Italiano e inglese: strumenti d’espressione per Grid.

“Sono gli anni migliori, impara dai tuoi errori”. Questo è un verso di “Frammenti”, brano introspettivo di Fabiana Mattuzzi, giovanissima cantante veneta che ha deciso di mettersi a nudo raccontando la sua adolescenza attraverso la sua arte, la musica.

Ecco qui la nostra chiacchierata. Buona lettura!

Ciao! Presentati!

Ciao a tutti! Sono Fabiana Mattuzzi, in arte Grid, ho 19 anni, sono una cantautrice e il mio genere musicale di riferimento è il pop.  

Quando hai iniziato ad intraprendere questo percorso? Inoltre, hai subito capito che questa fosse la tua strada?

La musica è sempre stata la mia vita. Ho sempre voluto fare questo fin da piccolina e già all’età di 6 anni facevo le mie prime esibizioni.

 Chi sono i tuoi artisti di riferimento?

Sono cresciuta ascoltando Adele e Anastasia, ma ammetto che nell’ ultimo periodo Dua Lipa mi ha molto colpita.

Nel tuo canale YouTube (link profilo a fine articolo) ci sono sia cover che tuoi brani. Preferisci “andare sul sicuro” cantando un tuo brano e quindi esprimendo al massimo le tue doti canore, oppure ti piace metterti alla prova interpretando brani non tuoi?

Penso che non ci sia cosa più bella dello scrivere le proprie canzoni e trasmettere i propri messaggi. Amo scrivere e comporre le mie canzoni ma, ovviamente, prima di scrivere cose mie ho portato sul mio canale delle cover che mi piacevano. Naturalmente cerco di fare ogni cover un po’ mia, per arrivare al pubblico e trasmettere loro un messaggio.

Nel 2017 arrivi in finale a Sanremo New Talent e a Sanremo Unlimited. Nel 2018 ti esibisci a Casa Sanremo e vieni scelta da Red Ronnie per cantare al Palafiori. Proprio in quest’occasione proponi il tuo singolo “Frammenti” (link a fine articolo). Inoltre, vinci il premio come Miglior Artista Femminile e Miglior Immagine a Sanremo Music Awards…

Il 2017 e il 2018 sono stati anni importanti che mi hanno fatto capire che questa è la mia strada. Vincere come migliore artista femminile tra cinque mila candidati è stato bellissimo. Sempre nel 2017 ho partecipato al concorso “Piove è Musica”, e ho addirittura vinto il premio come favorita del pubblico e una borsa di studio! Essere stata scelta poi da Red Ronnie è stata un’emozione unica…. Mi disse: “Tu vivi di musica, te lo si legge negli occhi”.

Nel giugno 2018 esce “Summer Love” (link a fine articolo), il tuo primo inedito. Differenze con Frammenti (dal punto di vista stilistico e tematico).

Summer Love è stato il mio primo singolo in uscita anche se avevo scritto prima Frammenti. Sono due canzoni molto diverse che però raccontano due parti di me. Frammenti racconta la mia adolescenza e dietro al testo si nascondono molti momenti della mia infanzia. Proprio per questo ho aspettato nel farla uscire, perché volevo che fosse perfetta. Riguardo Summer Love, scritta in un giorno, ho subito sentito che quella fosse la canzone giusta. Appena ho finito di scriverla, mi sono detta: “È questa!”.

Perché hai scelto proprio la lingua inglese per esprimerti al meglio?

Ho deciso di comporre in inglese perché, avendo fatto elementari, medie e liceo in una scuola inglese, ho sempre cantato in questa lingua, quindi l’ho sempre sentita molto vicina. Mi sono avvicinata all’italiano solo quando ho iniziato l’Accademia Musicale a Rimini e da quel momento ho cominciato a comporre anche in italiano.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Di sicuro in questo 2020 ci saranno due singoli in uscita. Il prossimo a breve, proprio a inizio luglio, ed è in collaborazione con Hugo Marlo, un fantastico cantante spagnolo vincitore di Got Talent in Spagna e finalista di La Voz. Stiamo lavorando moltissimo e di sicuro il mio futuro me lo immagino a fare concerti, comporre sempre nuova musica ed incontrare tutte le persone che mi supportano.

Grazie mille per questa chiacchierata! È stato un piacere!

Ma grazie a te! A presto!

Fabiana Mattuzzi – Frammenti
Fabiana Mattuzzi – Summer Love
Intervista Red Ronnie a Fabiana Mattuzzi

PROFILI SOCIAL DI FABIANA MATTUZZI:

MIEI PROFILI SOCIAL:

Senza storia: album contro l’omologazione (intervista a Gaetano Nicosia)

Ciao! Presentati!

Sono un musicista dato all’avvocatura o un avvocato che ama le note più degli atti di citazione e delle udienze in Tribunale. Mettila come vuoi. Il risultato è che fra i colleghi sono visto come musicista e fra i musicisti sono visto come avvocato. Ma è un destino a cui sono abituato. Essendo anche io come te, siciliano ma trapiantato al nord, ho sempre vissuto questo problema dell’identità mista e del mancato riconoscimento o del “non appartenere”: a Milano ero il terrone e quando andavo in vacanza in Sicilia mi chiamavano polentone. Ma anche questo fa parte della necessità che abbiamo di catalogare sempre tutto.

Quando hai scoperto la tua passione per la musica e in che modo?

Ho sempre amato la musica, l’ho sempre ascoltata, sin da piccolo. Sempre attratto dalle canzoni, dal rock, dal pop, dal beat, dalla musica classica. Ricordo che con il mio amico del cuore delle elementari facevamo anche delle rappresentazioni teatrali sulle note delle Ouvertures di Rossini, inventandoci dei dialoghi sulle linee dei botta e risposta musicali. Dialoghi senza parole, in cui le parole erano la musica e l’intensità la davano le nostre espressioni, le interpretazioni che davamo. Lui è diventato un famoso e apprezzato baritono che gira il mondo. Ricordo che, ascoltando le note e le linee melodiche ci immaginavamo delle storie, con dei personaggi. Ogni strumento era un personaggio e ogni intermezzo di quello strumento era la parte di quel personaggio nella storia. E passavamo i pomeriggi a interpretare la Gazza ladra, il barbiere di Siviglia, l’Italiana in Algeri, il Guglielmo Tell. Poi anni dopo mi è capitato di andare al suo esordio alla Scala, proprio con Il barbiere di Siviglia. E prima che entrasse in scena ho sentito da dietro il palco la sua voce che precedeva il suo ingresso in scena. Era come quando eravamo bambini, uguale, l’unica differenza era che lui stava sul palco e io in galleria ad ascoltarlo. Non smettevo di piangere.

Il mio legame con la musica è sempre stato forte, viscerale. Ogni momento per me ha sempre avuto una sua canzone. Ogni cosa che mi succede mi richiama il testo o la melodia di una canzone.

Che però potessi suonare o addirittura comporre questo l’ho capito molto dopo rispetto ai pomeriggi in cui ascoltavamo Rossini. La chitarra l’ho imbracciata a 20 anni, prendendo lezione da Elio, il mitico portinaio del mio liceo, il Berchet, a Milano. Negli scantinati con la sua Fender Strato del 1962, bianca decorata con fiori, decisamente hippy. Faceva tremare le pareti e io rimanevo estasiato, lì a guardarlo e avrei dato un braccio per suonare come lui, pensando che non ne sarei mai diventato capace.

Ho iniziato come tutti, con le cover più semplici e sono andato avanti per altri 15 anni. Poi un giorno, in sala prove mi è partito un giro di chitarra e la band mi ha seguito. Erano le prime note di una canzone che ancora non ho prodotto. Tutte e nove i pezzi del mio album sono nati 15 anni fa da un giro di chitarra in sala prove. Col tempo ho preso coscienza del fatto che, di fatto, stavo componendo e ci ho preso gusto. Da lì sono venuti i testi e poi l’idea di fare di tutto questo qualche cosa di concreto, tangibile. È così che sono arrivato all’idea e poi alla produzione vera e propria di un cd. Senza Storia è un percorso di presa di consapevolezza mia.

Quando hai capito che la strada giusta fosse quella giuridica e non quella da artista?

In realtà, per come ti ho detto, non ho mai fatto una scelta. La strada della musica, in termini di composizione l’ho intrapresa a 35 anni, quando ormai avevo il mio percorso professionale. Quindi la musica è arrivata decisamente dopo e si è affiancata alla mia vita. Anche perché potessi scegliere non esiterei nemmeno un attimo, saprei chi buttare giù dalla torre.

Passiamo al tuo disco. S’intitola “Senza storia” (link YouTube alla fine dell’articolo) ed inneggia alla libertà d’espressione. Il protagonista è Memo, batterista sordo. Raccontami di più di questo personaggio. Da dove hai preso ispirazione?

Anche questo personaggio è nato in sala prove. Il batterista con cui suonavo all’epoca una sera si presenta in sala prove e dice “oh, ci dobbiamo muovere, già non ci sento bene ma l’otorino mi ha detto che al massimo in due anni divento sordo e mi dovrei mettere l’impianto cocleare.”

