Il Befolko: il “buon selvaggio” rousseauiano contemporaneo (Intervista a Roberto Guardi, in arte Il Befolko)

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Roberto Guardi, in arte Il Befolko, ho 28 anni e sono un cantautore e percussionista napoletano. La musica mi accompagna fin dalla tenerissima età, scrivo canzoni dal 2011. Dormo poco, fumo abbastanza e mi sento più anziano della mia età; mi sarebbe piaciuto vivere negli anni ’70, amo viaggiare e ho uno spirito vagamente hippie. Sono una persona curiosa, mi piace cercare ciò che è nascosto, dimenticato. Sono un filologo un po’ archeologo, amo la musicologia e la dialettologia. 

Come mai questo nome particolare? È forse un pun per fare riferimento al genere folk?

Esatto, il nome è prima di tutto un gioco di parole per richiamare la musica folk e anche la sua attitudine, che credo risieda nella semplicità, nella spontaneità, nel cercare gli aspetti più concreti della vita. Poi vi è un altro gioco di parole, quello legato all’aggettivo “bifolco”, usato generalmente per indicare i campagnoli e, in modo dispregiativo, per additare qualcuno che sia scarsamente incivilito. Secondo me invece un bifolco è soltanto il portatore di una civiltà differente ma nient’affatto inferiore, un po’ come il “buon selvaggio” di Rousseau. Mi considero un bifolco di città, vorrei vivere in una realtà più appartata, più lenta, più arretrata, più concreta, più a misura d’uomo. 

A proposito di generi musicali, ti rivedi in uno solo o ti piace giocare con vari stili?

Mi rivedo in primo luogo nel folk, quello acustico chitarra e voce fatto di arpeggi lenti e di atmosfere malinconiche e sognanti. Poi adoro il funk, la world music, il rock progressivo. Mi piacciono molto i generi ritmati, amo le contorsioni, i controtempi, i cambi inaspettati e il levare molto più del battere. Mi affascinano anche le sonorità che provengano da culture lontane, differenti dalla nostra. 

Il tuo genere musicale si riflette sicuramente nella scelta del napoletano come lingua e filo conduttore di un po’ tutti i tuoi brani. Ti sei ispirato a qualche artista della scena partenopea, tipo Pino Daniele?

A livello linguistico probabilmente si, ma involontariamente. Se si scrive in napoletano Pino Daniele è un modello con il quale ci si trova a dialogare continuamente anche senza accorgersene. Qualcosa mi accomuna sicuramente a lui, ad esempio la scrittura di brani molto brevi, ma per quanto riguarda il napoletano impiegato credo che il suo fosse più articolato, più criptico, mentre il mio molto più rudimentale. Musicalmente parto con l’intenzione di pescare altrove ma potrebbe accadere di richiamare Pino. L’idea di assomigliare a qualcuno non mi fa impazzire, ma se si trattasse di Pino sarebbe esclusivamente un grande onore. 

“Isola metropoli” è il tuo primo album, uscito nel 2017. Come mai questo nome?

Il nome nasce da due nomi, a loro volta due concetti, in apparenza antitetici ma in realtà simbiotici.  Riflettevo sulla figura del cantautore, che è “isola” in quanto portatore di un proprio modo di percepire e raccontare la realtà ma al contempo “metropoli”, poiché nella scrittura di canzoni finiscono anche le storie degli altri, quelle dei luoghi e così via. Da un lato, quindi, la propria interiorità più profonda e dall’altro la necessità di mischiarsi con tutto il circostante. La malinconia, il raccoglimento interiore, il silenzio della notte ma anche i rumori, gli odori, le “scene” della città. In tutte le canzoni vi è questo dualismo, sempre ben presente.

“Gioco del silenzio” è il tuo secondo album pubblicato tre anni dopo, nel 2020. Qual è il tema cardine delle nove tracce?

Il tema cardine è in primo luogo l’assenza di parole, il “silenzio” inteso in questo senso. Mi piaceva in assoluto l’idea di lavorare a un disco strumentale, che nasce anche da una personale momentanea crisi di fiducia nella parola, troppo spesso utilizzata per confondere le acque, per gettare fumo negli occhi. Credo che i troppi mezzi di comunicazione abbiano finito per impoverire la stessa: parliamo troppo ma sempre troppo poco per dirci davvero qualcosa di importante. Di contro, invece, il silenzio si configura come una comunicazione forse più debole ma estremamente più efficace. Da questa svalutazione della parola viene anche la scelta, per le canzoni, di titoli che sono quasi parole a caso. Altri temi cardini del disco sono la brevità e la volontà di “giocare” con la musica, sperimentando quanto più possibile in tempistiche risicate.

