Nobili certezze (Intervista a Dario Cavaliere)

“Sono in viaggio su un treno in ritardo, la stazione che cerco dov’è? Sembra ormai che nessuno conosca una meta precisa per sé”.

Credo che chiunque di noi si sia domandato (o si stia domandando adesso) cosa fare della propria vita, che strada prendere per diventare persone migliori e combattere i propri mostri.

Dario Cavaliere, cantautore pop casertano, ci ha pensato a lungo, e proprio da queste riflessioni è nata “Nobili certezze” (link YouTube alla fine dell’articolo). Curiosi di sapere meglio di cosa parla? Se sì, leggete la mia chiacchierata con lui!

Inoltre, se vi interessa conoscere in modo più approfondito il suo percorso musicale, scorrete il cursore in basso e ascoltate la mia video-intervista!

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Dario Cavaliere, ho 29 anni, e sono un cantautore pop.

Quando hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato a 16 anni,  precisamente nel 2007.

La tua famiglia e i tuoi amici ti hanno supportato o sono stati contrari?

Mi hanno sempre supportato tutti, sia famiglia che amici, e di questo sono davvero grato, perché è una fortuna che non tutti hanno. Purtroppo molto spesso se non si è artisti non si capisce il valore della musica. Si tende a considerarla più una passione che una vera e propria opportunità lavorativa.

Quali i tuoi pregi e difetti in musica?

I miei pregi sono sicuramente l’impegno e la costanza nella ricerca del miglioramento. Riguardi ai difetti, ho delle lacune nel suonare il pianoforte, che sto provvedendo a risolvere studiando teoria.

Cosa pensi ti contraddistingua?

Penso di avere una mia identità artistica che dopo anni di esperienza e ricerca è venuta fuori.

Quali sono state le esperienze che più di tutti ti hanno segnato?

Ho avuto una band per 6 anni, I Dreamway Tales, con la quale ho inciso due album, varie aperture nei palazzetti di artisti famosi di quel periodo, come i Lost, i Sonhora e i Finley, ed anche alcuni passaggi in radio. Ho vinto un concorso alla casa della musica chiamato Giovani Talenti che mi ha portato anche al secondo posto al festival di Avezzano e in semifinale a Castrocaro nel 2015.

Nel 2016 è uscito il tuo singolo Nobili certezze (link alla fine dell’articolo). Di cosa parla?

Nobili certezze parla di un conflitto interiore che tutti possiamo avere nella vita. Le nobili certezze sono quello che resta di una personalità, quello che ci serve per affrontare il nostro lato oscuro (secondo me tutti abbiamo una parte buona e una cattiva; questo si può evincere dal video, in cui ci sono due me, uno vestito in bianco e uno in nero, che alla fine si uniscono). Sono dunque la base solida dell’animo, più o meno nascosta, che ci permette di diventare persone migliori. Per farle emergere, dunque, dobbiamo combattere e lavorare ogni giorno su noi stessi.

Bellissimo! Una curiosità: Pro o contro i talent?

Dipende dalla situazione e dall’artista in questione. Se sai gestire bene il tutto, se sai scendere a compromessi (nel senso positivo del termine) e dunque metterti in discussione ogni giorno, i talent possono essere un’ottima vetrina, ma essi devono essere un punto di partenza, di crescita, mai di arrivo.

Il tuo sogno nel cassetto?

Riuscire a fare della musica il mio lavoro per tutta la vita.

Con quale artista ti piacerebbe duettare?

Con chiunque possa farmi crescere umanamente ed artisticamente. Io penso che qualsiasi artista che abbia qualcosa da dire merita di essere ascoltato, dunque per me sarebbe già tanto collaborare con dei professionisti. Però, se proprio dovessi scegliere, mi piacerebbe davvero tanto duettare con Brendon Urie, Gerard Way ed Elisa.

Progetti futuri (piccolo spoiler 😝)

Sto lavorando ad un album con la mia produzione e ci sono varie situazioni musicali dove proverò ad inserirmi per fare carriera, speriamo bene! 🤣

Video-intervista a Dario Cavaliere
Videoclip di Nobili certezze

PROFILI SOCIAL DI DARIO CAVALIERE:

MIEI PROFILI SOCIAL:

Italiano e inglese: strumenti d’espressione per Grid.

“Sono gli anni migliori, impara dai tuoi errori”. Questo è un verso di “Frammenti”, brano introspettivo di Fabiana Mattuzzi, giovanissima cantante veneta che ha deciso di mettersi a nudo raccontando la sua adolescenza attraverso la sua arte, la musica.

Ecco qui la nostra chiacchierata. Buona lettura!

Ciao! Presentati!

Ciao a tutti! Sono Fabiana Mattuzzi, in arte Grid, ho 19 anni, sono una cantautrice e il mio genere musicale di riferimento è il pop.  

Quando hai iniziato ad intraprendere questo percorso? Inoltre, hai subito capito che questa fosse la tua strada?

La musica è sempre stata la mia vita. Ho sempre voluto fare questo fin da piccolina e già all’età di 6 anni facevo le mie prime esibizioni.

 Chi sono i tuoi artisti di riferimento?

Sono cresciuta ascoltando Adele e Anastasia, ma ammetto che nell’ ultimo periodo Dua Lipa mi ha molto colpita.

Nel tuo canale YouTube (link profilo a fine articolo) ci sono sia cover che tuoi brani. Preferisci “andare sul sicuro” cantando un tuo brano e quindi esprimendo al massimo le tue doti canore, oppure ti piace metterti alla prova interpretando brani non tuoi?

Penso che non ci sia cosa più bella dello scrivere le proprie canzoni e trasmettere i propri messaggi. Amo scrivere e comporre le mie canzoni ma, ovviamente, prima di scrivere cose mie ho portato sul mio canale delle cover che mi piacevano. Naturalmente cerco di fare ogni cover un po’ mia, per arrivare al pubblico e trasmettere loro un messaggio.