Appena ha finito di dire questa cosa nella mia testa è apparsa l’intera opera rock, l’idea di questo bambino sordo che diventa batterista per emanciparsi dalla situazione drammatica della sua infanzia. In realtà Memo non è sordo, ha deciso da bambino di non sentire più, solo che non se lo ricorda. Senza Storia è sì come hai detto un inno alla libertà, ma senza memoria non abbiamo nessuna libertà, quindi è anche un inno a una libertà consapevole, a una libertà dove non tutte le cose sono uguali, una libertà fatta di differenze che contano. Se fossimo tutti uguali non potremmo essere liberi. La libertà si nutre solo della coscienza e dell’equilibrio delle differenze. L’omologazione è la negazione di tutto questo.

Hai mai pensato di trasformare il CD in un libro?

Bella domanda. In realtà pensavo ad un musical ma per arrivare al musical o a qualsiasi ulteriore modalità di rappresentazione bisogna passare necessariamente da un libro. Sì certamente ci ho pensato, ci sto pensando, bisogna solo trovare il tempo.

Progetti futuri (piccolo spoiler)

Uno te l’ho già detto. Mi piacerebbe rappresentare l’opera rock a teatro, nella forma di musical. Poi ci sarebbe il secondo capitolo di Senza Storia, non si è mai vista un’opera punk-rock che si esaurisce in 9 brani. Però devo anche dire che al momento, vista la lunga gestazione del mio primo cd, vorrei prendere un po’ il respiro e allontanarmi per un po’ da Memo. In fondo penso che anche lui abbia bisogno di riposo. Avere a che fare con me non è semplicissimo.

Al momento sto lavorando con grandissimo entusiasmo a tre nuovi pezzi collaborando con il grandissimo Luigi Schiavone che, dopo aver partecipato con contributi notevolissimi a Senza Storia, ha nuovamente deciso di condividere il suo talento per comporre qualcosa insieme a me. Abbiamo in ballo due brani suoi sui quali mi ha chiesto di scrivere il testo e un brano mio che mi sta arrangiando in maniera davvero entusiasmante.

A breve spero di produrli.

E noi speriamo di ascoltarli presto. Grazie mille per la tua disponibilità!

Ma grazie a te per quest’intervista! A presto!

Album “Senza storia” di Gaetano Nicosia
Video ufficiale di Senza storia
Video ufficiale del singolo Skazzo

Time will take my revenge … Lost and Found (Intervista ai Your Morning Vibes)

Immagine presa dal profilo instagram dei Your Morning Vibes

Ciao! Presentatevi!

Ciao! Siamo Filippo e Pietro, due ragazzi follemente innamorati della musica, nonché amici da tanti anni. Siamo di un piccolo paese in provincia di Vicenza.

Io sono Filippo, ho 24 anni e ho studiato al liceo musicale Pigafetta. Dopo aver preso il diploma in clarinetto e chitarra classica, ho deciso di proseguire gli studi musicali: infatti, mi sono laureato in “musica per film” al Conservatorio di Rovigo.

Io invece sono Pietro, ho 21 anni e studio ingegneria all’Università di Padova. Mi sono avvicinato alla musica da bambino suonando la chitarra, ma nel corso degli anni sono passato alla produzione musicale.

Come mai questo nome d’arte?

Il nome Your Morning Vibes nasce dalla nostra idea musicale: la nostra è una musica caratterizzata da melodie lente ed intime. Si ascolta prevalentemente quando ci si vuole rilassare o di mattina quando si vuole ascoltare un po’ di musica per iniziare al meglio la giornata. Il nome dunque suggerisce già all’ascoltatore con che tipo di musica avrà a che fare. Il nome e i nostri testi sono in inglese perché ci rivolgiamo ad un pubblico internazionale.

Quando avete iniziato a fare musica e, tra l’altro, avete iniziato insieme?

Abbiamo cominciato a scrivere musica insieme molti anni fa. All’inizio il “progetto” (che altro non era che un gioco tra ragazzi) riguardava solo noi due, e ci concentravamo maggiormente sulla musica dance/EDM. Successivamente, con altri amici del nostro paese ci siamo cimentati in jam session ed improvvisazioni di musica acustica ed elettronica. Nel 2017 abbiamo pensato, sotto proposta di Pietro, di seguire un’unica linea melodica che riuscisse a conciliare i ritmi lenti hip hop con sonorità jazz/funk. Così abbiamo cominciato a sperimentare questo genere a noi nuovo e infine, con la cantante vicentina Giulia Menta, amica di Filippo, a scrivere le prime canzoni del primo EP.

“Lost and Found” è il vostro nuovo EP, che succede “A man a street a town” (2019) (link YouTube a fine articolo). Parlatemi della particolarità sonore del vostro ultimo prodotto, dei diversi stili musicali di cui è ”impregnato”, e delle differenze con il precedente.

In “Lost and Found” abbiamo voluto evolvere il nostro stile musicale, la struttura e le sonorità timbriche e abbiamo anche aggiunto nuovi strumenti ed eseguito arrangiamenti più articolati. A differenza del primo Ep caratterizzato da sonorità più chill, intime e lente, quest’ultimo è più dinamico grazie alle timbriche pop/funk/soul. La voce, sempre della cantante Giulia Menta, è più presente ed articolata. Riguardo agli strumenti, abbiamo aggiunto il rhodes (pianoforte elettrico), il piano jazz o il sax. Non ci piace essere catalogati in un genere specifico … diciamo che apparteniamo alla famiglia de neo soul (o Nu Soul), che racchiude diverse timbriche appartenenti al soul, jazz, funk e hip hop.

Avete autoprodotto il vostro disco. Come mai questa scelta? Soddisfazioni?

Abbiamo autoprodotto sia il primo Ep che “Lost and Found”: non si tratta di una questione di denaro e possibilità di investimenti quanto alla voglia di produrre un prodotto che sia il frutto della nostra capacità artistica portandone in luce sia i pregi che i difetti. I brani sono prodotti, mixati e masterizzati nello studio di Filippo dove si sono registrate anche le parti strumentali e voce. Questa visione musicale porta ad avere molte soddisfazioni, ma anche a ricevere diverse critiche costruttive che, però, ci fanno maturare e far uscire dei prodotti con una qualità sempre maggiore.

Progetti futuri (piccolo spoiler 😜)

Abbiamo in cantiere la produzione di un album per l’anno prossimo: non sappiamo ancora le sonorità che avrà perché il nostro stile è in continua evoluzione e ci piace molto sperimentare. Sicuramente non ci allontaneremo troppo da quello che sentiamo nostro, perché vorrebbe dire snaturare la nostra musica. Tuttavia siamo in contatto con nuovi musicisti e cantanti per collaborare con loro ed alzare le asticelle della qualità e delle diversità timbriche.

Vi ringrazio davvero tanto per questa chiacchierata. Ad maiora semper. A presto!

Ma grazie a te Adry! A presto!

Vorrei che la rabbia fosse soffice… ♥ (Intervista a Matteo Faustini)

Immagine presa dal profilo instagram di Matteo Faustini

Il periodo che stiamo vivendo è sicuramente molto complicato e delicato. Guardiamo però il lato “positivo”: abbiamo più tempo libero e per riflettere su noi stessi e su chi ci sta accanto. In questo compito ci aiuta l’arte in generale e, nel mio caso specifico (e per tutti coloro che condividono la mia stessa passione), la musica. Lei è l’unica che mi fa calmare quando sono arrabbiata, che mi abbraccia nei momenti tristi (giuro, in questo periodo di quarantena abbiamo mantenuto le distanze di sicurezza 😝) e condivide la mia gioia nei momenti felici. In questo periodo ho avuto modo di ascoltare “Figli delle favole”, album di Matteo Faustini, partecipante di Sanremo 2020 nella categoria “Nuove Proposte”, e sono rimasta davvero colpita dai temi presenti nei suoi 11 brani: dalla passione per la musica al bullismo all’amore che tiene testa alle avversità della vita. Tutto ciò con il mondo Disney nello sfondo, ma non per questo gli argomenti sono trattati in modo puerile, anzi.

Non voglio aggiungere nient’altro, vi lascio guardare la mia chiacchierata con questo cantautore assurdo! Scorrendo giù trovate anche il link youtube dell’album “Figli delle favole” . Io vi consiglio di ascoltarlo … resterete a bocca aperta!

Quindi … buon ascolto! ♥

L’unico mostro è la mia faccia sul cuscino (Intervista a Carrese)

Roberta Carrese (immagine presa dal suo profilo instagram)
Roberta Carrese (immagine presa dal suo profilo instagram)

Due mesi fa ho chiacchierato con Roberta Carrese, seconda finalista di The Voice of Italy 2015.

Prima di pubblicare l’intervista ho voluto riascoltarla, e mi sono venuti i brividi. All’inizio si è parlato della tecnologia, la cui principale funzione dovrebbe essere quella di unire persone lontane (puoi annullare le distanze che ci separano, cit.). Mi è sembrata quasi una premonizione di quello che sarebbe successo un mesetto dopo: incontrarsi soltanto virtualmente per proteggere se stessi e gli altri da un nemico invisibile. È triste, ma dobbiamo fare questo sacrificio per il bene dell’umanità.

