemporaneamente all’attività musicale coltiva la sua passione per la radio e collabora come intrattenitore presso alcune talk radio della capitale.

Nel 2008 fonda la label M.B.C musica con cui  organizza rassegne musicali e concerti.

Grazie alle svariate sollecitazioni dei suoi colleghi musicisti, decide di pubblicare alcune sue composizioni e nel 2008 nasce “Viaggi Sul Tempo” (https://www.youtube.com/watch?v=SsFvI1xr8PY), album prettamente acustico, risultato della sua penna, per di più pregno di diversi stili (dal rock, al pop mainstream, fino al sound latino). Vanta prestigiose collaborazioni musicali, come Marco Rinalduzzi, Cristiano Micalizzi, Elio Buselli, Tommaso Morrone, Fabrizio Palma e Rossella Ruini.

Il primo singolo estratto dall’album, “Oronero” (https://www.youtube.com/watch?v=dJ8V1PC9f0k) , arriva sul podio della chart itunes Italia.

Con il secondo singolo “Marzo” (https://www.youtube.com/watch?v=4_ORPTzPQ2I)  il regista e autore televisivo Walter Corda si occupa della cura del videoclip, insieme alle illustrazioni dell’artista Amalia Caratozzolo.

Durante la lavorazione del primo album nasce una duratura collaborazione con Marco Rinalduzzi, chitarrista elettrico, nonché editore musicale del progetto.

Nel 2011 vede la luce il singolo “Al mercato delle foglie” (https://www.youtube.com/watch?v=ga5C98kjy9U). Protagonista del videoclip Mohamed  Zouaui, proclamato nello stesso anno attore rivelazione e vincitore del Golden Globe.

Nel 2014 esce “Al centro del nord” (https://www.youtube.com/watch?v=lNrz3TgSbBs) , un brano pop dalle nuances rock, insieme al videoclip girato a  Tokyo nel quartiere di Shibuya. Da questo momento in poi Mario Grande si occuperà personalmente della regia dei suoi videoclip. Del novembre 2017 è “Ogni singolo momento” (https://www.youtube.com/watch?v=KqJhKzjwZyo), brano dalla melodia sinuosa; del Luglio 2018, invece, “In qualche angolo di me” (https://www.youtube.com/watch?v=tNZmbZmrSa0) girato fra New York e Lucca con la partecipazione dell’attrice Eleonora Di Miele. A Gennaio del 2018 gira il videoclip della sua cover del brano “Dettagli” (https://www.youtube.com/watch?v=1nJQWtcaoxU) di Ornella Vanoni e Gino Paoli del 1973, nonché rivisitato nel 1980 da Roberto Carlos. L’album più giovane è “#capitolosecondo” (https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_k6tSfLP4eb1Co9k8Kh34WVHopkTw9kZBg) , messo in commercio nel 2019, contenente 7 inediti + gli ultimi due singoli pubblicati e la versione rimasterizzata di “Al mercato delle foglie”. Fra i musicisti che hanno collaborato all’album: Phil Palmer, Marco Rinalduzzi, Francesco Arpino, Cristiano Micalizzi, Elio Buselli, Luca Trolli, Salvatore Corazza, Tommaso Morrone, Fabrizio Palma, Serena Caporale e molti altri. Contemporaneamente all’uscita dell’album esce il videoclip del singolo “Immobile” (https://www.youtube.com/watch?v=05sFjQxzrwE). 

In che occasione hai iniziato a cantare?

Ho cominciato a cantare da bambino in un coro ma il mio desiderio è sempre stato quello di scrivere canzoni. Ricordo che vidi una tastiera elettronica a casa di un mio compagno di scuola e il desiderio fu immediatamente quello di usarla per comporre una canzone “mia”. Le mie prime composizioni nascono così, su una tastierina come quella che arrivò a casa mia in un Natale di tanti anni fa.

Come hai scoperto di avere la stoffa per scrivere anche testi?

Non saprei, è stato tutto molto naturale, quando ho provato a scrivere le prime canzoni ho cominciato anche a scrivere i testi, sai mio padre era un poeta e forse c’è qualcosa di ereditario nella voglia di raccontare delle storie e delle emozioni.