Nel 2017 arrivi in finale a Sanremo New Talent e a Sanremo Unlimited. Nel 2018 ti esibisci a Casa Sanremo e vieni scelta da Red Ronnie per cantare al Palafiori. Proprio in quest’occasione proponi il tuo singolo “Frammenti” (link a fine articolo). Inoltre, vinci il premio come Miglior Artista Femminile e Miglior Immagine a Sanremo Music Awards…

Il 2017 e il 2018 sono stati anni importanti che mi hanno fatto capire che questa è la mia strada. Vincere come migliore artista femminile tra cinque mila candidati è stato bellissimo. Sempre nel 2017 ho partecipato al concorso “Piove è Musica”, e ho addirittura vinto il premio come favorita del pubblico e una borsa di studio! Essere stata scelta poi da Red Ronnie è stata un’emozione unica…. Mi disse: “Tu vivi di musica, te lo si legge negli occhi”.

Nel giugno 2018 esce “Summer Love” (link a fine articolo), il tuo primo inedito. Differenze con Frammenti (dal punto di vista stilistico e tematico).

Summer Love è stato il mio primo singolo in uscita anche se avevo scritto prima Frammenti. Sono due canzoni molto diverse che però raccontano due parti di me. Frammenti racconta la mia adolescenza e dietro al testo si nascondono molti momenti della mia infanzia. Proprio per questo ho aspettato nel farla uscire, perché volevo che fosse perfetta. Riguardo Summer Love, scritta in un giorno, ho subito sentito che quella fosse la canzone giusta. Appena ho finito di scriverla, mi sono detta: “È questa!”.

Perché hai scelto proprio la lingua inglese per esprimerti al meglio?

Ho deciso di comporre in inglese perché, avendo fatto elementari, medie e liceo in una scuola inglese, ho sempre cantato in questa lingua, quindi l’ho sempre sentita molto vicina. Mi sono avvicinata all’italiano solo quando ho iniziato l’Accademia Musicale a Rimini e da quel momento ho cominciato a comporre anche in italiano.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Di sicuro in questo 2020 ci saranno due singoli in uscita. Il prossimo a breve, proprio a inizio luglio, ed è in collaborazione con Hugo Marlo, un fantastico cantante spagnolo vincitore di Got Talent in Spagna e finalista di La Voz. Stiamo lavorando moltissimo e di sicuro il mio futuro me lo immagino a fare concerti, comporre sempre nuova musica ed incontrare tutte le persone che mi supportano.

Grazie mille per questa chiacchierata! È stato un piacere!

Ma grazie a te! A presto!

Fabiana Mattuzzi – Frammenti
Fabiana Mattuzzi – Summer Love
Intervista Red Ronnie a Fabiana Mattuzzi

PROFILI SOCIAL DI FABIANA MATTUZZI:

MIEI PROFILI SOCIAL:

Time will take my revenge … Lost and Found (Intervista ai Your Morning Vibes)

Immagine presa dal profilo instagram dei Your Morning Vibes

Ciao! Presentatevi!

Ciao! Siamo Filippo e Pietro, due ragazzi follemente innamorati della musica, nonché amici da tanti anni. Siamo di un piccolo paese in provincia di Vicenza.

Io sono Filippo, ho 24 anni e ho studiato al liceo musicale Pigafetta. Dopo aver preso il diploma in clarinetto e chitarra classica, ho deciso di proseguire gli studi musicali: infatti, mi sono laureato in “musica per film” al Conservatorio di Rovigo.

Io invece sono Pietro, ho 21 anni e studio ingegneria all’Università di Padova. Mi sono avvicinato alla musica da bambino suonando la chitarra, ma nel corso degli anni sono passato alla produzione musicale.

Come mai questo nome d’arte?

Il nome Your Morning Vibes nasce dalla nostra idea musicale: la nostra è una musica caratterizzata da melodie lente ed intime. Si ascolta prevalentemente quando ci si vuole rilassare o di mattina quando si vuole ascoltare un po’ di musica per iniziare al meglio la giornata. Il nome dunque suggerisce già all’ascoltatore con che tipo di musica avrà a che fare. Il nome e i nostri testi sono in inglese perché ci rivolgiamo ad un pubblico internazionale.

Quando avete iniziato a fare musica e, tra l’altro, avete iniziato insieme?

Abbiamo cominciato a scrivere musica insieme molti anni fa. All’inizio il “progetto” (che altro non era che un gioco tra ragazzi) riguardava solo noi due, e ci concentravamo maggiormente sulla musica dance/EDM. Successivamente, con altri amici del nostro paese ci siamo cimentati in jam session ed improvvisazioni di musica acustica ed elettronica. Nel 2017 abbiamo pensato, sotto proposta di Pietro, di seguire un’unica linea melodica che riuscisse a conciliare i ritmi lenti hip hop con sonorità jazz/funk. Così abbiamo cominciato a sperimentare questo genere a noi nuovo e infine, con la cantante vicentina Giulia Menta, amica di Filippo, a scrivere le prime canzoni del primo EP.

“Lost and Found” è il vostro nuovo EP, che succede “A man a street a town” (2019) (link YouTube a fine articolo). Parlatemi della particolarità sonore del vostro ultimo prodotto, dei diversi stili musicali di cui è ”impregnato”, e delle differenze con il precedente.

In “Lost and Found” abbiamo voluto evolvere il nostro stile musicale, la struttura e le sonorità timbriche e abbiamo anche aggiunto nuovi strumenti ed eseguito arrangiamenti più articolati. A differenza del primo Ep caratterizzato da sonorità più chill, intime e lente, quest’ultimo è più dinamico grazie alle timbriche pop/funk/soul. La voce, sempre della cantante Giulia Menta, è più presente ed articolata. Riguardo agli strumenti, abbiamo aggiunto il rhodes (pianoforte elettrico), il piano jazz o il sax. Non ci piace essere catalogati in un genere specifico … diciamo che apparteniamo alla famiglia de neo soul (o Nu Soul), che racchiude diverse timbriche appartenenti al soul, jazz, funk e hip hop.

Avete autoprodotto il vostro disco. Come mai questa scelta? Soddisfazioni?