Se sapremo restare uniti #andràtuttobene !

Detto ciò, vi lascio all’intervista. Buona visione!

Restare coerenti con la propria anima, sempre (Intervista agli Inude)

Inude (foto presa da instagram)

Ciao! Presentatevi!
Ciao! Noi siamo, Francesco, Giacomo e Flavio, siamo pugliesi e insieme formiamo gli Inude!

Come mai questo nome?

Giacomo: È difficile rispondere a questa domanda. Diciamo che abbiamo preso ispirazione dal pezzo Nude dei Radiohead, perché è breve e d’effetto.

In quale genere vi rivedete maggiormente?

Giacomo: Nell’elettronico, il che vuol dire tutto e niente, perché è uno stile molto ampio. Ci sono varie sfumature di soul, R&B … c’è un po’ di tutto!

Quindi vi considerate degli artisti poliedrici!
Giacomo: Sì, abbastanza! È importante sapersi destreggiare nel campo artistico – musicale, specialmente in quest’epoca. Devi essere pronto a fare qualsiasi cosa, altrimenti non puoi lavorare in questo contesto. Anche se bisogna puntualizzare che è importante restare sempre coerenti con se stessi e con il proprio progetto artistico, che non può e non deve essere completamente soppiantato dalle esigenze di mercato.

Quando avete iniziato a fare questo nella vita?

Francesco: Abbiamo iniziato a suonare insieme. All’inizio c’erano altre persone, poi siamo rimasti in tre, quindi se dovessimo definire da quanto tempo suoniamo come “Inude”, possiamo dire da quattro anni più o meno.

Avete dunque trovato fin da subito quel feeling che vi ha fatto sentire una famiglia, perché una band si basa su questo!

Francesco : Sì, assolutamente! Diciamo che il progetto è nato da Giacomo e Flavio, dopo che avevano deciso di trasferirsi su a Milano. Una volta tornati giù, io mi sono quasi inserito nel gruppo di testa come si suol dire!

Giacomo: Però in realtà Francesco ne ha sempre fatto parte, siamo sempre stati amici da molto tempo.

Il 5 Dicembre dello scorso anno è uscito il vostro album “Clara Tesla” (https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_ny9TrOoM7mKU7Z-iAwOumJX7bX4Fs26gk). Presentate brevemente il vostro progetto musicale.

Giacomo: Allora, è il nostro primo album dopo l’EP “Love is in the eyes of the animals” . Dentro trovate nove tracce, frutto di un “ritiro” che abbiamo deciso di fare dopo il tour, andando per un periodo a vivere “nel nulla”! Quel posto lì ci ha suggestionato, ci ha smosso dentro così tanto da poter creare nove brani da zero, che sono stati poi racchiusi in quest’album.

Avete dunque vissuto di pane e musica!

Francesco: Più di musica che di pane! Tra l’altro pane duro di ‘sti tempi, ma ci va bene così.

È vero sì che è difficile riuscire ad affermarsi in questo campo, però è anche vero che se non si seguono le proprie aspirazioni, i propri sogni, nella vita non si concluderà mai nulla.

Francesco: A chi lo dici! Nessuno di noi ha iniziato questo progetto per uno scopo monetario. Facciamo tutto cercando di non aspettarci chissà cosa, anche se devo dire che pian piano in quest’ultimo periodo stiamo cercando di alzare un po’ di più l’asticella.

E questa è una cosa bellissima! Fare musica per passione, e non per soldi, cosa che invece molti “artisti” antepongono alla professionalità e alla qualità del brano. Un esempio sono tutte le hit da quattro soldi che molto spesso sentiamo in giro, in che non dipende dal genere musicale in sé, il pop, ma dalla produzione del brano fatta all’ultimo momento, con accordi triti e ritriti, tanto per guadagnare un po’ .

Francesco: Credo che questo sia un ragionamento che non sta in piedi. Tu devi fare musica perché lo senti dentro, non per i soldi. Come puoi creare un qualcosa chiamato “canzone” se non metti passione, impegno e dedizione?!

Ascoltando il vostro album, mi hanno colpito maggiormente due brani: Sleep e By the ocean. Entrambi seguono una linea di fondo, sono molto pulite, ma allo stesso tempo c’è una ricerca di quel suono particolare che le rende speciali. Magari in By the ocean c’è un beat più pronunciato, ma resta sempre molto dolce, delicata. Quest’aspetto mi ha colpito molto, perché non è facile unire il mondo dell’elettronica con quello soul.

Giacomo: Ti ringraziamo molto! Hai centrato in pieno la descrizione di entrambi i pezzi, e permettimi di dire che non è semplice; il che vuol dire che hai una sensibilità spiccata nei confronti della musica in generale! Questa è stata la linea che abbiamo voluto seguire per tutto il disco, cioè non forzare, né essere troppo “strani” negli arrangiamenti, piuttosto andare a fare una ricerca molto più dettagliata e variegata del suono. Volevamo sperimentare e fare meno, perché ciò a volte ti porta a concentrarti su altre cose, ad esempio sulla scrittura. C’è stata probabilmente una cura più minuziosa rispetto all’EP anche in quest’ultimo aspetto. Per il resto, hai già presentato tu la linea che segue tutto l’album!

Ti ringrazio per il complimento! Da appassionata di musica e non professionista, apprezzo davvero tanto ciò che mi hai detto! Comunque, mi sembra di rivivere un dejà vu, la chiacchierata (non mi piace chiamarla intervista, perché cerco sempre di mantenere un tono colloquiale ed informale con l’artista, andando a mettere in risalto anche la parte umana) con Stash: alla mia domanda “Dai più importanza all’apparenza, all’aspetto fisico, oppure alla ricerca musicale? Secondo te cosa può portarti maggiormente al successo?”, ha risposto che si deve trovare un equilibrio tra i due aspetti, anche se in teoria dovrebbe essere più rilevante quello musicale. Lui è l’esempio perfetto di chi ha speso tanto, troppo tempo, nella ricerca di un sound perfetto, non riconosciuto però da chi di competenza (tant’è vero che You, l’album dei Kolors del 2017) non ha avuto chissà quanta risonanza. Purtroppo ormai si considera (sto generalizzando ovviamente) “buona musica” ciò che è orecchiabile, e non si guarda con interesse all’alternative.

Francesco: Praticamente il mercato musicale ha avuto un’accelerazione incredibile che molto spesso porta a delle scelte “drastiche”, quindi a ridurre la qualità sonora per ottimizzare i tempi di produzione e di uscita di un singolo o addirittura di un album. Seppur con molta umiltà, devo dirti che il nostro album è stata una scelta coraggiosa, noi abbiamo scelto di seguire la nostra identità, di fare la musica che piace a noi, anche se non è molto mainstream. È stato in cantiere per tre anni, non è stato per niente un lavoro frettoloso, proprio perché volevamo ricercare quella sfumatura di suono giusta.  I nostri live (spero di non sembrare arrogante) richiamano ad una dimensione che oggi purtroppo raramente si vede, molto elettronica, e sono curati nei minimi dettagli. Capisco le esigenze di molti artisti, ma non li giustifico né li condivido (parlo per me ma anche per tutta la band). Non voglio essere pessimista, ma il mercato discografico andrà sempre di più a perdere l’essenza della musica. Poi ci sono quei mostri che riescono a creare un prodotto di qualità con molta naturalezza e spontaneità (non so se questo sia anche il nostro caso).

È anche vero che c’è bisogno di molta esperienza per fare ciò.

Giacomo: Questo sicuramente! Riallacciandoci al discorso precedente, credo che questo sia un problema più italiano che della musica in generale, perché non si riesce più a scindere il genere pop dalla visione di musica popolare, mainstream, di plastica. Il pop di una volta era tutt’altro che commerciale, quindi secondo me dovrebbe tornare ad acquisire il valore che aveva fino a qualche tempo fa. Ci sono delle produzioni pop degli anni ‘60/’70 con una ricerca assurda del suono giusto! C’era gente che andava negli studi di registrazione in America per fare sperimentazioni ed uscire con un prodotto di qualità. Quindi è vero sì che oggi come oggi in diversi Paesi, come ad esempio l’Inghilterra, esiste il pop commerciale, ma esso non ha né scavalcato né snaturato il “vero” pop, che è quello che appunto ricerca il suono doc.

Parlando di ciò mi viene in mente uno tra i temi più discussi e “controversi” del mondo musicale: i talent show. Pensate siano una valida vetrina per lanciare veri artisti nel mondo musicale e permettere loro di fare musica nella vita, oppure credete che siano solo dei programmi che mettono in mostra delle stelle cadenti tanto per fare audience?