“O’ muorto”: il tuo ultimo singolo, uscito il 21 gennaio. Com’è nato questo brano?

Il brano nacque in seguito a una serata di bagordi con amici, ci successe un simpatico “incidente” e appena tornai a casa raccontai in qualche modo ciò che avevamo vissuto ma un po’ cripticamente e anche creando una certa simulata tragicità che in realtà non ha motivo di essere. Una canzone disimpegnata, leggera, volutamente equivoca. Musicalmente, invece, è un incrocio tra paesaggi sonori differenti: l’America un po’ country, l’Inghilterra psichedelica e vagamente celtica e la cumbia peruviana. Mi rendo contro che la canzone non abbia un senso per nulla chiaro, ma il video lascia intuire! In esso ho coinvolto gli stessi amici di cui sopra, mentre la sceneggiatura è stata scritta da un altro grande amico. La volontà era quella di essere buffi, comici, di delineare un’atmosfera un po’ western, se vogliamo anche noir e straniante. Le riprese sono state un’esperienza assai divertente, vestire i panni del cassamortaro, “schiattamuorto” per i napoletani, è stata una piacevole follia.  

“Riesta n’atu appoco” è il brano che anticipa “O’ muorto”. Gli ultimi versi del brano recitano: “E rire, rire, e chianu chianu sponta ‘o jjanco a miezo ‘o nniro, ognuno torna a casa ‘e ccose soje e s’accumencia d’ ‘o capo n’ ata vota”, ovvero “Tra una risata e un’altra piano piano spunta il bianco in mezzo al nero (credo spunti la luna, cioè si fa sera), ognuno torna a casa a sbrigare le proprie faccende e si comincia da capo un’altra volta”. Si parla dunque del ciclo monotono della vita, un susseguirsi di albe e tramonti, di giorni e di notti, ai quali l’amore deve reagire per non diventare piatto, monotono e dunque sfiorirsi.

Credo sia estremamente affascinante il fatto che ciascuno veda cose completamente diverse in uno stesso testo, nelle sue parole, e che interpreti perciò a modo proprio. Non ci ho mai visto questo ma è un’interpretazione che mi dà da riflettere. Provo a spiegare quello che per me significano questi versi: “il bianco che spunta dal nero” ha almeno tre significati e cioè l’albeggiare, il sorriso che spunta da una foltissima chioma di capelli neri e la serenità che riesce a sopraffare il buio interiore. “Ognuno torna a casa propria” invece indica propriamente la definitiva separazione di due persone, che tornano a casa fisicamente e che “lasciano la casa” che stavano “costruendo” insieme. Il “ricominciare daccapo” è, infine, l’insieme dei passi da dover muovere, controvoglia, dopo un percorso forzatamente interrotto. 

Progetti futuri? Collaborazioni con altri artisti?

Il futuro è quanto mai incerto e misterioso, il desiderio sarebbe quello di tornare a suonare presto e farlo il più possibile. Un tour che mi porti nuovamente a girare per l’Italia sarebbe l’ideale! In primavera uscirà il mio terzo album, spero insomma mi permetta di fare cose e vedere gente. In quanto alle collaborazioni ho un po’ di progetti in cantiere già parzialmente avviati: sto lavorando a dei brani con il cantautore romano Riccardo Pasquarella con il quale ho stretto una bellissima amicizia e un simile sodalizio mi lega anche ad una band messinese, “La Stanza della Nonna”, e c’è almeno una canzone che mi piacerebbe sviluppare insieme a loro. Poi sto sviluppando un altro progetto con amici storici, in veste però di percussionista. Insomma, si lavora anche a lume spento!

Grazie mille per il tuo tempo. È stato davvero un piacere chiacchierare con te!

Ma grazie a te per la tua disponibilità!

GUARDA IL VIDEO UFFICIALE DI “‘O MUORTO”:

PROFILI SOCIAL DI IL BEFOLKO:

MIEI PROFILI SOCIAL:

“Vivo per essere arte” (Intervista a Salvo Alfieri)

Ciao! Presentati!

Ciao, sono Salvo Alfieri ma per gli amici ormai Sidney/Sid. Siciliano trapiantato a Firenze, sono semplicemente un amante e devoto all’arte e a tutte le sue forme.

Quando hai scoperto l’amore per la musica?

L’amore per la musica è arrivato a 14 anni quando ho scoperto il punk grazie ai Ramones e Sex pistols e iniziai così a suonare il basso. Nasco bassista ma poi presi anche a suonare la chitarra e a cantare.