Abbiamo autoprodotto sia il primo Ep che “Lost and Found”: non si tratta di una questione di denaro e possibilità di investimenti quanto alla voglia di produrre un prodotto che sia il frutto della nostra capacità artistica portandone in luce sia i pregi che i difetti. I brani sono prodotti, mixati e masterizzati nello studio di Filippo dove si sono registrate anche le parti strumentali e voce. Questa visione musicale porta ad avere molte soddisfazioni, ma anche a ricevere diverse critiche costruttive che, però, ci fanno maturare e far uscire dei prodotti con una qualità sempre maggiore.

Progetti futuri (piccolo spoiler 😜)

Abbiamo in cantiere la produzione di un album per l’anno prossimo: non sappiamo ancora le sonorità che avrà perché il nostro stile è in continua evoluzione e ci piace molto sperimentare. Sicuramente non ci allontaneremo troppo da quello che sentiamo nostro, perché vorrebbe dire snaturare la nostra musica. Tuttavia siamo in contatto con nuovi musicisti e cantanti per collaborare con loro ed alzare le asticelle della qualità e delle diversità timbriche.

Vi ringrazio davvero tanto per questa chiacchierata. Ad maiora semper. A presto!

Ma grazie a te Adry! A presto!

Vorrei che la rabbia fosse soffice… ♥ (Intervista a Matteo Faustini)

Immagine presa dal profilo instagram di Matteo Faustini

Il periodo che stiamo vivendo è sicuramente molto complicato e delicato. Guardiamo però il lato “positivo”: abbiamo più tempo libero e per riflettere su noi stessi e su chi ci sta accanto. In questo compito ci aiuta l’arte in generale e, nel mio caso specifico (e per tutti coloro che condividono la mia stessa passione), la musica. Lei è l’unica che mi fa calmare quando sono arrabbiata, che mi abbraccia nei momenti tristi (giuro, in questo periodo di quarantena abbiamo mantenuto le distanze di sicurezza 😝) e condivide la mia gioia nei momenti felici. In questo periodo ho avuto modo di ascoltare “Figli delle favole”, album di Matteo Faustini, partecipante di Sanremo 2020 nella categoria “Nuove Proposte”, e sono rimasta davvero colpita dai temi presenti nei suoi 11 brani: dalla passione per la musica al bullismo all’amore che tiene testa alle avversità della vita. Tutto ciò con il mondo Disney nello sfondo, ma non per questo gli argomenti sono trattati in modo puerile, anzi.

Non voglio aggiungere nient’altro, vi lascio guardare la mia chiacchierata con questo cantautore assurdo! Scorrendo giù trovate anche il link youtube dell’album “Figli delle favole” . Io vi consiglio di ascoltarlo … resterete a bocca aperta!

Quindi … buon ascolto! ♥

Fidiamoci … che cambierà! #andràtuttobene

In questi ultimi due mesi la vita di tutto il mondo è stata stravolta totalmente da una minaccia invisibile che incombe sulle nostre vite, una minaccia che porta dolore, ansia, paura, ma anche riflessione. Perché le cose non succedono mai per caso, e io voglio credere che questo sia un modo che il destino/ vita/ Dio sta usando per comunicare con noi, per lanciare un messaggio importante: basta cercare quello che non abbiamo e non goderci il presente! Basta inorgoglirsi e chiudersi in sé stessi perché “tanto c’è tempo per parlare con tizio o dichiarare il proprio affetto a quello/quella”! Noi questo tempo non ce l’abbiamo, perché non siamo immortali, e la stabilità per cui si sono fatti tanti sacrifici, molto spesso trascurando le cose più importanti, in un secondo si sgretola, e ci lascia con un pugno di polvere tra le mani. In questo periodo stiamo guardando in faccia la realtà nuda e cruda che fino a qualche mese fa non volevamo accettare: noi siamo di passaggio, un secondo ci siamo, l’altro non ne siamo sicuri. L’illusione più grande di cui l’uomo per secoli si è nutrito risiede nella sua centralità: l’uomo con le sue capacità si pone al centro dell’universo, possiede il Tempo e sfida la Natura. Quanto è incosciente l’essere umano, che non vuole ammettere che è una battaglia persa in partenza. Si riempie di oggetti, di beni materiali, illudendosi di essere felice. Ma basta un niente per farlo tornare sui suoi passi e annientarlo. NON SIAMO TOTALMENTE PADRONI DI NOI STESSI E DEL NOSTRO DESTINO, e ciò non dipende da una credenza religiosa o meno, ma è un dato di fatto.
Riflettiamo dunque sul vero senso della vita, su ciò che ci fa stare davvero bene, circondiamoci di persone che tengano a noi, che provino per noi un amore sincero, e gettiamo via il superfluo, SENZA PAURA DEL GIUDIZIO ALTRUI! Solo in questo modo la quarantena potrà portare qualcosa di positivo nella nostra vita, altrimenti sarà stato solo un periodo di stasi, di vacanze anticipate. Questo è ciò che i ragazzi dell’Oratorio Salesiano di Gela non hanno voluto fare. Hanno impiegato il loro tempo in modo fruttuoso, mettendo a disposizione,con semplicità, la loro arte: la musica.

Vi lascio due video realizzati dalla Corale Karisma: il primo è un arrangiamento del testo del brano “Nel blu dipinto di blu”, ribattezzato “Fidiamoci che cambierà!” ; il secondo è una cover della versione italiana di “You raise me up”: “Mi rialzerai”.

Con questi due video i ragazzi hanno voluto lanciare un inno alla speranza e alla fede, che dà forza e rialza nei momenti più difficili.

Buona visione!

L’unico mostro è la mia faccia sul cuscino (Intervista a Carrese)

Roberta Carrese (immagine presa dal suo profilo instagram)
Roberta Carrese (immagine presa dal suo profilo instagram)

Due mesi fa ho chiacchierato con Roberta Carrese, seconda finalista di The Voice of Italy 2015.

