Restare coerenti con la propria anima, sempre (Intervista agli Inude)

Inude (foto presa da instagram)

Ciao! Presentatevi!
Ciao! Noi siamo, Francesco, Giacomo e Flavio, siamo pugliesi e insieme formiamo gli Inude!

Come mai questo nome?

Giacomo: È difficile rispondere a questa domanda. Diciamo che abbiamo preso ispirazione dal pezzo Nude dei Radiohead, perché è breve e d’effetto.

In quale genere vi rivedete maggiormente?

Giacomo: Nell’elettronico, il che vuol dire tutto e niente, perché è uno stile molto ampio. Ci sono varie sfumature di soul, R&B … c’è un po’ di tutto!

Quindi vi considerate degli artisti poliedrici!
Giacomo: Sì, abbastanza! È importante sapersi destreggiare nel campo artistico – musicale, specialmente in quest’epoca. Devi essere pronto a fare qualsiasi cosa, altrimenti non puoi lavorare in questo contesto. Anche se bisogna puntualizzare che è importante restare sempre coerenti con se stessi e con il proprio progetto artistico, che non può e non deve essere completamente soppiantato dalle esigenze di mercato.

Quando avete iniziato a fare questo nella vita?

Francesco: Abbiamo iniziato a suonare insieme. All’inizio c’erano altre persone, poi siamo rimasti in tre, quindi se dovessimo definire da quanto tempo suoniamo come “Inude”, possiamo dire da quattro anni più o meno.

Avete dunque trovato fin da subito quel feeling che vi ha fatto sentire una famiglia, perché una band si basa su questo!

Francesco : Sì, assolutamente! Diciamo che il progetto è nato da Giacomo e Flavio, dopo che avevano deciso di trasferirsi su a Milano. Una volta tornati giù, io mi sono quasi inserito nel gruppo di testa come si suol dire!

Giacomo: Però in realtà Francesco ne ha sempre fatto parte, siamo sempre stati amici da molto tempo.

Il 5 Dicembre dello scorso anno è uscito il vostro album “Clara Tesla” (https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_ny9TrOoM7mKU7Z-iAwOumJX7bX4Fs26gk). Presentate brevemente il vostro progetto musicale.

Giacomo: Allora, è il nostro primo album dopo l’EP “Love is in the eyes of the animals” . Dentro trovate nove tracce, frutto di un “ritiro” che abbiamo deciso di fare dopo il tour, andando per un periodo a vivere “nel nulla”! Quel posto lì ci ha suggestionato, ci ha smosso dentro così tanto da poter creare nove brani da zero, che sono stati poi racchiusi in quest’album.

Avete dunque vissuto di pane e musica!

Francesco: Più di musica che di pane! Tra l’altro pane duro di ‘sti tempi, ma ci va bene così.

È vero sì che è difficile riuscire ad affermarsi in questo campo, però è anche vero che se non si seguono le proprie aspirazioni, i propri sogni, nella vita non si concluderà mai nulla.

Francesco: A chi lo dici! Nessuno di noi ha iniziato questo progetto per uno scopo monetario. Facciamo tutto cercando di non aspettarci chissà cosa, anche se devo dire che pian piano in quest’ultimo periodo stiamo cercando di alzare un po’ di più l’asticella.

E questa è una cosa bellissima! Fare musica per passione, e non per soldi, cosa che invece molti “artisti” antepongono alla professionalità e alla qualità del brano. Un esempio sono tutte le hit da quattro soldi che molto spesso sentiamo in giro, in che non dipende dal genere musicale in sé, il pop, ma dalla produzione del brano fatta all’ultimo momento, con accordi triti e ritriti, tanto per guadagnare un po’ .

Francesco: Credo che questo sia un ragionamento che non sta in piedi. Tu devi fare musica perché lo senti dentro, non per i soldi. Come puoi creare un qualcosa chiamato “canzone” se non metti passione, impegno e dedizione?!