Giacomo: Secondo me nella maggior parte dei casi, a parte qualche rarissimo caso, vale la seconda opzione. Un difetto dei talent show è che lanciano artisti che da un giorno all’altro diventano famosi, senza fare quella gavetta necessaria per la formazione musicale di un cantante e/o musicista. Bisogna fare le cose in modo graduale per entrare all’interno di un certo ambiente. Quell’accelerata non controllata ti fa schiantare a terra, perché non hai le fondamenta ben salde.

Francesco: Io personalmente non punterei ad arrivare ad un pubblico che guarda quei programmi, semplicemente perché sono coloro che ti battono le mani fino a quando sei parte di quel talent show. Appena tutto finisce ci stanno due giorni a dimenticarti, e tu non esisti più. I talent show possono dunque essere considerati i “cine-panettoni” della musica: ogni anno si aspetta quel periodo per avere un minimo di risonanza. Naturalmente ci sono stati artisti che hanno continuato la loro carriera dopo i talent, ma sono davvero pochissimi quelli che ci riescono, e comunque, come diceva prima Francesco, quest’accelerata è troppo repentina. Si perde il bello di avere accanto dei fan che ti scrivono, che ti sostengono, perché così passi appunto dal non essere nessuno all’essere tizio che, però, un anno dopo viene rimpiazzato da altri tizi.

Questo assolutamente, anche se in teoria chi partecipa ad un talent show dovrebbe avere una consapevolezza alle spalle, che è quella di crescere, di maturare e di imparare cose nuove. Se si va lì solo per visibilità con la presunzione di essere già arrivati, allora arriva il fallimento.

Francesco: Purtroppo chi va lì si trova davanti un mondo tutto nuovo: produttori discografici, vocal coach e professori affermati, insomma tutta gente affermata. A ciò aggiungici le telecamere, e capisci che diventa un po’ destabilizzante. Inoltre, molto spesso arrivi lì con le migliori intenzioni, con delle tue idee su come realizzare un progetto musicale, e loro ti servono già il piatto pronto, e tu non hai neanche il tempo di rifletterci su, o per meglio dire devi accettarlo perché ormai sei in quella dimensione lì. Poi, puoi anche (come hanno fatto diversi artisti) accettare quella cosa lì e, una volta uscito da quell’ambiente, produrre un progetto tuo per intero, quindi in questo modo si sfrutterebbe il talent show solo per, come dicevamo prima, visibilità.

Torniamo a voi: perché avete prodotto dei brani soltanto in inglese? È il vostro “habitat naturale” oppure pensate che anche in italiano potreste presentare un buon prodotto?

Giacomo: Ti rispondo a nome di tutti e tre: nessuno di noi ha qualcosa contro l’italiano, anzi, probabilmente in futuro si potrebbe creare qualcosa a riguardo, però il progetto Inude è nato con l’intento di provare, senza alcuna presunzione, di arrivare anche all’estero. È un obiettivo pretenzioso, ma noi andiamo ad obiettivi graduali, non abbiamo fretta di spaccare subito! Il tempo darà le risposte!

Assolutamente! Grazie mille per la vostra disponibilità!

Grazie a te! A presto!

Cent'anni di solitudine (Intervista a Ganoona)

Ganoona, immagine presa dal suo profilo instagram

In questo momento molto difficile per non solo l’Italia, ma per il mondo intero, la musica è uno tra i mezzi più efficaci per evadere dalla realtà e per sentirci vicini, anche quando siamo lontani.

Ecco la mia chiacchierata con Gabriel, in arte Ganoona (in fondo all’intervista c’è una piccola sorpresa 😉 ).

Ganoona, immagine presa dal suo profilo instagram

Ciao! Iniziamo dalla presentazione! Dicci un po’ chi sei e cosa fai nella vita.

Ciao! Io sono Ganoona e sono un cantautore (almeno così mi piace definirmi). Quindi scrivo quello che canto, quello che mi fa paura nella vita. Sento un’esigenza di mettere le mie emozioni nero su bianco fin da piccolino, per parlare del mio sentirmi inadeguato. Lo  facevo per me, per sentirmi meglio, le cantavo chiuso in cameretta, fino al momento in cui qualcuno le ha ascoltate per sbaglio. Adesso non posso fare a meno di condividerle con la gente, e adoro quando mi arrivano messaggi in direct di persone che empatizzano, che mi dicono di aver provato una sensazione simile, di aver vissuto una situazione analoga alla mia. Questo mi fa davvero sentire realizzato.

Quando hai iniziato questo percorso?

Questo percorso è iniziato relativamente tardi, perché ci ho messo un po’ ad accettare questa passione. Ho iniziato a studiare teatro a diciotto anni e a lavorare in alcuni teatri indipendenti di Milano. Nel frattempo, ho cominciato a prendere confidenza con il rap, il mio primo amore. Sei anni fa, ho iniziato a studiare musica. Mi sono diplomato in canto moderno, pianoforte, e quest’esperienza mi ha aperto molto gli orizzonti. Ho infatti iniziato a sperimentare con diversi generi musicali a 360 gradi: c’è sempre un’influenza rap, ma ho imparato ad utilizzare la mia voce in maniera diversa, a non scandire semplicemente le parole, ma ad intonarle. Questo percorso mi ha portato fino a dove sono oggi.

Da quali artisti prendi spunto? Quali i tuoi artisti di nicchia?

Non credo che riuscirei a dirti solo un nome di un artista. Diciamo che le mie influenze sono varie, proverò a raggrupparle in tre maxi gruppi: un nome legato al mondo del rap italiano è Dargen D’Amico, artista da cui ho preso ispirazione per migliorare nella scrittura; per quanto riguarda il mondo della black music, del soul, R & B è Otis Reddings, artista che i miei genitori ascoltavano dai vinili; per concludere, l’altro polo è quello latino-americano. Io sono italo-messicano, quindi ho ascoltato tanta musica latina e messicana da sempre. L’artista che mi ha ispirato da sempre è Ana Cabra, cantautrice portoricana.

Le tue origini italo-messicane possono essere toccate con mano nel brano “Cent’anni”, titolo del tuo omonimo album. Questo brano parla di una relazione tossica. Prima di parlare del brano, però, vorrei chiederti in che modo convivi con queste due culture sia nella vita di tutti i giorni che musicalmente parlando. Insomma, come vivi questo “choque cultural”?

Allora, intanto mi fa piacere sentire questo termine!

Diciamo che l’università mi sta prendendo completamente il cervello XD. A parte gli scherzi, mi piace mixare la lingua italiana con altre straniere!

Benissimo! Però dobbiamo specificare il significato dell’espressione che hai usato. “Choque cultural” significa shock culturale, il contraccolpo culturale. Ti dirò la verità: questo contraccolpo l’ho sentito da appena nato. Mentirei nel dirti che è una cosa semplice conciliare due culture così distanti. Magari è più semplice per chi ha entrambi i genitori di un’altra cultura, perché in casa c’è una sola identità, e in un certo sai meglio chi sei! Io quand’ero piccolo parlavo due lingue, il che è un vantaggio, ma all’inizio crea degli squilibri. Io avevo una leggera dislessia che poi si è risolta. Non sto qui a raccontare la storia della mia vita, però posso dirti che tutta la mia famiglia vive in Messico, quindi da ragazzino ho sentito tanto la solitudine,e ho percepito tanto il choque cultural nel momento in cui andavo per due mesi in Messico e venivo travolto da una trentina di persone, vivevamo tutti in cinquanta metri quadri di casa.Finito questo periodo, tornavo al gelo milanese, e per me era un po’ uno shock, tutto ciò mi destabilizzava. Tra l’altro ero figlio unico. Da qui nasce l’esigenza di usare, in senso nobile, la musica per lenire questa ferita che ti segna, e che non va via nonostante gli anni ce passano. È stato un modo per trasformare questo contrasto in un qualcosa di creativo, e si sa che proprio dai contrasti molto spesso nascono delle cose interessanti.

Assolutamente! Guarda, il destino è un qualcosa di assurdo, perché proprio oggi ho sostenuto l’esame di Italiano per stranieri, e ho parlato proprio di Milano, metropoli multiculturale; la città dei “nuovi milanesi”, ovvero di tutti gli immigrati della prima generazione, di coloro che sono emigrati in Italia (quindi non figli di emigranti), che hanno in un certo senso cambiato la prospettiva linguistica italiana.

Pap Khouma parlava del fatto che Milano ti costringe in un certo senso a “mostrare i denti”, perché l’integrazione è, ahimè, qualcosa di difficile, sia in Italia che all’estero. È un tema molto delicato, e trovo bellissimo il fatto che tu riesca a trasformare qualcosa di apparentemente negativo in un qualcosa di bello, di positivo: la musica. questo ti fa veramente onore!