Prima di pubblicare l’intervista ho voluto riascoltarla, e mi sono venuti i brividi. All’inizio si è parlato della tecnologia, la cui principale funzione dovrebbe essere quella di unire persone lontane (puoi annullare le distanze che ci separano, cit.). Mi è sembrata quasi una premonizione di quello che sarebbe successo un mesetto dopo: incontrarsi soltanto virtualmente per proteggere se stessi e gli altri da un nemico invisibile. È triste, ma dobbiamo fare questo sacrificio per il bene dell’umanità.

Se sapremo restare uniti #andràtuttobene !

Detto ciò, vi lascio all’intervista. Buona visione!

Restare coerenti con la propria anima, sempre (Intervista agli Inude)

Inude (foto presa da instagram)

Ciao! Presentatevi!
Ciao! Noi siamo, Francesco, Giacomo e Flavio, siamo pugliesi e insieme formiamo gli Inude!

Come mai questo nome?

Giacomo: È difficile rispondere a questa domanda. Diciamo che abbiamo preso ispirazione dal pezzo Nude dei Radiohead, perché è breve e d’effetto.

In quale genere vi rivedete maggiormente?

Giacomo: Nell’elettronico, il che vuol dire tutto e niente, perché è uno stile molto ampio. Ci sono varie sfumature di soul, R&B … c’è un po’ di tutto!

Quindi vi considerate degli artisti poliedrici!
Giacomo: Sì, abbastanza! È importante sapersi destreggiare nel campo artistico – musicale, specialmente in quest’epoca. Devi essere pronto a fare qualsiasi cosa, altrimenti non puoi lavorare in questo contesto. Anche se bisogna puntualizzare che è importante restare sempre coerenti con se stessi e con il proprio progetto artistico, che non può e non deve essere completamente soppiantato dalle esigenze di mercato.

Quando avete iniziato a fare questo nella vita?

Francesco: Abbiamo iniziato a suonare insieme. All’inizio c’erano altre persone, poi siamo rimasti in tre, quindi se dovessimo definire da quanto tempo suoniamo come “Inude”, possiamo dire da quattro anni più o meno.

Avete dunque trovato fin da subito quel feeling che vi ha fatto sentire una famiglia, perché una band si basa su questo!

Francesco : Sì, assolutamente! Diciamo che il progetto è nato da Giacomo e Flavio, dopo che avevano deciso di trasferirsi su a Milano. Una volta tornati giù, io mi sono quasi inserito nel gruppo di testa come si suol dire!

Giacomo: Però in realtà Francesco ne ha sempre fatto parte, siamo sempre stati amici da molto tempo.

Il 5 Dicembre dello scorso anno è uscito il vostro album “Clara Tesla” (https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_ny9TrOoM7mKU7Z-iAwOumJX7bX4Fs26gk). Presentate brevemente il vostro progetto musicale.

Giacomo: Allora, è il nostro primo album dopo l’EP “Love is in the eyes of the animals” . Dentro trovate nove tracce, frutto di un “ritiro” che abbiamo deciso di fare dopo il tour, andando per un periodo a vivere “nel nulla”! Quel posto lì ci ha suggestionato, ci ha smosso dentro così tanto da poter creare nove brani da zero, che sono stati poi racchiusi in quest’album.

Avete dunque vissuto di pane e musica!

Francesco: Più di musica che di pane! Tra l’altro pane duro di ‘sti tempi, ma ci va bene così.

È vero sì che è difficile riuscire ad affermarsi in questo campo, però è anche vero che se non si seguono le proprie aspirazioni, i propri sogni, nella vita non si concluderà mai nulla.

Francesco: A chi lo dici! Nessuno di noi ha iniziato questo progetto per uno scopo monetario. Facciamo tutto cercando di non aspettarci chissà cosa, anche se devo dire che pian piano in quest’ultimo periodo stiamo cercando di alzare un po’ di più l’asticella.

E questa è una cosa bellissima! Fare musica per passione, e non per soldi, cosa che invece molti “artisti” antepongono alla professionalità e alla qualità del brano. Un esempio sono tutte le hit da quattro soldi che molto spesso sentiamo in giro, in che non dipende dal genere musicale in sé, il pop, ma dalla produzione del brano fatta all’ultimo momento, con accordi triti e ritriti, tanto per guadagnare un po’ .

Francesco: Credo che questo sia un ragionamento che non sta in piedi. Tu devi fare musica perché lo senti dentro, non per i soldi. Come puoi creare un qualcosa chiamato “canzone” se non metti passione, impegno e dedizione?!

Ascoltando il vostro album, mi hanno colpito maggiormente due brani: Sleep e By the ocean. Entrambi seguono una linea di fondo, sono molto pulite, ma allo stesso tempo c’è una ricerca di quel suono particolare che le rende speciali. Magari in By the ocean c’è un beat più pronunciato, ma resta sempre molto dolce, delicata. Quest’aspetto mi ha colpito molto, perché non è facile unire il mondo dell’elettronica con quello soul.

Giacomo: Ti ringraziamo molto! Hai centrato in pieno la descrizione di entrambi i pezzi, e permettimi di dire che non è semplice; il che vuol dire che hai una sensibilità spiccata nei confronti della musica in generale! Questa è stata la linea che abbiamo voluto seguire per tutto il disco, cioè non forzare, né essere troppo “strani” negli arrangiamenti, piuttosto andare a fare una ricerca molto più dettagliata e variegata del suono. Volevamo sperimentare e fare meno, perché ciò a volte ti porta a concentrarti su altre cose, ad esempio sulla scrittura. C’è stata probabilmente una cura più minuziosa rispetto all’EP anche in quest’ultimo aspetto. Per il resto, hai già presentato tu la linea che segue tutto l’album!