Ascoltando il vostro album, mi hanno colpito maggiormente due brani: Sleep e By the ocean. Entrambi seguono una linea di fondo, sono molto pulite, ma allo stesso tempo c’è una ricerca di quel suono particolare che le rende speciali. Magari in By the ocean c’è un beat più pronunciato, ma resta sempre molto dolce, delicata. Quest’aspetto mi ha colpito molto, perché non è facile unire il mondo dell’elettronica con quello soul.

Giacomo: Ti ringraziamo molto! Hai centrato in pieno la descrizione di entrambi i pezzi, e permettimi di dire che non è semplice; il che vuol dire che hai una sensibilità spiccata nei confronti della musica in generale! Questa è stata la linea che abbiamo voluto seguire per tutto il disco, cioè non forzare, né essere troppo “strani” negli arrangiamenti, piuttosto andare a fare una ricerca molto più dettagliata e variegata del suono. Volevamo sperimentare e fare meno, perché ciò a volte ti porta a concentrarti su altre cose, ad esempio sulla scrittura. C’è stata probabilmente una cura più minuziosa rispetto all’EP anche in quest’ultimo aspetto. Per il resto, hai già presentato tu la linea che segue tutto l’album!

Ti ringrazio per il complimento! Da appassionata di musica e non professionista, apprezzo davvero tanto ciò che mi hai detto! Comunque, mi sembra di rivivere un dejà vu, la chiacchierata (non mi piace chiamarla intervista, perché cerco sempre di mantenere un tono colloquiale ed informale con l’artista, andando a mettere in risalto anche la parte umana) con Stash: alla mia domanda “Dai più importanza all’apparenza, all’aspetto fisico, oppure alla ricerca musicale? Secondo te cosa può portarti maggiormente al successo?”, ha risposto che si deve trovare un equilibrio tra i due aspetti, anche se in teoria dovrebbe essere più rilevante quello musicale. Lui è l’esempio perfetto di chi ha speso tanto, troppo tempo, nella ricerca di un sound perfetto, non riconosciuto però da chi di competenza (tant’è vero che You, l’album dei Kolors del 2017) non ha avuto chissà quanta risonanza. Purtroppo ormai si considera (sto generalizzando ovviamente) “buona musica” ciò che è orecchiabile, e non si guarda con interesse all’alternative.

Francesco: Praticamente il mercato musicale ha avuto un’accelerazione incredibile che molto spesso porta a delle scelte “drastiche”, quindi a ridurre la qualità sonora per ottimizzare i tempi di produzione e di uscita di un singolo o addirittura di un album. Seppur con molta umiltà, devo dirti che il nostro album è stata una scelta coraggiosa, noi abbiamo scelto di seguire la nostra identità, di fare la musica che piace a noi, anche se non è molto mainstream. È stato in cantiere per tre anni, non è stato per niente un lavoro frettoloso, proprio perché volevamo ricercare quella sfumatura di suono giusta.  I nostri live (spero di non sembrare arrogante) richiamano ad una dimensione che oggi purtroppo raramente si vede, molto elettronica, e sono curati nei minimi dettagli. Capisco le esigenze di molti artisti, ma non li giustifico né li condivido (parlo per me ma anche per tutta la band). Non voglio essere pessimista, ma il mercato discografico andrà sempre di più a perdere l’essenza della musica. Poi ci sono quei mostri che riescono a creare un prodotto di qualità con molta naturalezza e spontaneità (non so se questo sia anche il nostro caso).

È anche vero che c’è bisogno di molta esperienza per fare ciò.

Giacomo: Questo sicuramente! Riallacciandoci al discorso precedente, credo che questo sia un problema più italiano che della musica in generale, perché non si riesce più a scindere il genere pop dalla visione di musica popolare, mainstream, di plastica. Il pop di una volta era tutt’altro che commerciale, quindi secondo me dovrebbe tornare ad acquisire il valore che aveva fino a qualche tempo fa. Ci sono delle produzioni pop degli anni ‘60/’70 con una ricerca assurda del suono giusto! C’era gente che andava negli studi di registrazione in America per fare sperimentazioni ed uscire con un prodotto di qualità. Quindi è vero sì che oggi come oggi in diversi Paesi, come ad esempio l’Inghilterra, esiste il pop commerciale, ma esso non ha né scavalcato né snaturato il “vero” pop, che è quello che appunto ricerca il suono doc.

Parlando di ciò mi viene in mente uno tra i temi più discussi e “controversi” del mondo musicale: i talent show. Pensate siano una valida vetrina per lanciare veri artisti nel mondo musicale e permettere loro di fare musica nella vita, oppure credete che siano solo dei programmi che mettono in mostra delle stelle cadenti tanto per fare audience?

Giacomo: Secondo me nella maggior parte dei casi, a parte qualche rarissimo caso, vale la seconda opzione. Un difetto dei talent show è che lanciano artisti che da un giorno all’altro diventano famosi, senza fare quella gavetta necessaria per la formazione musicale di un cantante e/o musicista. Bisogna fare le cose in modo graduale per entrare all’interno di un certo ambiente. Quell’accelerata non controllata ti fa schiantare a terra, perché non hai le fondamenta ben salde.

Francesco: Io personalmente non punterei ad arrivare ad un pubblico che guarda quei programmi, semplicemente perché sono coloro che ti battono le mani fino a quando sei parte di quel talent show. Appena tutto finisce ci stanno due giorni a dimenticarti, e tu non esisti più. I talent show possono dunque essere considerati i “cine-panettoni” della musica: ogni anno si aspetta quel periodo per avere un minimo di risonanza. Naturalmente ci sono stati artisti che hanno continuato la loro carriera dopo i talent, ma sono davvero pochissimi quelli che ci riescono, e comunque, come diceva prima Francesco, quest’accelerata è troppo repentina. Si perde il bello di avere accanto dei fan che ti scrivono, che ti sostengono, perché così passi appunto dal non essere nessuno all’essere tizio che, però, un anno dopo viene rimpiazzato da altri tizi.

Questo assolutamente, anche se in teoria chi partecipa ad un talent show dovrebbe avere una consapevolezza alle spalle, che è quella di crescere, di maturare e di imparare cose nuove. Se si va lì solo per visibilità con la presunzione di essere già arrivati, allora arriva il fallimento.

Francesco: Purtroppo chi va lì si trova davanti un mondo tutto nuovo: produttori discografici, vocal coach e professori affermati, insomma tutta gente affermata. A ciò aggiungici le telecamere, e capisci che diventa un po’ destabilizzante. Inoltre, molto spesso arrivi lì con le migliori intenzioni, con delle tue idee su come realizzare un progetto musicale, e loro ti servono già il piatto pronto, e tu non hai neanche il tempo di rifletterci su, o per meglio dire devi accettarlo perché ormai sei in quella dimensione lì. Poi, puoi anche (come hanno fatto diversi artisti) accettare quella cosa lì e, una volta uscito da quell’ambiente, produrre un progetto tuo per intero, quindi in questo modo si sfrutterebbe il talent show solo per, come dicevamo prima, visibilità.

Torniamo a voi: perché avete prodotto dei brani soltanto in inglese? È il vostro “habitat naturale” oppure pensate che anche in italiano potreste presentare un buon prodotto?

Giacomo: Ti rispondo a nome di tutti e tre: nessuno di noi ha qualcosa contro l’italiano, anzi, probabilmente in futuro si potrebbe creare qualcosa a riguardo, però il progetto Inude è nato con l’intento di provare, senza alcuna presunzione, di arrivare anche all’estero. È un obiettivo pretenzioso, ma noi andiamo ad obiettivi graduali, non abbiamo fretta di spaccare subito! Il tempo darà le risposte!

Assolutamente! Grazie mille per la vostra disponibilità!

Grazie a te! A presto!

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