Ti ringrazio molto! È una tematica a cui tengo tantissimo. Milano è sicuramente quell’occhiettino sul futuro per l’Italia, e anticipa le “tendenze” e le “problematiche” (se così si possono definire) che in futuro si estenderanno in tutta la penisola. Sicuramente qui, come a Roma, l’integrazione è qualcosa di complesso, di difficile, non mancano tensioni. Per farti un esempio, io ho un carissimo amico cinese, anche lui fa l’artista, e mi parlava delle terribili discriminazioni che sta subendo in questo periodo a causa del Corona Virus (lui non va in Cina da quindici anni!). D’altra parte, però, mi sento di dire che l’integrazione è un’occasione per creare qualcosa di nuovo sia dal punto di vista artistico – culturale che da quello sociale. Qui a Milano ci sono gruppi di ragazzini uniti dalla passione per la musica in cui ci sono figli di cingalesi, africani, rumeni, forse due milanesi, di cui uno ha origini meridionali!

Forse ci sono più “stranieri”, quindi anche siciliani, calabresi, pugliesi, campani (e chi ne ha più ne metta) che milanesi doc! guarda, ne approfitto di questo tema per lanciare una sorta di messaggio, perché comunque studiando alla facoltà di Mediazione Linguistica ed Interculturale non posso non essere coinvolta ed essere vicina a questo tema. Come dicevi tu, l’integrazione è molto complessa, ma il problema è anche l’Italia. È il sistema che non funziona. Purtroppo noi siamo abituati a pensare che l’immigrazione sia un problema, un qualcosa di negativo da respingere, da allontanare, ma perché siamo noi a vederlo così! Se solo sapessimo “sfruttarlo”, sicuramente ci sarebbero delle “note” positive. Non sono io a dirlo, ci sono studi che lo dimostrano: se in qualche modo si riesce a fare della diversità una ricchezza, una forza, si può raggiungere il successo! Non dobbiamo aver paura del diverso, non dobbiamo escluderlo, anzi, dev’essere un modo per crescere e per apprezzare la nostra e la loro cultura!

Molto spesso sento dire: “Questi immigrati che parlano la loro lingua cancelleranno la tradizione italiana!”: niente di più falso! Quando negli anni ’50 l’italiano è iniziato ad entrare nelle case, si diceva che avrebbe spazzato via i vari dialetti nazionali. Sono tutti dei falsi miti dettati dall’ignoranza, quindi grazie mille per avermi dato l’opportunità di parlarne!

È giusto che noi giovani prendiamo a cuore questo tema. Il Paese un giorno sarà nelle nostre mani, quindi se noi abbiamo chiari questi concetti, sicuramente ci sarà un futuro più ottimista, in cui la paura viene superata dalla curiosità. Se conosci di più qualcosa, la paura ti passa!

Esattamente! Chiusa questa piccola parentesi, torniamo al brano “Cent’anni” (https://www.youtube.com/watch?v=nN0gIYOqLJ4). Esso rievoca un po’ l’opera “Cien años de soledad” di Gabriel Garcìa Marquez. Che relazione intercorre tra la canzone e l’opera letteraria?

Le connessioni sono fondamentalmente due: una riguarda più il romanzo, nel quale c’è una linea di confine labile tra vivi e morti, in questa storia di questa famiglia che dura quasi cent’anni (dopo qualche capitolo si capisce che uno dei personaggi in realtà non era in vita). Questo spaesamento che questa scrittura mi ha creato è molto simile a quello che ho provato nella mia amicizia tossica che mi ha portato a scrivere il brano. Per chiarire meglio la metafora, era come se io avessi davanti una persona viva, reale, quando in realtà avevo un fantasma, una persona che non si esponeva per quello che era realmente, ma creava solo illusioni. Era quasi un’immagine onirica. Quindi questa è la connessione legata al romanzo. L’altra è legata invece allo stile e alla corrente artistica, il realismo magico,un tipo di scrittura (ma anche di arte, un esempio è Frida Khalo)  a cui sono molto legato. Mi tolgo il cappello davanti a questi giganti, ma a me piace scrivere in questo modo, cioè nella mia scrittura non è così chiaro il confine tra quello che è reale, terra-terra, schietto, e quello che magari è un’iperbole che diventa quasi magica, che serve ad esprimere un sentimento.

Quindi ti basi molto sulla metafora!

Sì! Io ragiono per immagini nella vita, quindi quando scrivo uso tanto la metafora, la similitudine, o comunque dei flash, delle immagini, perché secondo me è un modo molto più immediato per trasmettere un’emozione piuttosto che spiegarla. Voglio farla arrivare come un quadro che deve esploderti nella testa!                 

Certo! Anche perché la canzone è un testo unito a melodia che dura tre minuti, e in quel breve tempo devi far entrare tutto ciò che vuoi dire, quindi devi cercare di essere immediato, non usare tanti giri di parole.

Una curiosità: di solito quando scrivi un brano ti ispiri soltanto a qualcosa che ti è capitato in prima persona, oppure prendi spunto da ciò che accade intorno a te?                                                                                                                         

Per la maggior parte delle volte parlo di esperienze vissute direttamente perché, come accennavo prima,la scrittura è per me una sorta di auto-terapia. Anche quando non facevo ascoltare a nessuno ciò che scrivevo mi serviva per avere uno specchio fedele alle emozioni, mi serviva per conoscermi meglio. Mi è capitato di scrivere canzoni – ritratto; c’è un brano di un po’ di tempo fa a cui tengo tanto, che si intitola”In the mood”, che definisco come un ritratto. Ho voluto dedicare questa canzone per immortalare, come fa un quadro, non un’esperienza, ma una persona che ha fatto parte della mia vita. La considero un po’ una fotografia musicale. Diciamo che sono aperto a tutti i tipi di esperimenti musicali!

La musica è una forma d’arte, e come tutte le arti serve ad “incidere” un messaggio, un pensiero, uno stato d’animo, un momento vissuto, ed è proprio questa la sua bellezza e la sua magia!

A proposito di aspirazioni future, in che direzione pensi di procedere stilisticamente parlando? Pensi di cambiare sound, di “sperimentare” nuovi generi?

Sicuramente la sperimentazione, intesa come un modo per giocare con i suoni, è ben accetta. In genere sono una persona che si annoia molto facilmente, quindi mi piace cambiare. Detto ciò, io ho sperimentato tanto negli anni, perché dovevo capire un po’ quale fosse il mio suono, la mia identità musicale. Adesso, soprattutto con “Cent’anni”, credo di aver trovato un equilibrio, la mia comfort zone, con questa commistione di suoni black e latini. Ovviamente ci saranno alcuni brani più spostati sul lato black, altri sul latino,sicuramente la mia musica ha un sound molto messicano. Ci saranno delle oscillazioni, però l’idea è quella di rimanere su questa strada.

Altra curiosità: pensi di partecipare a qualche talent show o programmi televisivi in generale?

Questo per me è un tema delicato. In passato ti avrei risposto assolutamente no, oggi ti direi che ci proverei ma avendo dei punti chiari nella mia testa. Ho alcuni amici che hanno provato, ad esempio, X Factor e mi hanno parlato di come hanno vissuto quest’esperienza, dei pro e dei contro che ci sono in ogni cosa. Secondo me bisogna farlo essendo consapevoli di ciò che stai andando ad affrontare per saper trarre il meglio da quest’esperienza. Un talent non sarà mai un punto d’arrivo per un artista. Se lo vedi così, ti rovini, anche perché tra l’altro nella vita non si arriva mai! Purtroppo le telecamere, il palco, il pubblico possono confonderti un po’ le idee e farti gasare troppo. Quella è un’occasione come altre, sicuramente importante, per farti notare, però devi avere chiaro in mente che cosa vuoi vendere di te. Bisogna essere crudi e schietti, soprattutto quando c’è di mezzo la televisione, quindi se tu non sai bene che “personaggio” vuoi essere, che tipo di arte vuoi vendere, rischi di farti mangiare da quella dimensione.

Se dovessi farlo, preferirei sicuramente farlo adesso che ho qualche anno in più, maggiore consapevolezza della mia identità artistica e di dove voglio arrivare.

Assolutamente! Il tempo ti schiarisce le idee e ti fa crescere, indipendentemente da cosa scegli di fare nella vita. Ti ringrazio davvero tanto per la tua disponibilità. Ti confesso che mi è piaciuto davvero tanto chiacchierare con te!

Idem! Grazie mille per la chiacchierata interessante!

Ti auguro davvero il meglio! A presto!

Grazie mille! A presto!

Maschilismo e femminismo: due facce della stessa medaglia? (Intervista a Chiara Volpato)

Tecla Insolia al festival di Sanremo 2020

“In fin dei conti noi siamo di passaggio, come le rondini, come l’8 Marzo, e non basta ricordare di una festa con un fiore se qualcuno ci calpesta”.

Questo è un piccolo pezzo estratto dal brano “8 Marzo”, con cui Tecla Insolia ha debuttato il mese scorso alla categoria Giovani del Festival di Sanremo, classificandosi seconda.