Quali sono le tue influenze musicali principali?

Come dicevo prima, a 14 anni arrivò il punk e i suoi derivati: l’hardcore, l’emo ecc. Poi a 16 anni passai alla chitarra perché fui tra volto dal grunge. Poi dopo a 18 ho iniziato ad ascoltare e apprezzare tutta la musica, infatti ascolto di tutto. Da artisti di musica classica come Mozart, di cui sono innamorato, fino alla trap d’oggi. Quindi mi faccio influenzare da tutta la musica che ascolto o che ho ascoltato.

Nel 2015 fondi la band “Overcoma”, di cui sei voce e scrittore. Con loro pubblichi due EP: “Ambrosia” e “Gloaming EP”. Perché questi due nomi? Quali le somiglianze (se ce ne sono) e differenze tra i due EP?

Ambrosia”, uscito nel 2018, è stato il mio primo album. Avevo scritto le tracce dell’album tra il 2015 e il 2016, dunque l’intero disco parla della relazione amorosa vissuta in quegli anni. Ambrosia è un concept ispirato all’inferno di Dante. Infatti ognuna delle 8 canzoni rappresenta un girone di una categoria che ho vissuto e di cui sono stato “Peccatore” (e forse lo sono ancora hahaha). È pieno di rifacimenti alla cultura greca, in quanto io ne sia amante e alla poesia in generale. Invece “Gloaming EP” è uscito nel 2019, interamente creato durante i 3 giorni della settimana santa ( i riferimenti a Dante sono tanti nella mia vita) ed è un EP di 4 brani già “esistenti” ma mai pubblicati tranne che in qualche demo o live. L’unico inedito è “Gloaming” appunto da cui prende il nome. Rappresenta il disco di passaggio fra i vecchi ‘Overcoma’ ed i nuovi, ovvero quelli del prossimi lavori in uscita. Oltre a cambiare la lingua, è cambiato sicuramente anche il sound.

Tu non sei soltanto un cantante e musicista, ma anche scrittore e poeta. A settembre 2019 è uscito il tuo primo libro di poesie, “Il bacio di Venere”, testi che hai riportato in musica con un’altra band, i Renoir. Come mai hai scelto di fondare un’altra band?

Sì, nel 2019 ho scritto e pubblicato il mio primo libro di poesie e non essendo convinto della loro “essenza”, le ho volute cantare, o meglio urlare, in un contesto musicale. Così fondai i Renoir. Un gruppo molto più “poetico” degli “Overcoma” e con un impronta molto più grezza ed old school.

Con i Renoir hai pubblicato altri due EP, “Stato d’animo” e “Tutto quello che non avrei mai voluto”, entrambi nel 2020. Come mai questi titoli? Che argomenti trattano?

I “Renoir” sono un po maledetti in quanto nati a fine 2019 ed inizio 2020. Fra un lockdown e un altro, siamo comunque riusciti a pubblicare due EP. Il primo è stato fatto molto di getto, con poche pretese e ricerche sonore. Il secondo, in formazione completa, è più strutturato ed elaborato da parte degli altri musicisti, anche se si sente e rimane la mia impronta old school. Il titolo del primo è semplice, è praticamente la parola chiave di quei pezzi/poesie scritte. Invece il secondo è frutto della mia ennesima relazione andata male, dopo due anni. Entrambi gli EP sono stati prodotti a Modica, al Pausa Studio di Salvo Puma e distribuiti dalla Lost Generation e Ciaor Records.

Io so che sei anche un pittore. Raccontami un po’ di quest’altra tua passione.

Già, mi sono innamorato del disegno sin dall’asilo. Ho tantissimi malloppi di disegni di quell’epoca. È stata, ed è, la mia prima passione. Ho fatto il liceo artistico e ora sto per laurearmi in arti figurative all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Ho già fatto 3 mostre, e non vedo l’ora di continuare a mostrarvi la mia arte.

E, come ciliegina sulla torta, stai studiando regia. Dire che tu sei un artista poliedrico è poco😂. Come riesci a conciliare tutte queste passioni? Inoltre, c’è già qualche progetto pronto?

Sì, studio anche regia, in quanto sono amante del cinema. Sto producendo il mio primo film, previsto per il 2022 e sta per uscire il mio primo documentario fatto sulla scena musicale ragusana, di cui ci farò il mio prossimo libro.

Mi piace tenermi occupato per non darmi in pasto alla noia, da buon decadente combatto la noia, lo spleen ogni giorno. Mi cibo di arte e faccio questo. “Vivo per essere arte”, mi ha insegnato Oscar Wilde.