Ti ringrazio per il complimento! Da appassionata di musica e non professionista, apprezzo davvero tanto ciò che mi hai detto! Comunque, mi sembra di rivivere un dejà vu, la chiacchierata (non mi piace chiamarla intervista, perché cerco sempre di mantenere un tono colloquiale ed informale con l’artista, andando a mettere in risalto anche la parte umana) con Stash: alla mia domanda “Dai più importanza all’apparenza, all’aspetto fisico, oppure alla ricerca musicale? Secondo te cosa può portarti maggiormente al successo?”, ha risposto che si deve trovare un equilibrio tra i due aspetti, anche se in teoria dovrebbe essere più rilevante quello musicale. Lui è l’esempio perfetto di chi ha speso tanto, troppo tempo, nella ricerca di un sound perfetto, non riconosciuto però da chi di competenza (tant’è vero che You, l’album dei Kolors del 2017) non ha avuto chissà quanta risonanza. Purtroppo ormai si considera (sto generalizzando ovviamente) “buona musica” ciò che è orecchiabile, e non si guarda con interesse all’alternative.

Francesco: Praticamente il mercato musicale ha avuto un’accelerazione incredibile che molto spesso porta a delle scelte “drastiche”, quindi a ridurre la qualità sonora per ottimizzare i tempi di produzione e di uscita di un singolo o addirittura di un album. Seppur con molta umiltà, devo dirti che il nostro album è stata una scelta coraggiosa, noi abbiamo scelto di seguire la nostra identità, di fare la musica che piace a noi, anche se non è molto mainstream. È stato in cantiere per tre anni, non è stato per niente un lavoro frettoloso, proprio perché volevamo ricercare quella sfumatura di suono giusta.  I nostri live (spero di non sembrare arrogante) richiamano ad una dimensione che oggi purtroppo raramente si vede, molto elettronica, e sono curati nei minimi dettagli. Capisco le esigenze di molti artisti, ma non li giustifico né li condivido (parlo per me ma anche per tutta la band). Non voglio essere pessimista, ma il mercato discografico andrà sempre di più a perdere l’essenza della musica. Poi ci sono quei mostri che riescono a creare un prodotto di qualità con molta naturalezza e spontaneità (non so se questo sia anche il nostro caso).

È anche vero che c’è bisogno di molta esperienza per fare ciò.

Giacomo: Questo sicuramente! Riallacciandoci al discorso precedente, credo che questo sia un problema più italiano che della musica in generale, perché non si riesce più a scindere il genere pop dalla visione di musica popolare, mainstream, di plastica. Il pop di una volta era tutt’altro che commerciale, quindi secondo me dovrebbe tornare ad acquisire il valore che aveva fino a qualche tempo fa. Ci sono delle produzioni pop degli anni ‘60/’70 con una ricerca assurda del suono giusto! C’era gente che andava negli studi di registrazione in America per fare sperimentazioni ed uscire con un prodotto di qualità. Quindi è vero sì che oggi come oggi in diversi Paesi, come ad esempio l’Inghilterra, esiste il pop commerciale, ma esso non ha né scavalcato né snaturato il “vero” pop, che è quello che appunto ricerca il suono doc.

Parlando di ciò mi viene in mente uno tra i temi più discussi e “controversi” del mondo musicale: i talent show. Pensate siano una valida vetrina per lanciare veri artisti nel mondo musicale e permettere loro di fare musica nella vita, oppure credete che siano solo dei programmi che mettono in mostra delle stelle cadenti tanto per fare audience?

Giacomo: Secondo me nella maggior parte dei casi, a parte qualche rarissimo caso, vale la seconda opzione. Un difetto dei talent show è che lanciano artisti che da un giorno all’altro diventano famosi, senza fare quella gavetta necessaria per la formazione musicale di un cantante e/o musicista. Bisogna fare le cose in modo graduale per entrare all’interno di un certo ambiente. Quell’accelerata non controllata ti fa schiantare a terra, perché non hai le fondamenta ben salde.

Francesco: Io personalmente non punterei ad arrivare ad un pubblico che guarda quei programmi, semplicemente perché sono coloro che ti battono le mani fino a quando sei parte di quel talent show. Appena tutto finisce ci stanno due giorni a dimenticarti, e tu non esisti più. I talent show possono dunque essere considerati i “cine-panettoni” della musica: ogni anno si aspetta quel periodo per avere un minimo di risonanza. Naturalmente ci sono stati artisti che hanno continuato la loro carriera dopo i talent, ma sono davvero pochissimi quelli che ci riescono, e comunque, come diceva prima Francesco, quest’accelerata è troppo repentina. Si perde il bello di avere accanto dei fan che ti scrivono, che ti sostengono, perché così passi appunto dal non essere nessuno all’essere tizio che, però, un anno dopo viene rimpiazzato da altri tizi.

Questo assolutamente, anche se in teoria chi partecipa ad un talent show dovrebbe avere una consapevolezza alle spalle, che è quella di crescere, di maturare e di imparare cose nuove. Se si va lì solo per visibilità con la presunzione di essere già arrivati, allora arriva il fallimento.

Francesco: Purtroppo chi va lì si trova davanti un mondo tutto nuovo: produttori discografici, vocal coach e professori affermati, insomma tutta gente affermata. A ciò aggiungici le telecamere, e capisci che diventa un po’ destabilizzante. Inoltre, molto spesso arrivi lì con le migliori intenzioni, con delle tue idee su come realizzare un progetto musicale, e loro ti servono già il piatto pronto, e tu non hai neanche il tempo di rifletterci su, o per meglio dire devi accettarlo perché ormai sei in quella dimensione lì. Poi, puoi anche (come hanno fatto diversi artisti) accettare quella cosa lì e, una volta uscito da quell’ambiente, produrre un progetto tuo per intero, quindi in questo modo si sfrutterebbe il talent show solo per, come dicevamo prima, visibilità.

Torniamo a voi: perché avete prodotto dei brani soltanto in inglese? È il vostro “habitat naturale” oppure pensate che anche in italiano potreste presentare un buon prodotto?

Giacomo: Ti rispondo a nome di tutti e tre: nessuno di noi ha qualcosa contro l’italiano, anzi, probabilmente in futuro si potrebbe creare qualcosa a riguardo, però il progetto Inude è nato con l’intento di provare, senza alcuna presunzione, di arrivare anche all’estero. È un obiettivo pretenzioso, ma noi andiamo ad obiettivi graduali, non abbiamo fretta di spaccare subito! Il tempo darà le risposte!