Quanti e quali strumenti suoni? Hai mai pensato di ampliare le tue conoscenze mettendoti alla prova con altri strumenti?

Sì, ho provato a suonare un po’ di tutto ma più per divertimento. Suono chitarra e pianoforte, ma li ho sempre utilizzati soprattutto per comporre… non mi ritengo un polistrumentista. In genere compongo i brani più romantici/soft con l’ausilio del pianoforte, invece prendo la chitarra quando ho voglia di fare un po’ di rock: in fondo sono due strumenti che rappresentano bene le mie due anime pop e rock!

Il nuovo album #capitolosecondo si apre con il singolo “Immobile”. Non avrai preso ispirazione da Alessandra Amoroso 😊 😊. Scherzi a parte, a chi dedichi questa canzone?

A proposito di Alessandra Amoroso e della “sua” Immobile ti racconto un aneddoto: gliela cantai a sorpresa in occasione di un suo compleanno, festeggiato con amici comuni, durante una vacanza a New York qualche anno fa. E’ una grande artista e una persona di cui apprezzo tanto umanità e sensibilità.

La mia “Immobile” invece è stata scritta recentemente ma non è detto che, inconsciamente, quando ho scritto il testo non sia stato condizionato dal ricordo di quella vacanza… chissà… 

E’ dedicata a tutte le persone che rimangono ferme ad aspettare qualcuno che forse non arriverà o non ritornerà mai.  Nel videoclip, che ho diretto e che accompagna questo brano, ho voluto esasperare con fantasia questo concetto raccontando la storia di un uomo che “immobile nel suo amore” parte dal 1930 e, superando la barriera del tempo, arriva fino ai giorni nostri per incontrare e testimoniare alla sua amata l’esistenza di un antico sentimento.

Wow! Un’ultima domanda: cosa vorresti fare in seguito?

Continuerò a scrivere canzoni perché questa per me è una necessità vitale. Con la mia etichetta, MBC musica, continuerò ad occuparmi di promozione e management: mi gratifica moltissimo mettere la mia esperienza a disposizione di altri artisti.

È davvero stupendo quello che fai. Stare a contatto con la musica ogni giorno e fare di essa uno strumento di sostentamento, oltre ad essere una parte di sé stessi, è davvero una gran fortuna.

Ti ringrazio davvero tanto per la tua preziosa collaborazione!

Grazie a te, a presto!

#CHEDIVENTIUNAMODA

Nello scorso articolo (https://passionfor.music.blog/2020/01/03/natale-di-luce-tempo-di-occhi-nuovi/) ho parlato del messaggio che i ragazzi del coro Karisma hanno voluto trasmettere: guardare al mondo con gli occhi di un bambino ed imparare a cogliere l’essenza del Natale. Ed è proprio questo che Stash, frontman dei Kolors, ha voluto dimostrare mediante un’azione concreta. Ecco le varie storie da lui pubblicate:

Voglio fare una precisazione ed esprimere in tal modo il mio parere sulla questione. Stash, come tutti i personaggi famosi, HA IL DOVERE di rendere pubblici questi momenti poiché, essendo appunto noto e seguito soprattutto da molti giovani, può dare loro un esempio positivo. Perché non utilizzare i social in modo produttivo? Perché pubblicare solo foto in bikini o mostra-muscoli oppure sputare il veleno che scorre nelle vene mediante commenti sotto i post dei vip, sprecando il nostro tempo a criticare chi non conosciamo neanche? Ci sono già state critiche nei confronti di questi video, considerato un mezzo di aumento di like e followers: “Il bene si fa in silenzio”. Questo senza dubbio, ma io sono convinta del fatto che Stash, come tutti i volti noti italiani e non, non abbiano bisogno di questi stratagemmi per essere amati maggiormente dal pubblico. Anche perché non è un solo video a dimostrare chi si è veramente, ma le azioni di ogni giorno, e se si finge prima o poi la maschera cadrà e si svelerà chi è davvero.

Termino questo mini-articolo citando le parole di Stash: “Magari iniziasse una moda di questo tipo sui social, così almeno tra un post da fighi e l’altro ci sarebbe qualcosa come un messaggio umano dietro”. #chediventiunamoda #spreadsomeloveforanyone