Sì, ho progetti futuri inediti che mi farebbe piacere anticipare un po’ in questa chiacchierata. Oltre a scrivere il mio prossimo libro, a produrre i miei primi film e a lavorare ai prossimi album con i miei due gruppi, sto lavorando ad alcuni miei progetti da solista come Lil Sidney … a breve magari ne inizierò a parlare. Sto realizzando il primo EP con tanti altri artisti e sarà un mix fra emodrill, emotrap e trap old school! Insomma, ce ne saranno delle belle!

Grazie mille per questa piacevole chiacchierata. Ti auguro il meglio!

Ma grazie a te per lo spazio che hai ritagliato nel tuo blog per me!

PROFILI SOCIAL DI SALVO ALFIERI:

MIEI PROFILI SOCIAL:

Sogno o son desto… Voodoo Dream! (Intervista a Michele Boni)

Ciao! Presentati.

Ciao! Mi chiamo Michele Boni e sono un chitarrista, polistrumentista, docente e compositore originario di Napoli ma stabile da quasi dieci anni a Milano.

Quando hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato a fare musica in giovane età approcciandomi alla chitarra classica, poi pian piano ho cominciato ad appassionarmi ad altri strumenti cordofoni.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che volevi vivere di musica?

La mia passione per la musica nasce come una vera e propria folgorazione!

Ricordo che dal primo momento in cui ho preso in mano una chitarra ho capito che la musica sarebbe stata molto più che una semplice passione.

Sinceramente non ho mai avuto dubbi su ciò che avrei voluto fare da grande ma se esiste un momento in cui ne ho avuto la certezza assoluta è quanto quando per la prima volta sono salito su un palco importante come quello dell’Ariston di Sanremo.

Ho avuto l’adrenalina addosso per giorni ed ho pensato :” Sì, questa è la vita che fa per me”.

“Voodoo Dream” è la prima traccia del tuo album “In Compass Time”. Cosa significa per te “Voodoo dream”?

Comincio dicendo che ancora non ho una data esatta di uscita poiché, in periodo di Covid, mi sono preso un attimo di tempo per attendere gli sviluppi riguardanti la musica live e l’industria discografica.

Ho scelto di esordire con il singolo “Voodoo Dream” perché mi ha dato la possibilità di girarne il videoclip nella mia amata Procida. Questo titolo deriva dal fatto che ho scritto questo brano in tardissima notte sul mio terrazzo procidano mentre ero in uno stato tra il sonno e la veglia, ed è quindi per me un vero e proprio sogno lucido nato tra i colori dell’alba che si riflettevano sul borgo della terra murata ed il porticciolo della Corricella.

All’inizio il brano è caratterizzato dal suono solista del Charango, accompagnato poi dalle onde del mare dell’isola di Procida, in cui è stato girato in video, dal basso, dai tamburi e dagli archi. I vari strumenti, in piena armonia tra loro, creano una melodia esotica, dando all’ascoltatore quasi l’impressione di essere trasportato nell’isola, sentire l’odore del mare e ammirare il paesaggio mozzafiato.

Questo era un po’ il mio obiettivo, far viaggiare le persone con la musica (per ora ci accontentiamo dei viaggi “mentali”).

Riguardo gli strumenti, il Charango ha origini peruviane, simile per certi versi ad un ukulele ma con un suono sicuramente più esotico.

A contribuire a questo sound esotico ci sono due strumenti in particolare, ovvero il duduk (flauto di origine armene che ricorda il suono di una voce umana) ed il flauto di pan (detto anche zamponha), entrambi suonati da musicisti stranieri, cosi come le percussioni. Ho cercato di unire le influenze marcatamente etniche di questi strumenti con un senso melodico e ritmico più “pop” e per certi versi europeo.

Una delle cose più belle che mi ha offerto la vita fin ora è stata quella di poter viaggiare con la musica e per la musica. Ho suonato molto in giro per il mondo con musicisti di tantissimi Paesi diversi, e molti di loro sono presenti in questo disco.

Le sonorità di quest’album, infatti, derivano molto dai musicisti che vi hanno partecipato e Voodoo Dream ne è solo un piccolo assaggio!

Potrete infatti sentire sezioni di percussioni dal Brasile o dall’India, flauti dall’ Irlanda, Bandoneon dal Chile, Duduk dalla Turchia, Kalimbe da Capo Verde e tanto altro ancora che porteranno la vostra immaginazione in giro per il mondo a tempo di bussola!

Il video di “Voodoo Dream” ha ottenuto il Patrocinio del Comune da parte dell’Assessore alla Cultura dell’Isola. Non male direi!