Assolutamente! Grazie mille per la vostra disponibilità!

Grazie a te! A presto!

Cent'anni di solitudine (Intervista a Ganoona)

Ganoona, immagine presa dal suo profilo instagram

In questo momento molto difficile per non solo l’Italia, ma per il mondo intero, la musica è uno tra i mezzi più efficaci per evadere dalla realtà e per sentirci vicini, anche quando siamo lontani.

Ecco la mia chiacchierata con Gabriel, in arte Ganoona (in fondo all’intervista c’è una piccola sorpresa 😉 ).

Ganoona, immagine presa dal suo profilo instagram

Ciao! Iniziamo dalla presentazione! Dicci un po’ chi sei e cosa fai nella vita.

Ciao! Io sono Ganoona e sono un cantautore (almeno così mi piace definirmi). Quindi scrivo quello che canto, quello che mi fa paura nella vita. Sento un’esigenza di mettere le mie emozioni nero su bianco fin da piccolino, per parlare del mio sentirmi inadeguato. Lo  facevo per me, per sentirmi meglio, le cantavo chiuso in cameretta, fino al momento in cui qualcuno le ha ascoltate per sbaglio. Adesso non posso fare a meno di condividerle con la gente, e adoro quando mi arrivano messaggi in direct di persone che empatizzano, che mi dicono di aver provato una sensazione simile, di aver vissuto una situazione analoga alla mia. Questo mi fa davvero sentire realizzato.

Quando hai iniziato questo percorso?

Questo percorso è iniziato relativamente tardi, perché ci ho messo un po’ ad accettare questa passione. Ho iniziato a studiare teatro a diciotto anni e a lavorare in alcuni teatri indipendenti di Milano. Nel frattempo, ho cominciato a prendere confidenza con il rap, il mio primo amore. Sei anni fa, ho iniziato a studiare musica. Mi sono diplomato in canto moderno, pianoforte, e quest’esperienza mi ha aperto molto gli orizzonti. Ho infatti iniziato a sperimentare con diversi generi musicali a 360 gradi: c’è sempre un’influenza rap, ma ho imparato ad utilizzare la mia voce in maniera diversa, a non scandire semplicemente le parole, ma ad intonarle. Questo percorso mi ha portato fino a dove sono oggi.

Da quali artisti prendi spunto? Quali i tuoi artisti di nicchia?

Non credo che riuscirei a dirti solo un nome di un artista. Diciamo che le mie influenze sono varie, proverò a raggrupparle in tre maxi gruppi: un nome legato al mondo del rap italiano è Dargen D’Amico, artista da cui ho preso ispirazione per migliorare nella scrittura; per quanto riguarda il mondo della black music, del soul, R & B è Otis Reddings, artista che i miei genitori ascoltavano dai vinili; per concludere, l’altro polo è quello latino-americano. Io sono italo-messicano, quindi ho ascoltato tanta musica latina e messicana da sempre. L’artista che mi ha ispirato da sempre è Ana Cabra, cantautrice portoricana.

Le tue origini italo-messicane possono essere toccate con mano nel brano “Cent’anni”, titolo del tuo omonimo album. Questo brano parla di una relazione tossica. Prima di parlare del brano, però, vorrei chiederti in che modo convivi con queste due culture sia nella vita di tutti i giorni che musicalmente parlando. Insomma, come vivi questo “choque cultural”?

Allora, intanto mi fa piacere sentire questo termine!

Diciamo che l’università mi sta prendendo completamente il cervello XD. A parte gli scherzi, mi piace mixare la lingua italiana con altre straniere!

Benissimo! Però dobbiamo specificare il significato dell’espressione che hai usato. “Choque cultural” significa shock culturale, il contraccolpo culturale. Ti dirò la verità: questo contraccolpo l’ho sentito da appena nato. Mentirei nel dirti che è una cosa semplice conciliare due culture così distanti. Magari è più semplice per chi ha entrambi i genitori di un’altra cultura, perché in casa c’è una sola identità, e in un certo sai meglio chi sei! Io quand’ero piccolo parlavo due lingue, il che è un vantaggio, ma all’inizio crea degli squilibri. Io avevo una leggera dislessia che poi si è risolta. Non sto qui a raccontare la storia della mia vita, però posso dirti che tutta la mia famiglia vive in Messico, quindi da ragazzino ho sentito tanto la solitudine,e ho percepito tanto il choque cultural nel momento in cui andavo per due mesi in Messico e venivo travolto da una trentina di persone, vivevamo tutti in cinquanta metri quadri di casa.Finito questo periodo, tornavo al gelo milanese, e per me era un po’ uno shock, tutto ciò mi destabilizzava. Tra l’altro ero figlio unico. Da qui nasce l’esigenza di usare, in senso nobile, la musica per lenire questa ferita che ti segna, e che non va via nonostante gli anni ce passano. È stato un modo per trasformare questo contrasto in un qualcosa di creativo, e si sa che proprio dai contrasti molto spesso nascono delle cose interessanti.

Assolutamente! Guarda, il destino è un qualcosa di assurdo, perché proprio oggi ho sostenuto l’esame di Italiano per stranieri, e ho parlato proprio di Milano, metropoli multiculturale; la città dei “nuovi milanesi”, ovvero di tutti gli immigrati della prima generazione, di coloro che sono emigrati in Italia (quindi non figli di emigranti), che hanno in un certo senso cambiato la prospettiva linguistica italiana.

Pap Khouma parlava del fatto che Milano ti costringe in un certo senso a “mostrare i denti”, perché l’integrazione è, ahimè, qualcosa di difficile, sia in Italia che all’estero. È un tema molto delicato, e trovo bellissimo il fatto che tu riesca a trasformare qualcosa di apparentemente negativo in un qualcosa di bello, di positivo: la musica. questo ti fa veramente onore!