Ecco il link del video ufficiale e il testo della canzone:

In fin dei conti la vita è come un viaggio
Comincia con un pianto dopo l’atterraggio
Facciamo giri immensi ed ogni coincidenza che perdiamo
È un nuovo punto di partenza
In fin dei conti noi siamo di passaggio
Come le rondini, come l’8 marzo
E non basta ricordare di una festa con un fiore
Se qualcuno lo calpesta

E nelle vene gli anticorpi alla paura
I silenzi che ci fanno da armatura
È resilienza, io so la differenza
Tra uno schiaffo e una carezza

Siamo petali di vita
che hanno fatto un giorno la rivoluzione
Respiriamo su un pianeta senza aria
Perché il buio non ha un nome
Hai capito che comunque dal dolore
Si può trarre una lezione
Ci vuole forza e coraggio
Lo sto imparando vivendo
Ogni giorno questa vita

La verità
Siamo candele nella notte
A illuminare mentre la gente chiude porte
Nei maglioni lunghi e a nascondersi nel niente
Dagli sguardi di chi resta indifferente

Abbiamo dato e troppo poco ci è concesso
Certe lacrime non chiedono permesso
E nello specchio, negando l’evidenza
Chiamarlo amore quando è solo dipendenza

Siamo petali di vita
Che faranno un giorno la rivoluzione
Respiriamo su un pianeta senza aria
Perché il buio non ha un nome
Hai capito che comunque
Dal dolore si può trarre una lezione
Ci vuole forza e coraggio
Lo sto imparando vivendo
Ogni giorno questa vita

Se ci crolla il mondo addosso
Come sempre ci rialziamo
Nonostante a volte uomo non vuol dire essere umano
Per tutto il sangue che è stato versato

Siamo petali di vita e la violenza non ha giustificazione
Respiriamo su un pianeta senza aria perché il buio non ha un nome
Hai capito che comunque dal dolore
Si può trarre una lezione
Ci vuole forza e coraggio
Lo sto imparando vivendo
Ogni giorno questa vita

In fin dei conti noi siamo di passaggio
Come le rondini, come l’8 marzo
E non basta ricordare di una festa con un fiore
Se qualcuno ci calpesta

Un testo profondo, per niente scontato, che mette in risalto le condizioni in cui tutte le donne sono costrette a vivere quotidianamente. E questo non perché vogliano fare le vittime (anche perché non ne hanno bisogno), ma semplicemente perché è la verità. Viviamo in una società pregnata di “sessismo benevolo”, cioè di gesti volti all’eccessiva protezione nei confronti di soggetti così fragili e deboli, come se le donne fossero bambole di porcellana.

L’anno scorso, durante una conferenza organizzata dalla SDS di Lingue e Letterature Straniere di Ragusa Ibla ho avuto l’onore di chiacchierare con Chiara Volpato, professoressa di Psicologia Sociale presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, nonché scrittrice del libro “Psicosociologia del maschilismo” (un libro che consiglio a tutti, uomini e donne, di leggere, perché tratta di tematiche riguardanti entrambi i sessi).

Questo libro ha cambiato letteralmente la mia percezione del mondo maschile e femminile, mi ha aiutato a cancellare un po’ di stereotipi e pregiudizi che, ahimè, avevo, mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto vedere le cose in modo diverso. Approfitto dunque di quest’occasione per ringraziare la Prof.ssa Volpato per aver impresso su carta le sue conoscenze e, naturalmente, per avermi concesso un po’ del suo tempo per parlare di un tema così delicato.

Prima di lasciarvi all’intervista, però, voglio anticiparvi che qualche giorno ho scritto un monologo sulla violenza sulle donne (e non solo). Pubblicherò un altro articolo in merito, per evitare di appesantire ulteriormente questo (https://passionfor.music.blog/2020/03/08/siamo-petali-di-vita-e-la-violenza-non-ha-giustificazione/).

Detto ciò, buona lettura!

Chiara Volpato

Quando ha preso coscienza della sua passione per la psicologia, e quando ha deciso di intraprendere questo percorso?

Non molto presto, perché io prima mi sono laureata in lettere. Ero molto appassionata della storia, infatti mi sono laureata in storia contemporanea. All’inizio non volevo insegnare alle scuole medie o superiori, anche se poi l’ho fatto. La mia passione molto forte per la psicologia, però, mi ha portato ad iscrivermi nuovamente all’università. Volevo concentrarmi sulla neuropsicologia e sulla psicologia sociale, che è tra l’altro la branca della psicologia più vicina alla storia, perché bisogna studiare la psicologia applicata alla società, quindi l’individuo studiato all’interno di una comunità. Dunque possiamo dire che abbia iniziato a studiare psicologia verso i 23/24 anni.

È stata subito appoggiata dai suoi familiari o ci sono stati degli screzi con loro?

Gli scontri ci sono stati prima, perché io avrei voluto fare medicina. In questo non sono mai stata sostenuta, avevo molto lottato per fare il liceo, ma secondo i miei dovevo fare il magistrale. Dopo la terza media sono riuscito a vincere la battaglia, nel senso che sono riuscita a convincere i miei a mandarmi al liceo classico, dopodiché sono stata io a rinunciare al percorso medico, perché nel momento in cui dovevo iscrivermi a medicina mi sono un po’ spaventata, tant’ è vero che ho deciso di iscrivermi alla facoltà di lettere invece che in medicina.

Passiamo al libro “Psicosociologia del maschilismo”: è ovvio dedurre perché abbia pensato di parlare di psicosociologia, dato la sua passione per la psicologia sociale, ma perché concentrarsi sul maschilismo? Di solito sentiamo parlare dei movimenti femministi, quindi di una rivendicazione dei diritti della donna considerata come il sesso più debole,  opponendola all’uomo, socialmente considerato come il sesso più forte. Quindi ha deciso di concentrarsi sul sesso forte e non sul sesso debole proprio perché si parla sempre delle conseguenze e mai delle cause?

Allora, intanto io non ho mai pensato che le donne siano il sesso debole, l’ho considerata sempre una stupidaggine. Ho sempre pensato che le donne abbiano una resilienza, una capacità di affrontare le cose assurda ( ho sempre visto donne  forti nella mia famiglia). Al di là di questo, penso che il problema siano gli uomini, non le donne! Può sembrare un discorso ironico, paradossale, perché va a ribaltare completamente la situazione. Sono loro che hanno bisogno di fare i forti proprio perché sono deboli!

A parte questo, mi è sempre interessato studiare la causa, perché la disuguaglianza è sbagliata e bisogna superarla andando a studiarne le cause e non le conseguenze.

Quindi secondo lei quale potrebbe essere la medicina ad una malattia chiamata stereotipo?

Bisogna sapere che lo stereotipo c’è, esiste, è tangibile. Bisogna fare attenzione e bisogna volerlo cambiare. Betty Frida diceva che una serie di donne si adatta molto bene allo stereotipo, perché è più comodo adattarsi. Ci sono ad esempio ricerche che mostrano che anche le donne che accettano il sessismo benevolo sono più felici delle donne che  lottano, perché è appunto più comodo.

È verissimo. Ieri stavo scrivendo le domande per questa intervista, e pensavo ad un episodio che mi è successo qualche mese fa a Roma. In occasione del sinodo dei giovani con Papa Francesco io, insieme ad alcuni ragazzi dell’oratorio Salesiano di Gela , siamo stati a Roma per tre giorni e abbiamo dormito, insieme a molti altri ragazzi provenienti da tutto il mondo, al Circo Massimo. Si può dunque immaginare la stanchezza derivante da un’esperienza simile. Il terzo giorno mi sono accorta del fatto che un ragazzo era particolarmente stanco e doveva portare delle bottigliette d’acqua. Aveva poggiato un attimo questa cassetta d’acqua a terra, allora ho pensato di prenderla io e di portarla al posto suo. Me l’ha tolta dalle mani, e neanche dopo 30 secondi ha chiesto a un suo compagno di portarla lui per tutto il tragitto.

È proprio questo il sessismo benevolo!

Una frase che mi viene in mente nel momento in cui si parla di sessismo benevolo è quella che Giovanni Falcone ripeteva sempre: Gli uomini non piangono.

Purtroppo c’è una cultura che li ha socializzati in questo modo. Sono prigionieri tanto quanto le donne di una cultura che non fa uscire in toto la personalità di un soggetto, costringendolo dunque a reprimere molto spesso le proprie emozioni. Perché se un uomo piange è una femminuccia, come se alle donne sia concesso di piangere perché, nella mentalità comune, sono fragili, a differenza dell’uomo che deve “difendere” la propria mascolinità e la propria virilità.

Non deve essere facile indossare una maschera sempre.

Assolutamente. Volevo chiederle un’ultima cosa: secondo lei le donne approfittano spesso della loro condizione per trarne beneficio?

Credo che certe volte, purtroppo, si faccia.

Ed è proprio questo atteggiamento a dare forza al maschilismo, perché si pensa che le donne abbiano ormai preso il potere di tutto, e che quindi controllino gli uomini.

 Questa è una stupidaggine! Basti guardare i dati statistici. Se fosse vera una cosa del genere, ci sarebbe Hillary Clinton al potere e non Trump! Se fosse vera una cosa del genere, le donne a lavoro verrebbero pagate più degli uomini e non al contrario.

Penso che siano atteggiamenti umani sbagliati, al di là del sesso maschile o femminile, dunque penso che questo sia un atteggiamento sessista per controllare meglio le donne che vorrebbero ribellarsi, quindi per farle stare al loro posto.