Come ho sempre tenuto a specificare durante la campagna pubblicitaria per questo singolo, Procida per me non è solo una seconda casa ma è la mia isola felice, di cui mi sento cittadino a tutti gli effetti.

Girare il mio primo videoclip da solista in questi luoghi è stata una scelta di cuore ed aver ricevuto il patrocinio onorario dall’assessorato al turismo è ragione di grande orgoglio per me.

Il merito per tutto questo devo sicuramente condividerlo con una art director di eccezionale talento, nonché carissima amica, Irene Sarlo. Grazie alla sua mano delicata ed esperta siamo riusciti ad ottenere un risultato di cui vado molto fiero e che ci sta dando moltissime soddisfazioni in Italia e nel mondo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Come dicevo ad inizio intervista, in questo periodo di forti incertezze è difficile fare programmi senza sapere quando riprenderanno le stagioni concertistiche.

Posso però dirvi che sto scrivendo un metodo di ukulele e sto lavorando con alcuni artisti pop tra cui Gaia Gozzi, quest’anno a Sanremo.

Per il resto spero di ritornare sui palchi italiano ed esteri quanto prima possibile!

Grazie mille per il tuo tempo. È stata una bella chiacchierata! Ad maiora semper!

Grazie a te Adry!

PER VEDERE IL VIDEO DI VOODOO DREAM:

PROFILI SOCIAL DI MICHELE BONI:

MIEI PROFILI SOCIAL:

Wish you were here… (Intervista agli Shapeless in Veins)

Il 22 gennaio è uscito “Wish You Were Her(e)”, il nuovo singolo degli Shapeless in Veins, band hardcore emo-punk di Frosinone. Il dolore e la rabbia, il senso di “apnea” e di vuoto che si prova quando uno dei pilastri della propria vita va via, si traducono in questo brano, risultato di un mix tra sonorità struggenti e screaming. Il tutto è reso più “tangibile” dal video ufficiale, che conferma e amplifica i sentimenti di resa e di abbandono descritti nel brano (“My steps have already been marked, and my lungs have already breathed”), soprattutto alla fine, in cui si vede la candela spegnersi di colpo.

Eliano (screamer), Jacopo (cantante Clean Vocals e chitarrista), Pierpaolo (chitarrista), Mark (bassista) ed Enrico (batterista) avevano già messo nero su bianco sentimenti quali la fragilità, la paura di non essere abbastanza in “I Could Be Stronger, but…” e l’abbandono amoroso in “Hope You’re Happy” (che in realtà ritorna come un leitmotiv in tutti e tre i brani).

Non voglio aggiungere nient’altro, lascerò l’onore di parlare di questa band e di questo genere musicale (di cui l’Italia nutre ancora molti pregiudizi) a Jacopo Piroli. Buona visione!

” WISH YOU WERE HER(E)”:

“I COULD BE STRONGER, BUT…”:

“HOPE YOU’RE HAPPY”:

PROFILI SOCIAL DEGLI SHAPELESS IN VEINS:

MIEI PROFILI SOCIAL:

Shining out of the dark (Intervista a Frances Aravel)

Ciao! Presentati!

Ciao! Io sono Frances Aravel e sono una cantautrice bergamasca innamorata persa della musica.

Quando hai iniziato a fare musica e quando hai preso coscienza della tua anima artistica e del genere musicale che più ti rappresentava, in cui ti sentivi a tuo agio?

Ho cominciato a suonare all’età di 10 anni, una volta imparati gli accordi e la ritmica base ho cominciato a sperimentare, cercando un modo per potermi esprimere, perché a parole non sono mai stata brava a farlo. La musica è la mia valvola di sfogo, il filo conduttore tra i miei pensieri e il mondo.

Riguardo la composizione del testo dei tuoi brani, in che modo concepisci il cantautorato? Pensi che il testo scritto “di tua penna” possa avere inizialmente un valore introspettivo (che aiuti dunque ad “esorcizzare” le tueemozioni, sfogarle su carta) e, successivamente, avere un ruolo sociale?

Esattamente. Finora tutto ciò che ho scritto è introspettivo e mi è servito per esorcizzare quelle emozioni forti che non riuscivo ad elaborare. Il ruolo sociale è di vitale importanza comunque, la musica viene fatta per essere ascoltata e condivisa. Questo per me è di fondamentale importanza.

Il tuo primo progetto è nato nel 2016 e ti vede come “Fran&TheGroovies”. Ad ottobre dello stesso anno esce il tuo primo singolo, “Give me”, contenuto dall’interno dell’EP “Follow your instinct”, di 5 tracce. Qual è stato il focus del tuo primo EP?  