Ti ringrazio molto! È una tematica a cui tengo tantissimo. Milano è sicuramente quell’occhiettino sul futuro per l’Italia, e anticipa le “tendenze” e le “problematiche” (se così si possono definire) che in futuro si estenderanno in tutta la penisola. Sicuramente qui, come a Roma, l’integrazione è qualcosa di complesso, di difficile, non mancano tensioni. Per farti un esempio, io ho un carissimo amico cinese, anche lui fa l’artista, e mi parlava delle terribili discriminazioni che sta subendo in questo periodo a causa del Corona Virus (lui non va in Cina da quindici anni!). D’altra parte, però, mi sento di dire che l’integrazione è un’occasione per creare qualcosa di nuovo sia dal punto di vista artistico – culturale che da quello sociale. Qui a Milano ci sono gruppi di ragazzini uniti dalla passione per la musica in cui ci sono figli di cingalesi, africani, rumeni, forse due milanesi, di cui uno ha origini meridionali!

Forse ci sono più “stranieri”, quindi anche siciliani, calabresi, pugliesi, campani (e chi ne ha più ne metta) che milanesi doc! guarda, ne approfitto di questo tema per lanciare una sorta di messaggio, perché comunque studiando alla facoltà di Mediazione Linguistica ed Interculturale non posso non essere coinvolta ed essere vicina a questo tema. Come dicevi tu, l’integrazione è molto complessa, ma il problema è anche l’Italia. È il sistema che non funziona. Purtroppo noi siamo abituati a pensare che l’immigrazione sia un problema, un qualcosa di negativo da respingere, da allontanare, ma perché siamo noi a vederlo così! Se solo sapessimo “sfruttarlo”, sicuramente ci sarebbero delle “note” positive. Non sono io a dirlo, ci sono studi che lo dimostrano: se in qualche modo si riesce a fare della diversità una ricchezza, una forza, si può raggiungere il successo! Non dobbiamo aver paura del diverso, non dobbiamo escluderlo, anzi, dev’essere un modo per crescere e per apprezzare la nostra e la loro cultura!

Molto spesso sento dire: “Questi immigrati che parlano la loro lingua cancelleranno la tradizione italiana!”: niente di più falso! Quando negli anni ’50 l’italiano è iniziato ad entrare nelle case, si diceva che avrebbe spazzato via i vari dialetti nazionali. Sono tutti dei falsi miti dettati dall’ignoranza, quindi grazie mille per avermi dato l’opportunità di parlarne!

È giusto che noi giovani prendiamo a cuore questo tema. Il Paese un giorno sarà nelle nostre mani, quindi se noi abbiamo chiari questi concetti, sicuramente ci sarà un futuro più ottimista, in cui la paura viene superata dalla curiosità. Se conosci di più qualcosa, la paura ti passa!

Esattamente! Chiusa questa piccola parentesi, torniamo al brano “Cent’anni” (https://www.youtube.com/watch?v=nN0gIYOqLJ4). Esso rievoca un po’ l’opera “Cien años de soledad” di Gabriel Garcìa Marquez. Che relazione intercorre tra la canzone e l’opera letteraria?

Le connessioni sono fondamentalmente due: una riguarda più il romanzo, nel quale c’è una linea di confine labile tra vivi e morti, in questa storia di questa famiglia che dura quasi cent’anni (dopo qualche capitolo si capisce che uno dei personaggi in realtà non era in vita). Questo spaesamento che questa scrittura mi ha creato è molto simile a quello che ho provato nella mia amicizia tossica che mi ha portato a scrivere il brano. Per chiarire meglio la metafora, era come se io avessi davanti una persona viva, reale, quando in realtà avevo un fantasma, una persona che non si esponeva per quello che era realmente, ma creava solo illusioni. Era quasi un’immagine onirica. Quindi questa è la connessione legata al romanzo. L’altra è legata invece allo stile e alla corrente artistica, il realismo magico,un tipo di scrittura (ma anche di arte, un esempio è Frida Khalo)  a cui sono molto legato. Mi tolgo il cappello davanti a questi giganti, ma a me piace scrivere in questo modo, cioè nella mia scrittura non è così chiaro il confine tra quello che è reale, terra-terra, schietto, e quello che magari è un’iperbole che diventa quasi magica, che serve ad esprimere un sentimento.

Quindi ti basi molto sulla metafora!

Sì! Io ragiono per immagini nella vita, quindi quando scrivo uso tanto la metafora, la similitudine, o comunque dei flash, delle immagini, perché secondo me è un modo molto più immediato per trasmettere un’emozione piuttosto che spiegarla. Voglio farla arrivare come un quadro che deve esploderti nella testa!                 

Certo! Anche perché la canzone è un testo unito a melodia che dura tre minuti, e in quel breve tempo devi far entrare tutto ciò che vuoi dire, quindi devi cercare di essere immediato, non usare tanti giri di parole.

Una curiosità: di solito quando scrivi un brano ti ispiri soltanto a qualcosa che ti è capitato in prima persona, oppure prendi spunto da ciò che accade intorno a te?                                                                                                                         

Per la maggior parte delle volte parlo di esperienze vissute direttamente perché, come accennavo prima,la scrittura è per me una sorta di auto-terapia. Anche quando non facevo ascoltare a nessuno ciò che scrivevo mi serviva per avere uno specchio fedele alle emozioni, mi serviva per conoscermi meglio. Mi è capitato di scrivere canzoni – ritratto; c’è un brano di un po’ di tempo fa a cui tengo tanto, che si intitola”In the mood”, che definisco come un ritratto. Ho voluto dedicare questa canzone per immortalare, come fa un quadro, non un’esperienza, ma una persona che ha fatto parte della mia vita. La considero un po’ una fotografia musicale. Diciamo che sono aperto a tutti i tipi di esperimenti musicali!

La musica è una forma d’arte, e come tutte le arti serve ad “incidere” un messaggio, un pensiero, uno stato d’animo, un momento vissuto, ed è proprio questa la sua bellezza e la sua magia!

A proposito di aspirazioni future, in che direzione pensi di procedere stilisticamente parlando? Pensi di cambiare sound, di “sperimentare” nuovi generi?