Quindi lei pensa che l’Italia sia da questo punto di vista arretrata?

Dipende tutto dalla nazione con la quale la si compara. È ovvio che se si fa un paragone con la Scandinavia, sicuramente l’Italia è in netta inferiorità. Però bisogna anche dire che diverse donne in questi anni stanno facendo un eccellente lavoro per sensibilizzare su questo tema troppo spesso trattato in modo superficiale.

Tempo fa avevo visto un video di Luciana Littizzetto in cui parlava delle donne, concentrandosi maggiormente sui falsi miti riguardanti lo stupro: se una donna viene violentata, se l’è andata a cercare, perché indossava un vestito troppo scollato o attillato. Cosa ne pensa?

Allora, partiamo dal fatto che né io mi sento a mio agio vestendomi in modo provocante, né desidererei che le mie figlie andassero vestite con abiti troppo scollati, perché credo sia giusto mantenere integra la propria dignità. Però è anche vero che questo non giustifica in alcun modo la molestia, peggio lo stupro. Ci sono molti uomini che vanno in giro mezzi nudi, anche in maniera inappropriata, e nessuno dice loro niente, perché secondo la mentalità comune l’uomo può mettersi in mostra perché in tal modo esalta la sua virilità; se la donna invece esalta le sue forme, è considerata una poco di buono.

Tra l’altro, ci tengo a sottolineare il fatto che nella maggior parte dei casi le donne stuprate indossavano degli abiti molto semplici, come un jeans e una maglietta.

So che non è chiaro molto spesso il fatto che c’è un confine che non va superato, quello dell’integrità delle persone, al di là del sesso. Prima di avere davanti un uomo o una donna abbiamo degli esseri umani con una loro  dignità e con un loro passato alle spalle. Io posso pensare che non sia di buon gusto andare vestiti in un certo modo, ma è una mia opinione: non per niente esiste il detto “De gustibus”!

Che poi non ci rendiamo conto del fatto che in questo modo dipingiamo l’uomo come un essere privo di razionalità, che non riesce a controllare i suoi impulsi nel momento in cui si trova davanti una ragazza con un vestito più attillato del solito. E questa è una cosa gravissima. È come quando gli uomini musulmani che andavano in guerra facevano coprire il viso delle donne con un velo perché erano oggetto di distrazione! Dunque implicitamente stai giudicando male anche l’uomo. Non è per niente vero che l’uomo è una bestia, sono degli esseri razionali, poiché sono esseri umani. È assolutamente una credenza falsa il fatto che gli uomini sappiano controllare di meno il proprio istinto: secondo me questa è una giustificazione che loro si danno perché è la società stessa che dà loro questa possibilità. Diversi studi hanno dimostrato che il self control è perfettamente uguale sia nelle donne che negli uomini!

Come diceva lei, purtroppo è la società a viziare il genere maschile. Faccio un breve esempio: il fatto che debba essere esclusivamente la donna ad occuparsi delle faccende di casa perché, se lo facesse l’uomo, perderebbe la sua virilità.

Questi sono stereotipi. Non è vero che l’uomo non sia in grado di pulire casa, perché non ci vuole certo una laurea! Non son mica deficienti gli uomini! È soltanto questione di abitudine e di educazione. Purtroppo gli stereotipi sociali si sono impossessati del pensiero comune in tal modo da far convincere le donne stesse a non educare il proprio figlio in un certo modo. Quindi è giusto che la sorella faccia il letto anche al fratello perché maschio.

Quello che non abbiamo ancora capito è che ci sono delle differenze individuali, quindi ci saranno sempre donne che non sanno cucinare e uomini che si sanno occupare della casa, come ci saranno anche tante donne che non sanno parcheggiare, ma anche molte altre che si intendono di motori molto di più rispetto agli uomini.

Lo ringrazio davvero tanto per la sua disponibilità!

È stato davvero un piacere! Grazie a te!

Gli uomini cantano quando le parole non bastano … (Intervista a Valy Elle)

“Gli uomini cantano quando le parole non bastano, quando non riescono a dirle, forse perché da sole sarebbero persino ridicole”. Inizio quest’articolo con le bellissime parole di Roberto Vecchioni.

Come ogni lunedì, anche oggi pubblico un’intervista ad una professionista che stimo tanto. Sto parlando di Valy Elle, vocal coach e corista del grande Roby Facchinetti.

Non aggiungo altro. Buona lettura!

Ciao! Presentati.

Ciao a tutti!  Mi chiamo Valeria Caponnetto Delleani, molti mi conoscono come Valy Elle grazie al mio blog sul canto e al mio canale youtube… e mi occupo di voce a 360 gradi!

Come cantante sono attualmente in tour con Roby Facchinetti e come vocal coach mi divido tra la mia scuola di canto a Torino che si chiama Vocalstudio e la mia attività di vocal coach online su valyelle.com dove si trovano consigli e servizi per cantare meglio e tirare fuori il meglio dalla propria voce.

Tua mamma è cantante, è stata lei ad indicarti questa strada. Questo ha mai condizionato il tuo percorso di crescita e i tuoi gusti oppure sei sempre stata indipendente?

Certamente essere figlia di una cantante ha avuto la sua importanza… mia mamma mi ha fatto giocare con il microfono, prima ancora di aver imparato a camminare! 

E dico “giocare” non a caso, perché il tipo di educazione vocale che ho ricevuto è stata davvero quella di “giocare” con la voce, usandola come uno strumento, con curiosità e sempre sperimentando cose e generi diversi.

Mia mamma d’altra parte è una vera sperimentatrice musicale… è stata molto conosciuta prima come vocalist dei Circus 2000, un gruppo Prog- Rock anni 70 e successivamente come Vocalist delle Streghe, un gruppo vocale Italo-Disco anni 80, ospite fisso del programma televisivo “Domenica in”. 

E’ stata anche corista di brani storici come “Amor mio” di Mina e di artisti come Celentano e altri grandi… Mi ha insegnato a non fermarmi ad un genere o a uno stile, ma a spaziare dall’opera al rock, al jazz, eccetera, spingendomi a migliorarmi sempre di più. Ho cantato sempre di tutto e devo ringraziare mia mamma per questa educazione musicale fuori dagli schemi e molto libera, che mi ha fatto appassionare alla voce come strumento, vedendolo un po’ come un diamante dalle mille sfaccettature. 

Naturalmente ho i miei gusti e le mie preferenze, che si sono formate con il tempo. Io e mia mamma condividiamo la passione per la musica italiana degli anni 60, per il jazz, per la voce lirica, per il Rythm n’Blues, ma ciò non  preclude il fatto che possa avere gusti miei personali…

Ma in che dimensione ti trovi più a tuo agio, qual è il tuo “habitat naturale” ? Quali i tuoi artisti di riferimento?

Amo molte cose appartenenti a mondi musicali e periodi diversi… anche qui amo spaziare. Andiamo dalla Callas ai Guns n’ Roses, a Jeff Buckley… dalle grandi voci del Jazz come Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan, alle regine dell’ R’n’B mondiale come Aretha Franklin e Whitney Houston. Amo la musica di Morricone, Bacharach e Cole Porter.

Però devo dire che le due artiste che ho ascoltato di più e che ho amato in modo particolare sono la grandissima Mariah Carey e la mitica Tori Amos. Tra i nuovi artisti, una voce che sto seguendo e di cui ho parlato spesso nelle mie vocal coach reaction su youtube, è quella di questo cantante straordinario Kazaco, Dimash Kudaibergen, che con più di 6 ottave di estensione mischia la vocalità classica, con il rock, con i canti tradizionali… insomma anche qui, la fusione di generi e la qualità sono il tema ricorrente.

La tua grande passione per la musica e il tuo talento ti hanno portato ad incrociare la strada di grandi artisti, come Roby Facchinetti, Tommy Emmanuel e Dodi Battaglia. Raccontami di questo percorso.

Mi ritengo molto fortunata per queste collaborazioni… artisti straordinari che hanno fatto la storia della musica.

Diciamo che il mio percorso musicale, come per molti della mia generazione, è fatto di tanta gavetta e poi, naturalmente, di conoscenza nell’ambiente musicale che vengono coltivate negli anni. Con Roby, ho saputo che era in cerca di una soprano alla Morricone, per realizzare alcuni pezzi del suo progetto solista “Ma che vita la mia”. Stava lavorando in uno studio a Torino e così ho ricevuto una convocazione per una prova… è andata bene e così è cominciata una delle collaborazioni più belle di questi anni, che ci vede ancora insieme sui palchi italiani per i vari tour che vedono protagonista la sua musica. E’ nata anche una grande amicizia, condivisa con il mio compagno Danilo Ballo, arrangiatore dei Pooh nei loro ultimi 16 anni di carriera.

Di seguito a questa collaborazione sono poi nate anche quelle con Dody e Tommy per il tour 2015: suonare con due chitarristi di questo calibro è una scuola di per se e ti arricchisce incredibilmente!

Sei molto celebre ed apprezzata su Youtube, piattaforma digitale di cui ormai, pure i più piccoli, usufruiscono. Cosa ti ha spinto a fare video su tutto ciò che concerne la musica, dalle tecniche canore fino alla presenza scenica?

Volevo condividere con più persone possibili questa mia enorme passione per la voce e mettere a disposizione le mie conoscenze vocali per chi ama cantare ad ogni livello e magari non ha i mezzi per poter approfondire. Oltre ai video tutorial sul blog si possono scaricare anche contenuti gratuiti, come per esempio un video training sulla respirazione diaframmatica per cantanti (https://www.valyelle.com/respirazione/) ed è qualcosa di davvero unico in Italia.

Mi rende felice aver creato un punto di riferimento italiano per il canto sul web accessibile a tutti, da cui poi, per chi lo desidera, si può approfondire con me attraverso corsi online e lezioni anche su Skype.

Hai dato vita a Vocalstudio, scuola di canto moderno a Torino e Sing Different Academy, la tua Accademia di canto online. Qual è l’elemento fondante del tuo progetto? Cosa trasmetti ai tuoi “alunni”?

Come dicevo precedentemente, tutto nasce da una grande passione e una ormai, lunga storia d’amore con la voce, fatta di curiosità, studio ed esperienza. Il canto per me è una fiamma che non si spegne mai e anche una terapia, che mi permette di liberare le mie emozioni, di portarle agli altri. Il canto è anche benessere, ormai la scienza ha provato anche questo… quindi c’è bisogno di cantare ancora di più!

Ai miei alunni cerco di trasmettere tutto questo, la voglia di avventurarsi nella propria voce e giocare sperimentando, ma anche l’idea che la voce in definitiva siamo noi… e cantare è anche un percorso di conoscenza di sé, con tante sfide da affrontare. 

E poi cerco di far capire che la voce è uno strumento, e come tale ha bisogno di tanto studio e dedizione. Non ci si improvvisa cantanti, come invece spesso  tante proposte imbarazzanti e improbabili che arrivano dalla radio e dalla tv potrebbero spingerci a credere… .

Purtroppo molto spesso ci si fa imbambolare dalla facciata, fatta solo di riflettori e di fama, che i media ci mostrano tutti i giorni, senza far trasparire tutto il sudore che c’è dietro ogni progetto. Probabilmente anche per questo motivo ci sono tanti cantanti da karaoke e pochissimi VERI ARTISTI.

Ti faccio un’ultima domanda: quali sono i tuoi progetti futuri (piccolo spoiler)?

I miei progetti futuri, oltre a portare avanti il mio blog su valyelle.com e il mio canale youtube, con consigli sul canto e su tutto quello che gira intorno al mondo di un cantante, riguardano la creazione di nuovi corsi online su argomenti molto richiesti, ad esempio quello sul riscaldamento vocale (corso in arrivo!), con delle vocal routine pronte che contengono i migliori esercizi della tecnica vocale moderna. Poi ci sono le lezioni su Skype per chi non è di Torino e quindi non può raggiungermi in studio, a cui si può accedere dal mio sito. E poi in arrivo eventi e seminari per chi mi segue e vuole portare la propria voce ad un livello superiore!

Ti ringrazio tanto per la tua disponibilità. È stato davvero un onore poter parlare con una professionista come te. Grazie mille!

Grazie a te! Mi fa piacere dedicare del tempo a chi nutre una profonda passione nei confronti di quest’arte magica: la musica! Un bacio!

Vivo per Lei (Intervista a Marco Vito)

Foto presa dal profilo instagram di Marco Vito

“Vivo per lei perchè oramai io non ho altra via d’uscita, perchè la musica lo sai, davvero non l’ho mai tradita. Vivo per lei perchè mi dà pause e note in libertà. Ci fosse un’altra vita la vivo, la vivo per lei.”

Avrete sicuramente intuito a che canzone mi stia riferendo. Questi versi mi fanno venire in mente un professionista che ha deciso di dedicare interamente la sua vita alla musica.

Io con quest’artista ho avuto la fortuna di chiacchierare del suo amore nei confronti di un’arte così attraente ed eclettica. Ecco a voi la mia intervista a Marco Vito, cantante, direttore d’orchestra, musical performer e vocal coach (insomma, poca roba!).

Marco Vito e Riccardo Cocciante (foto presa da Gazzetta del Sud Online – Messina)
Musical “Romeo e Giulietta” (Foto presa da Overblog)

A sedici anni ha già debuttato all’Arena di Verona, e nel 2007 ha ricoperto il ruolo di Romeo nella tragedia shakespeariana Romeo e Giulietta” rivisitata dal grande Riccardo Cocciante. Quando ha iniziato questo percorso, aveva già in mente di continuare con i musical per fare della sua passione una professione, oppure aveva altri progetti per il futuro?

Ciò che succede a 16 anni non puoi prevederlo.

Ero un ragazzo normale che amava studiare e ovviamente cantare, la musica è sempre stata il mio grande amore ma non ero sicuro che sarebbe potuta diventare la mia realtà.

Poi ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada Riccardo Cocciante che è stato mio maestro di vita, e ha cambiato totalmente il mio modo di vedere la musica. Ho capito che sarebbe stato il mio futuro.

Successivamente, ha avuto modo di diventare vocal coach e collaboratore musicale di diversi programmi TV, come Ora o mai più”, Ti lascio una canzone” e The voice of Italy. Mi racconti brevemente di questesperienza. Cosa si porta dietro?

Amo lavorare dietro le quinte dei programmi tv, lo faccio ormai da più di dieci anni ed ho avuto modo di conoscere tantissimi grandi artisti e confrontarmi con loro. Ho iniziato con il Maestro Leonardo De Amicis e da lui ho imparato tanto. Oggi occuparmi della crescita dei giovani talenti e lavorare alla creazione della loro personalità artistica è ciò che mi dà più stimoli.

Marco Vito direttore d’orchestra ad “Amici” (Foto presa dal profilo instagram di Marco Vito)

Lesperienza più recente la vede direttore dell’orchestra (formata da musicisti giovanissimi) del celebre programma Amicinella sua penultima edizione. Che cosa prova quando sta a contatto con i ragazzi? E soprattutto, com’è stato accompagnare la stupenda e imponente voce del tenore Alberto Urso?

Dirigere l’orchestra di Amici come ho sempre detto, è il coronamento di un sogno. Ho lavorato tanto per riuscire ad essere pronto per un compito così importante e ringrazio sempre della fiducia il Maestro Celso Valli e Maria De Filippi che rischiando hanno scommesso su di me.

Con i ragazzi che fanno parte del programma così come con i miei musicisti, siamo coetanei, ci accomunano gli stessi sogni, le stesse speranze e le stesse paure. Respiriamo insieme la stessa musica e condividiamo la voglia di farne la nostra vita.

Marco Vito e Alberto Urso (Foto presa dalle stories di Marco Vito)

Accompagnare Alberto è stato ancor più emozionante, lo conosco da piccolo, gli ho visto muovere i primi passi in musica tanti anni fa, veniamo dalla stessa provincia. L’ho preparato a “Ti Lascio Una Canzone” nel 2010, ed è stato bello ritrovare lo stesso ragazzo pulito, con un enorme talento, che negli anni ha fatto sacrifici enormi per formarsi e raggiungere questo grande obiettivo.

Tecla Insolia e Marco Vito (Foto presa dalle stories di Marco Vito)

Ieri Tecla Insolia ha debuttato a Sanremo nella categoria Giovani con il singolo 8 Marzo”. Che emozione ha provato nel  leggere il suo nome tra i professionisti che hanno collaborato alla creazione di questo brano così toccante?

Ero stato al festival due volte, ci ho cantato da ospite con Riccardo Cocciante, sono passati dieci anni, e sentir dire il mio nome è stata una soddisfazione che non credevo potesse darmi queste sensazioni. Scrivere per Tecla, con la quale abbiamo condiviso tanto, che ho visto crescere all’Accademia Le Muse di Gianna Martorella di Piombino sua manager, è ancora più emozionante.

Lei ha una grande sensibilità e sa comunicare in modo incredibile anche un testo importante come “8 Marzo” (https://www.raiplay.it/video/2019/12/sanremo-giovani-2019-serata-finale-tecla-insolia-canta-8-marzo-nuove-proposte-sanremo-2020-933e03b8-6412-4c60-9294-5b345f66a2b3.html). Sono fiero di lei e del gruppo di lavoro che segue questo progetto, dall’etichetta Rusty Records agli altri autori oltre che grandi amici con i quali ho il piacere di condividere questa avventura.

C’è un sogno nel cassetto che vorrebbe realizzare?

Vivo di sogni da quando ho iniziato a fare questo lavoro, mi piacerebbe continuare a crescere per dare il massimo alla musica, che mi regala sempre di più di quanto io possa dare a lei.

La ringrazio davvero tanto per la sua disponibilità. Le auguro con tutto il cuore di percorrere la strada che la musica ha tracciato per lei per tutta la vita.

Grazie a te! A presto!