Il focus del primo EP era quello di trovare la mia strada, seguendo il mio istinto per l’appunto, da qui la decisione di intitolarlo “FOLLOW YOUR INSTINCT”.

Fran&TheGroovies è stato il mio primo amore, il mio primo progetto, portato avanti con persone che per la prima volta credevano in me e nella musica che abbiamo fatto assieme. Lo avrò sempre nel cuore.

“Give me” è l’unica traccia prodotta seguendo tutti i passaggi di lavorazione e siamo riusciti a farne anche un video, girato un po’ di notte nel bel mezzo della campagna (scene con il faccione colorato) e in parte in uno stabile abbandonato con due ballerini fantastici.

Nel 2019 hai aperto i concerti di Marianne Mirage, Kristian Marr e Victoria & The Hyde Park. Raccontami un po’ di quest’esperienza (che posso supporre sia stata fantastica!).

Sono state esperienze super emozionanti. Avere la possibilità di incontrare, conoscere e suonare prima di questi artisti che calcano palchi da anni è stato un onore. 

Ho imparato molto da quelle esperienze e creato anche un piccolo legame di scambi molto costruttivo per me.

Lo stesso anno hai cambiato il tuo nome d’arte in Frances Aravel. Come mai questa scelta?

La decisione di cambiare nome d’arte è stata dettata dalla formazione che subì vari cambiamenti, era un periodo di ricerca e pulizie importanti che mi hanno portata a prendere delle scelte. Valutando tutte le opzioni, alla fine ho deciso, interfacciandomi con la nuova formazione (Gabriele Valsecchi e Angelo Crespi), di utilizzare Frances Aravel come nome del progetto.

Del 3 dicembre 2020 è il tuo secondo EP “Shining Out of The Dark”, anticipato dal brano omonimo uscito il 25 settembre (che arriva dopo il precedente singolo “Fly”) e da “Gentle night”, pubblicato il 4 novembre. Il titolo preannuncia una sorta di maturazione, che si trasforma probabilmente in una scelta di vita: risplendere nel buio. C’è dunque una voglia di riscatto, di andare oltre i periodi bui della nostra vita e provare ad essere più forti di tutto e tutti, giusto?

Maturazione e riscatto sono le parole corrette, la necessità di crescita è fondamentale in qualsiasi cosa, credo, soprattutto quando si esce da un periodo non molto floreale e soleggiato.

In questi anni sto imparando a dare il giusto valore a quello che faccio cercando di mettermi in gioco, e soprattutto sto imparando a non avere paura nel dire sì.

Ti sei ispirata a qualche artista in particolare per curare gli aspetti testuali e musicali dei brani?

A qualche artista in particolare no. Ci sono molti artisti che prendo come “riferimento”, ma poi lascio libero sfogo all’ispirazione e alla musica.

Prendendo in considerazione però la linea melodica dell’EP, per me è quasi automatico accostarlo ai lavori iniziali di Alanis Morisette.

Grazie per la tua disponibilità!

Grazie mille a te per l’occasione e l’interesse che hai avuto nei miei confronti. 

What we’ve got (Intervista a Stefan Alexander)

Ciao! Presentati.

Ciao a tutti! Sono Stefan Alexander, un cantautore queer-pop di New York.

Quando e in che modo hai sperimentato questa passione così forte per la musica?

Faccio musica da quand’ero piccolo. A sei anni ho iniziato a suonare il violoncello e il pianoforte, a 12 anni ho preso in mano per la prima volta la chitarra, ma il filo conduttore è stato sempre il canto.

C’è un artista di preciso da cui prendi ispirazione?

Mi ispiro a tanti artisti, da Sufian Stevens a Billie Holiday a Carole King, fino a Kaytranada, oltre ad artisti di tutto il mondo. Per me è davvero importante ripercorrere la musica diacronicamente parlando, per capire meglio le origini dei vari generi. Ho sempre creduto che bisogna prendere in considerazione i brani che sono rimasti nella storia della musica per essere dei buoni cantautori.

Il queer-pop è il genere in cui ti senti più a tuo agio, oppure la tua zona comfort si allarga ad altri generi musicali?

Io sono prevalentemente un musicista pop, ma non mi dispiace scrivere canzoni folk e jazz. Non mi piace controllare il flow creativo, preferisco lasciare libera l’ispirazione e farla esprimere nella sua completezza.