Sicuramente la sperimentazione, intesa come un modo per giocare con i suoni, è ben accetta. In genere sono una persona che si annoia molto facilmente, quindi mi piace cambiare. Detto ciò, io ho sperimentato tanto negli anni, perché dovevo capire un po’ quale fosse il mio suono, la mia identità musicale. Adesso, soprattutto con “Cent’anni”, credo di aver trovato un equilibrio, la mia comfort zone, con questa commistione di suoni black e latini. Ovviamente ci saranno alcuni brani più spostati sul lato black, altri sul latino,sicuramente la mia musica ha un sound molto messicano. Ci saranno delle oscillazioni, però l’idea è quella di rimanere su questa strada.

Altra curiosità: pensi di partecipare a qualche talent show o programmi televisivi in generale?

Questo per me è un tema delicato. In passato ti avrei risposto assolutamente no, oggi ti direi che ci proverei ma avendo dei punti chiari nella mia testa. Ho alcuni amici che hanno provato, ad esempio, X Factor e mi hanno parlato di come hanno vissuto quest’esperienza, dei pro e dei contro che ci sono in ogni cosa. Secondo me bisogna farlo essendo consapevoli di ciò che stai andando ad affrontare per saper trarre il meglio da quest’esperienza. Un talent non sarà mai un punto d’arrivo per un artista. Se lo vedi così, ti rovini, anche perché tra l’altro nella vita non si arriva mai! Purtroppo le telecamere, il palco, il pubblico possono confonderti un po’ le idee e farti gasare troppo. Quella è un’occasione come altre, sicuramente importante, per farti notare, però devi avere chiaro in mente che cosa vuoi vendere di te. Bisogna essere crudi e schietti, soprattutto quando c’è di mezzo la televisione, quindi se tu non sai bene che “personaggio” vuoi essere, che tipo di arte vuoi vendere, rischi di farti mangiare da quella dimensione.

Se dovessi farlo, preferirei sicuramente farlo adesso che ho qualche anno in più, maggiore consapevolezza della mia identità artistica e di dove voglio arrivare.

Assolutamente! Il tempo ti schiarisce le idee e ti fa crescere, indipendentemente da cosa scegli di fare nella vita. Ti ringrazio davvero tanto per la tua disponibilità. Ti confesso che mi è piaciuto davvero tanto chiacchierare con te!

Idem! Grazie mille per la chiacchierata interessante!

Ti auguro davvero il meglio! A presto!

Grazie mille! A presto!

Pensare male di me, ma in fondo non sai se crederci veramente… #1annodiPensareMale

Il 15 Marzo 2019 è uscito il singolo “Pensare Male” dei The Kolors. Brano che vede la collaborazione della sensuale cantante Elodie Di Patrizi, seconda classificata della quindicesima edizione del talent “Amici”, talent che la band partenopea aveva vinto l’anno precedente, nonché di Anna Romano, Davide Petrella e Livio Giovannucci per la stesura del testo.

Un testo che racconta delle malelingue che possono portare una relazione allo sgretolamento.

Già in diversi articoli avevo avuto modo di parlare di questo brano, in cui ancora oggi mi rivedo molto (https://passionfor.music.blog/2019/07/21/fuori-il-video-di-pensare-male/ ; https://passionfor.music.blog/2019/07/21/grazie-per-non-aver-pensato-male-di-me/; https://passionfor.music.blog/2019/09/10/pensare-male-di-me-ma-in-fondo-non-sai-se-crederci-veramente/).

Oggi, in occasione del primo anniversario della sua uscita, lo ripropongo perché penso che sia un pezzo molto introspettivo, in cui tutti possiamo rifletterci e possiamo “usare” per riflettere sulle nostre relazioni e sui nostri errori.

Lascio qui il link youtube e il testo della canzone.

A volte fisso lo specchio e penso che
Ho fatto quasi trenta anni e non è un granché
Ho i tuoi vestiti qui da me
E ricomincia la guerra delle spunte blu
Si è fatto tardi e mi sa che non esco più
Tanto risponderai alle treNon c’è più serata in giro e chiami tu (chiami tu)
Non c’è più nessuno che ti fa
Pensare male di me
Ma in fondo non sai se crederci veramente
Pensare male di me
Anche quando non vuoi poi fai finta di niente
Lascia un vestito da me così domani potrai
Avere ancora la scusa
Per ritornare da me ma in fondo non vuoi
Andare via veramentePensare male di me
Pensare male di meCalpesterò le tue rose pensando a te
Resterò fuori stanotte e non so perché
Negli occhi degli altri vedo te
Mi bevo il cuore in un angolo della città
Un ubriaco mi grida sei splendida
Vorrei che fosse la verità
Ma invece mi sento così fragile
Per me sempre così facile
Perdere la testa
Ti dico di andar via ma vorrei dire restaNon c’è più serata in giro e chiami tu (chiami tu)
Non c’è più nessuno che ti faPensare male di me
Ma in fondo non sai se crederci veramente
Pensare male di me
Anche quando non vuoi poi fai finta di niente
Lascia un vestito da me così domani potrai
Avere ancora una scusa
Per ritornare da me ma in fondo non vuoi
Andare via veramentePensare male
Pensare male
Pensare male di me
Pensare male
Pensare male
Pensare male di mePensavo che è sempre più facile allontanarsi
È sempre più facile dimenticarsi
E invece siamo qui coi rimorsi, ci diamo i morsi
Sulla tua pelle bianca voglio scivolare
Nella notte sembra di volare
Sinceri non lo siamo stati mai
Sorridi e te ne vaiPensare male di me
Ma in fondo non sai se crederci veramente
Pensare male di me
Anche quando non vuoi poi fai finta di niente
Lascia un vestito da me così domani potrai
Avere ancora una scusa
Per ritornare da me ma in fondo non vuoi
Andare via veramentePensare male
Pensare male di me
Pensare male
Pensare male di mePensare male
Pensare male
Pensare male di me
Pensare male
Pensare male
Pensare male di me