Nel 2016 è uscito “Skeleton”. È una delle tracce del tuo EP “Thunderclap” e il tuo primo inedito. Qual è il messaggio principale che hai voluto trasmettere con questo brano?

La canzone racconta un’amicizia finita in modo molto doloroso. Nel brano si intuisce che quest’amicizia si è trasformata in una relazione amorosa, e ciò che ho provato a trasmettere è stato il dolore che ti uccide dentro nel momento in cui una persona scompare improvvisamente dalla tua vita.

“Photograph”, “Cry Again” e “What We’ve Got” sono le tue “ultime fatiche”. Puoi percepire alcune differenze dal punto di vista stilistico e musicale rispetto ai tuoi primi brani?

Ho scritto la maggior parte delle tracce degli EP “Thunderclap” e “Cry” simultaneamente, ma ho deciso di farli uscire in periodi diversi. Di conseguenza, penso che queste canzoni abbiano le stesse “radici”. “What We’ve Got” è il mio ultimo inedito, anche se ho scritto un altro brano durante la pandemia. Il mondo attorno a me è una vera fonte d’ispirazione, di conseguenza il periodo che stiamo vivendo mi ha portato a focalizzare la mia attenzione su altri argomenti. Spero di poter pubblicare tutte le canzoni che sto scrivendo in questi mesi, credo tanto nel futuro, sono positivo e fiducioso.

Come hai già detto, in questi mesi il mondo intero sta vivendo un momento complicato. Le nostre vite si basano sull’instabilità e sull’incertezza. Nonostante questo, ci sono dei featuring con degli artisti nei tuoi progetti futuri? Cosa bolle in pentola?

Sto provando a sfruttare il tempo per scrivere e stare nel pezzo il più possibile. Voglio tenermi pronto, voglio spianarmi adesso la strada per quando si potranno fare concerti in sicurezza, per condividere le mie canzoni e le mie emozioni col pubblico. In questo momento sto lavorando con un sacco di produttori musicali, sto collaborando a dei nuovi brani che usciranno presto.

Grazie mille per la tua disponibilità. Lo apprezzo davvero tanto!

Grazie a te per la bella intervista!

PROFILI SOCIAL DI STEFAN ALEXANDER:

MIEI PROFILI SOCIAL:

What we’ve got (Interview to Stefan Alexander)

Hi! Tell everybody who you are and what you do!

Im Stefan Alexander, a queer pop singer-songwriter based in New York City.

When and how did you discover this strong love for music?

Ive been making music since I was a little kid. I started off playing cello and piano when I was 6 years old, then picked up guitar at 12 and Ive always been a singer. Music has been a huge part of my life for as long as I can remember. My parents used to take my sister and I to folk festivals every summer. Wed see live music all day long and sleep in a tent. Those experiences were very formative for me as an artist.

Is there a precise artist from whom you take inspiration?

I have a wide variety of inspirations, everyone from Sufjan Stevens to Billie Holiday to Carole King to Kaytranada, as well as other musicians from around the world. Its really important for me to look back towards music throughout history, understanding the lineage of different sounds and styles. Ive always believed that I can learn the most about songwriting from the songs that have stood the test of time.

Is pop the only kind of music in which you feel comfortable?

I’m mainly a pop musician, but I also sometimes write folk and jazz songs. I try not to control my creative flow too much and just let it happen.

In 2016 Skeleton was released. It is one of the tracks of Thunderclap EP and your first work. What is the focus of this song? What kind of message did you want to give thanks to it?

The song is about a friendship I had that broke down in a very painful way. For the song, I rounded the friendship up to a romantic relationship and thought about how debilitating that kind of grief can be, when a person falls out of your life so suddenly.

“Photograph”, “Cry Again” and “What We’ve Got” are your last songs. Can you “perceive” some stylistic and musical differences if comparing them with your first works?

I actually wrote most of the songs on Thunderclap EP and Cry EP at the same time, but decided to release them separately. As a result, I think those songs all come from a similar place. What Weve Got is my newest song and one I wrote recently during the pandemic. Im heavily influenced by the world around me, so this time were living through has dramatically changed the topics Im writing about. Im looking forward to releasing more of the songs Im writing at the moment, hopefully in the near future.

As you have just said, during these months the whole world is living a very difficult moment. Our lives are based on instability and uncertainty. Although that, do you think of any featurings with some specific singers as your next project?

I’m trying to use this time to write as much as possible and to stay as creative as I can. I want to be ready to hit the road as soon as it’s safe to perform again, with lots of new songs to share. Currently, I’m also working with a bunch of different producers, collaborating remotely on new songs, some of which will be coming out soon.

Thank you for your willingness in taking part of my project. I really appreciate it!

Thanks for the great interview!

STEFAN ALEXANDER’S PROFILES:

MY PROFILES:

Lo “scandal” di Giorgia (Intervista a Giorgia Giacometti)

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Giorgia Giacometti, cantante e cantautrice di 24 anni. Nata a Pistoia, adesso a Singapore, ho vissuto parte della mia vita a Miami, il che ha contribuito profondamente alla mia formazione musicale. Scrivo musica pop e rap in italiano, inglese e spagnolo.

Quando hai iniziato ad intraprendere questo percorso, e quando hai iniziato a studiare canto?

La musica è sempre stata parte della mia vita, anche se ho iniziato a trasformare la mia passione in una professione all’età di 18 anni, e studio canto ormai da sei anni.

Il tuo primo singolo, “All’amore”, è uscito il 26 giugno. Parla di un amore sofferto, un amore che non può essere vissuto al 100% a causa della distanza. Oggi più che mai sentiamo il bisogno di abbracciarci, di dirci “Ti voglio bene”, “Ti amo”. Che consiglio ti senti di dare per “annullare le distanze che ci separano”, come dice Alessandra Amoroso in “Sul ciglio senza far rumore”?

Purtroppo, annullare le distanze fisiche ad oggi rimane difficoltoso data la situazione, ma il vero amore e voler bene non si misurano con tale distanza. È ancora possibile stare vicini a coloro che amiamo perché il pensiero continua ad esistere e con questo annulliamo le distanze che ci separano. Capisco personalmente che le relazioni umane necessitano anche vicinanza fisica per essere complete ma se sappiamo aspettare, queste distanze saranno, e spero presto, vicinanze. Il consiglio che posso dare è quello di avere pazienza e continuare a coltivare l’amore anche se a distanza.

Il tuo secondo inedito è “Scandal”, uscito il 6 novembre. Di cosa parla? Inoltre, ti sei ispirata a qualche artista in particolare per dare al brano quella sfumatura pop-electro-rap?

Scandal parla di un amore irrealizzato. Profondamente innamorata di un qualcosa che si rivela poi esistere solamente all’interno della mia mente. Questo ha un provocato un tale shock all’interno della mia mente da chiamarlo scandalo. Non c’è stata una ispirazione su un’artista in particolare; però, pop, rap e elettronico sono i generi che più ascolto di solito.

Quali sono i tuoi progetti futuri? C’è già qualcosa che bolle in pentola?

C’è qualcosa che bolle in pentola e direi che è anche buono. Mi trovo a Singapore, dove in questo momento sto lavorando ai prossimi singoli. Restate connessi perché avrete un bel po’ da gustare!

Grazie per questa chiacchierata!

Grazie a te per quest’opportunità!

PER ASCOLTARE “ALL’AMORE”:

PER ASCOLTARE “SCANDAL”:

PROFILI SOCIAL DI GIORGIA GIACOMETTI:

MIEI PROFILI SOCIAL:

Nata per scroccare (Intervista a Giuspi)

Quante volte a scuola abbiamo scroccato la merenda ad un nostro compagno di classe, o abbiamo avuto compagni di classe scrocconi? Quanti fogli, penne, colori andati persi nello stesso momento in cui lo stesso scroccone di turno ti diceva: “Domani te lo restituisco, promesso!”?

Sono sicura del fatto che, leggendo queste prime righe, vi sia spuntato un sorriso da ebeti ricordando quei momenti che sembravano infiniti, eterni, e che invece sono volati via in un battibaleno.

Giuspi, cantautrice 19enne gelese (finalmente una mia compaesana😍), ha deciso di scriverci su una canzone, “Nata per scroccare” appunto. Eccola qui:

Per ascoltare la nostra chiacchierata, invece, clicca qui:

PROFILI SOCIAL DI GIUSPI:

MIEI PROFILI SOCIAL:

Alzati dal letto e vivi! (Intervista a Francesco Savini)

“Anche se tu non ci credi, vabbè, ho detto solo ciò che penso. Siamo una giostra controvento che gira con la forza di un campari ed un prosecco”.

Questo è un pezzo di “La facoltà del tempo perso”, brano di Francesco Savini, uscito su tutte le piattaforme digitali il 27 novembre.

Ho scambiato due chiacchiere con Francesco. Abbiamo parlato della sua passione per la musica e di “Maratoneti”, uscita ad ottobre. Vi lascio alla video-intervista. Ringrazio Francesco per la sua disponibilità.

PROFILI SOCIAL DI FRANCESCO SAVINI:

MIEI PROFILI SOCIAL: