Shining out of the dark (Intervista a Frances Aravel)

Ciao! Presentati!

Ciao! Io sono Frances Aravel e sono una cantautrice bergamasca innamorata persa della musica.

Quando hai iniziato a fare musica e quando hai preso coscienza della tua anima artistica e del genere musicale che più ti rappresentava, in cui ti sentivi a tuo agio?

Ho cominciato a suonare all’età di 10 anni, una volta imparati gli accordi e la ritmica base ho cominciato a sperimentare, cercando un modo per potermi esprimere, perché a parole non sono mai stata brava a farlo. La musica è la mia valvola di sfogo, il filo conduttore tra i miei pensieri e il mondo.

Riguardo la composizione del testo dei tuoi brani, in che modo concepisci il cantautorato? Pensi che il testo scritto “di tua penna” possa avere inizialmente un valore introspettivo (che aiuti dunque ad “esorcizzare” le tueemozioni, sfogarle su carta) e, successivamente, avere un ruolo sociale?

Esattamente. Finora tutto ciò che ho scritto è introspettivo e mi è servito per esorcizzare quelle emozioni forti che non riuscivo ad elaborare. Il ruolo sociale è di vitale importanza comunque, la musica viene fatta per essere ascoltata e condivisa. Questo per me è di fondamentale importanza.

Il tuo primo progetto è nato nel 2016 e ti vede come “Fran&TheGroovies”. Ad ottobre dello stesso anno esce il tuo primo singolo, “Give me”, contenuto dall’interno dell’EP “Follow your instinct”, di 5 tracce. Qual è stato il focus del tuo primo EP?  

Il focus del primo EP era quello di trovare la mia strada, seguendo il mio istinto per l’appunto, da qui la decisione di intitolarlo “FOLLOW YOUR INSTINCT”.

Fran&TheGroovies è stato il mio primo amore, il mio primo progetto, portato avanti con persone che per la prima volta credevano in me e nella musica che abbiamo fatto assieme. Lo avrò sempre nel cuore.

“Give me” è l’unica traccia prodotta seguendo tutti i passaggi di lavorazione e siamo riusciti a farne anche un video, girato un po’ di notte nel bel mezzo della campagna (scene con il faccione colorato) e in parte in uno stabile abbandonato con due ballerini fantastici.

Nel 2019 hai aperto i concerti di Marianne Mirage, Kristian Marr e Victoria & The Hyde Park. Raccontami un po’ di quest’esperienza (che posso supporre sia stata fantastica!).

Sono state esperienze super emozionanti. Avere la possibilità di incontrare, conoscere e suonare prima di questi artisti che calcano palchi da anni è stato un onore. 

Ho imparato molto da quelle esperienze e creato anche un piccolo legame di scambi molto costruttivo per me.

Lo stesso anno hai cambiato il tuo nome d’arte in Frances Aravel. Come mai questa scelta?

La decisione di cambiare nome d’arte è stata dettata dalla formazione che subì vari cambiamenti, era un periodo di ricerca e pulizie importanti che mi hanno portata a prendere delle scelte. Valutando tutte le opzioni, alla fine ho deciso, interfacciandomi con la nuova formazione (Gabriele Valsecchi e Angelo Crespi), di utilizzare Frances Aravel come nome del progetto.

Del 3 dicembre 2020 è il tuo secondo EP “Shining Out of The Dark”, anticipato dal brano omonimo uscito il 25 settembre (che arriva dopo il precedente singolo “Fly”) e da “Gentle night”, pubblicato il 4 novembre. Il titolo preannuncia una sorta di maturazione, che si trasforma probabilmente in una scelta di vita: risplendere nel buio. C’è dunque una voglia di riscatto, di andare oltre i periodi bui della nostra vita e provare ad essere più forti di tutto e tutti, giusto?

Maturazione e riscatto sono le parole corrette, la necessità di crescita è fondamentale in qualsiasi cosa, credo, soprattutto quando si esce da un periodo non molto floreale e soleggiato.

In questi anni sto imparando a dare il giusto valore a quello che faccio cercando di mettermi in gioco, e soprattutto sto imparando a non avere paura nel dire sì.

Ti sei ispirata a qualche artista in particolare per curare gli aspetti testuali e musicali dei brani?

A qualche artista in particolare no. Ci sono molti artisti che prendo come “riferimento”, ma poi lascio libero sfogo all’ispirazione e alla musica.

Prendendo in considerazione però la linea melodica dell’EP, per me è quasi automatico accostarlo ai lavori iniziali di Alanis Morisette.

Grazie per la tua disponibilità!

Grazie mille a te per l’occasione e l’interesse che hai avuto nei miei confronti. 

What we’ve got (Intervista a Stefan Alexander)

Ciao! Presentati.

Ciao a tutti! Sono Stefan Alexander, un cantautore queer-pop di New York.

Quando e in che modo hai sperimentato questa passione così forte per la musica?

Faccio musica da quand’ero piccolo. A sei anni ho iniziato a suonare il violoncello e il pianoforte, a 12 anni ho preso in mano per la prima volta la chitarra, ma il filo conduttore è stato sempre il canto.

C’è un artista di preciso da cui prendi ispirazione?

Mi ispiro a tanti artisti, da Sufian Stevens a Billie Holiday a Carole King, fino a Kaytranada, oltre ad artisti di tutto il mondo. Per me è davvero importante ripercorrere la musica diacronicamente parlando, per capire meglio le origini dei vari generi. Ho sempre creduto che bisogna prendere in considerazione i brani che sono rimasti nella storia della musica per essere dei buoni cantautori.

Il queer-pop è il genere in cui ti senti più a tuo agio, oppure la tua zona comfort si allarga ad altri generi musicali?

Io sono prevalentemente un musicista pop, ma non mi dispiace scrivere canzoni folk e jazz. Non mi piace controllare il flow creativo, preferisco lasciare libera l’ispirazione e farla esprimere nella sua completezza.

Nel 2016 è uscito “Skeleton”. È una delle tracce del tuo EP “Thunderclap” e il tuo primo inedito. Qual è il messaggio principale che hai voluto trasmettere con questo brano?

La canzone racconta un’amicizia finita in modo molto doloroso. Nel brano si intuisce che quest’amicizia si è trasformata in una relazione amorosa, e ciò che ho provato a trasmettere è stato il dolore che ti uccide dentro nel momento in cui una persona scompare improvvisamente dalla tua vita.

“Photograph”, “Cry Again” e “What We’ve Got” sono le tue “ultime fatiche”. Puoi percepire alcune differenze dal punto di vista stilistico e musicale rispetto ai tuoi primi brani?

Ho scritto la maggior parte delle tracce degli EP “Thunderclap” e “Cry” simultaneamente, ma ho deciso di farli uscire in periodi diversi. Di conseguenza, penso che queste canzoni abbiano le stesse “radici”. “What We’ve Got” è il mio ultimo inedito, anche se ho scritto un altro brano durante la pandemia. Il mondo attorno a me è una vera fonte d’ispirazione, di conseguenza il periodo che stiamo vivendo mi ha portato a focalizzare la mia attenzione su altri argomenti. Spero di poter pubblicare tutte le canzoni che sto scrivendo in questi mesi, credo tanto nel futuro, sono positivo e fiducioso.

Come hai già detto, in questi mesi il mondo intero sta vivendo un momento complicato. Le nostre vite si basano sull’instabilità e sull’incertezza. Nonostante questo, ci sono dei featuring con degli artisti nei tuoi progetti futuri? Cosa bolle in pentola?

Sto provando a sfruttare il tempo per scrivere e stare nel pezzo il più possibile. Voglio tenermi pronto, voglio spianarmi adesso la strada per quando si potranno fare concerti in sicurezza, per condividere le mie canzoni e le mie emozioni col pubblico. In questo momento sto lavorando con un sacco di produttori musicali, sto collaborando a dei nuovi brani che usciranno presto.

Grazie mille per la tua disponibilità. Lo apprezzo davvero tanto!

Grazie a te per la bella intervista!

PROFILI SOCIAL DI STEFAN ALEXANDER:

MIEI PROFILI SOCIAL:

What we’ve got (Interview to Stefan Alexander)

Hi! Tell everybody who you are and what you do!

Im Stefan Alexander, a queer pop singer-songwriter based in New York City.

When and how did you discover this strong love for music?

Ive been making music since I was a little kid. I started off playing cello and piano when I was 6 years old, then picked up guitar at 12 and Ive always been a singer. Music has been a huge part of my life for as long as I can remember. My parents used to take my sister and I to folk festivals every summer. Wed see live music all day long and sleep in a tent. Those experiences were very formative for me as an artist.

Is there a precise artist from whom you take inspiration?

I have a wide variety of inspirations, everyone from Sufjan Stevens to Billie Holiday to Carole King to Kaytranada, as well as other musicians from around the world. Its really important for me to look back towards music throughout history, understanding the lineage of different sounds and styles. Ive always believed that I can learn the most about songwriting from the songs that have stood the test of time.

Is pop the only kind of music in which you feel comfortable?

I’m mainly a pop musician, but I also sometimes write folk and jazz songs. I try not to control my creative flow too much and just let it happen.

In 2016 Skeleton was released. It is one of the tracks of Thunderclap EP and your first work. What is the focus of this song? What kind of message did you want to give thanks to it?

The song is about a friendship I had that broke down in a very painful way. For the song, I rounded the friendship up to a romantic relationship and thought about how debilitating that kind of grief can be, when a person falls out of your life so suddenly.

“Photograph”, “Cry Again” and “What We’ve Got” are your last songs. Can you “perceive” some stylistic and musical differences if comparing them with your first works?

I actually wrote most of the songs on Thunderclap EP and Cry EP at the same time, but decided to release them separately. As a result, I think those songs all come from a similar place. What Weve Got is my newest song and one I wrote recently during the pandemic. Im heavily influenced by the world around me, so this time were living through has dramatically changed the topics Im writing about. Im looking forward to releasing more of the songs Im writing at the moment, hopefully in the near future.

As you have just said, during these months the whole world is living a very difficult moment. Our lives are based on instability and uncertainty. Although that, do you think of any featurings with some specific singers as your next project?

I’m trying to use this time to write as much as possible and to stay as creative as I can. I want to be ready to hit the road as soon as it’s safe to perform again, with lots of new songs to share. Currently, I’m also working with a bunch of different producers, collaborating remotely on new songs, some of which will be coming out soon.

Thank you for your willingness in taking part of my project. I really appreciate it!

Thanks for the great interview!

STEFAN ALEXANDER’S PROFILES:

MY PROFILES:

Lo “scandal” di Giorgia (Intervista a Giorgia Giacometti)

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Giorgia Giacometti, cantante e cantautrice di 24 anni. Nata a Pistoia, adesso a Singapore, ho vissuto parte della mia vita a Miami, il che ha contribuito profondamente alla mia formazione musicale. Scrivo musica pop e rap in italiano, inglese e spagnolo.

Quando hai iniziato ad intraprendere questo percorso, e quando hai iniziato a studiare canto?

La musica è sempre stata parte della mia vita, anche se ho iniziato a trasformare la mia passione in una professione all’età di 18 anni, e studio canto ormai da sei anni.

Il tuo primo singolo, “All’amore”, è uscito il 26 giugno. Parla di un amore sofferto, un amore che non può essere vissuto al 100% a causa della distanza. Oggi più che mai sentiamo il bisogno di abbracciarci, di dirci “Ti voglio bene”, “Ti amo”. Che consiglio ti senti di dare per “annullare le distanze che ci separano”, come dice Alessandra Amoroso in “Sul ciglio senza far rumore”?

Purtroppo, annullare le distanze fisiche ad oggi rimane difficoltoso data la situazione, ma il vero amore e voler bene non si misurano con tale distanza. È ancora possibile stare vicini a coloro che amiamo perché il pensiero continua ad esistere e con questo annulliamo le distanze che ci separano. Capisco personalmente che le relazioni umane necessitano anche vicinanza fisica per essere complete ma se sappiamo aspettare, queste distanze saranno, e spero presto, vicinanze. Il consiglio che posso dare è quello di avere pazienza e continuare a coltivare l’amore anche se a distanza.

Il tuo secondo inedito è “Scandal”, uscito il 6 novembre. Di cosa parla? Inoltre, ti sei ispirata a qualche artista in particolare per dare al brano quella sfumatura pop-electro-rap?

Scandal parla di un amore irrealizzato. Profondamente innamorata di un qualcosa che si rivela poi esistere solamente all’interno della mia mente. Questo ha un provocato un tale shock all’interno della mia mente da chiamarlo scandalo. Non c’è stata una ispirazione su un’artista in particolare; però, pop, rap e elettronico sono i generi che più ascolto di solito.

Quali sono i tuoi progetti futuri? C’è già qualcosa che bolle in pentola?

C’è qualcosa che bolle in pentola e direi che è anche buono. Mi trovo a Singapore, dove in questo momento sto lavorando ai prossimi singoli. Restate connessi perché avrete un bel po’ da gustare!

Grazie per questa chiacchierata!

Grazie a te per quest’opportunità!

PER ASCOLTARE “ALL’AMORE”:

PER ASCOLTARE “SCANDAL”:

PROFILI SOCIAL DI GIORGIA GIACOMETTI:

MIEI PROFILI SOCIAL:

Nata per scroccare (Intervista a Giuspi)

Quante volte a scuola abbiamo scroccato la merenda ad un nostro compagno di classe, o abbiamo avuto compagni di classe scrocconi? Quanti fogli, penne, colori andati persi nello stesso momento in cui lo stesso scroccone di turno ti diceva: “Domani te lo restituisco, promesso!”?

Sono sicura del fatto che, leggendo queste prime righe, vi sia spuntato un sorriso da ebeti ricordando quei momenti che sembravano infiniti, eterni, e che invece sono volati via in un battibaleno.

Giuspi, cantautrice 19enne gelese (finalmente una mia compaesana😍), ha deciso di scriverci su una canzone, “Nata per scroccare” appunto. Eccola qui:

Per ascoltare la nostra chiacchierata, invece, clicca qui:

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Alzati dal letto e vivi! (Intervista a Francesco Savini)

“Anche se tu non ci credi, vabbè, ho detto solo ciò che penso. Siamo una giostra controvento che gira con la forza di un campari ed un prosecco”.

Questo è un pezzo di “La facoltà del tempo perso”, brano di Francesco Savini, uscito su tutte le piattaforme digitali il 27 novembre.

Ho scambiato due chiacchiere con Francesco. Abbiamo parlato della sua passione per la musica e di “Maratoneti”, uscita ad ottobre. Vi lascio alla video-intervista. Ringrazio Francesco per la sua disponibilità.

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Craving for love (Intervista a Tobia Lanaro)

“Nella vita io canto, canto, canto sempre, è la cosa che mi piace di più fare, che mi da più soddisfazioni, ciò che più mi rende felice.”.

Ognuno di noi nasce con un talento, ma chi è davvero disposto ad analizzarsi dentro, a fare un lavoro di introspezione e comprendere quale sia davvero ciò che fa vibrare le corde dell’anima, cosa smuove quella passione che fa accendere quel fuoco che arde dentro? Ma soprattutto, chi è disposto a far crescere, giorno dopo giorno, questa passione e provare a farla diventare un mestiere?

Voi potreste rispondere che solo un pazzo può fare un azzardo del genere: provare ad inseguire un sogno che potrebbe non avverarsi mai. Io semplicemente li chiamo ARTISTI, e mi piace parlare con loro perché hanno quel qualcosa in più che li distingue: il coraggio. “Il coraggio di andare”, come cantano Laura Pausini e Biagio Antonacci, ovvero il coraggio di scommettere su se stessi per provare a fare della propria vita un capolavoro, per vivere a pieno e non limitarsi a sopravvivere e restare nella propria zona di comfort, magari facendo quello che gli altri vogliono e non ciò che realmente si desidera. No, non si tratta di incoscienza, si parla “semplicemente” di avere consapevolezza di sé stessi e delle proprie capacità, e per capire questo bisogna essere disposti, come dicevo prima, a guardarsi dentro, a farsi ogni giorno domande del tipo “Chi sono io?” e “Chi voglio essere?”. Questo lavoro può essere molto doloroso, perché ci costringe a metterci a nudo, a vedere ciò che magari non vorremmo vedere, ovvero ciò che non ci piace di noi stessi. Ma io credo che non ci sia cosa più bella del conoscersi, del conoscersi davvero, non superficialmente, dell’imparare a reinventarsi, a non porre davanti a noi dei paletti che non fanno altro che ostacolare la nostra libera espressione.

Ho deciso di introdurre così la mia intervista a Tobia Lanaro perché sto capendo sempre di più che noi possiamo fare la differenza, che non tutto va sempre storto, che le cose si riaggiustano, che nella vita si sbaglia ma non per questo si è sbagliati, che non c’è niente di male nel voler inseguire un sogno, anzi, sono proprio i sogni il motore della vita. Un periodo difficile non può farci mollare la presa, perché i sogni possono essere davvero la nostra ancora di salvezza, la nostra luce che ci guida nei momenti più bui.

Detto ciò, vi lascio alla mia chiacchierata con quest’artista giovanissimo ma già così maturo e consapevole del suo immenso dono: il canto.

PER ASCOLTARE “CRAVING FOR LOVE” CLICCA QUI:

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“E fissi il vuoto sperando che diventi pieno” (intervista a Carati)

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Enzo, in arte Carati, un artista indie pop emergente di Modena.

Quando hai iniziato a fare musica e in che modo?

Da molto piccolo andai in fissa coi Backstreet Boys. Ho una sorella più grande che mi faceva ascoltare tutte le cose che ascoltava lei; prima il pop, poi è arrivato il rock e il metal, poi a 12 anni scopro da solo il punk e comincio a suonare la chitarra. Da lì in poi la musica ha preso maggior parte dello spazio nella mia testa, fino ad ora.

Ti sei sempre sentito a casa con le sonorità indie trap oppure avevi sperimentato altri generi musicali in precedenza?

Carati in realtà è la prima occasione che ho di sperimentare in questi generi: ho una band pop punk in cui canto dal 2014, abbiamo pubblicato tre dischi e girato l’Europa diverse volte, è un progetto ancora attivo che mi ha dato grandi soddisfazioni!

Parliamo del tuo ultimo singolo, “Pieno”. Bologna sembra essere la città riferimento in questo brano, la tua casa. In realtà, Bologna diventa la metafora di sentimenti quali la solitudine e l’ansia esistenziale della gente che vive o che visita la metropoli: “E fissi il vuoto sperando che diventi pieno, e dai, ancora come l’ultima volta, sai che sei sola dietro quella porta. E fissi il vuoto sperando che diventi pieno”.

Ho voluto raccontare una realtà che credo succeda a molte persone, che però viene meno esternata sui social. Trasferirsi da una piccola realtà di provincia a una grande città può dare una forte scarica di adrenalina in un primo momento, tanta nuova gente, feste, aperitivi, concerti, c’è sempre qualcosa da fare. Però credo che ci siano persone che possano, dopo questo primo momento di euforia, cominciare a sentire nostalgia di ciò che non vedevano l’ora di lasciarsi alle spalle, di una monotonia che prima odiavano, che però era confortante e ti faceva sentire a casa. Il tutto magari unito agli affetti lontani, gli amici di sempre, magari l’amore che non ha potuto raggiungerti. Ho citato Bologna ma avrei potuto citare Milano, Torino, qualunque città, non c’è un motivo preciso. Per di più Bologna è una delle mie città preferite.

Prima di “Pieno” hai unito cantautorato all’indie-trap-emo con “Tre Maggio”, il tuo singolo d’esordio. Dev’essere una data particolare per averla scelta come titolo del brano. 

Tre Maggio parla dell’estate come medicina, come un qualcosa che non vedi l’ora che arrivi e risolva i tuoi problemi. In questo senso, in genere l’inizio di maggio è il momento in cui cominci a sentire che sta arrivando l’estate, le prime sere dell’anno in cui esci senza felpa. In più quest’anno il Tre maggio era una domenica, quindi mi è sembrata la data perfetta per parlare di questa sensazione.

Quali sono i tuoi progetti futuri? C’è già qualcosa che bolle in pentola? Album, inediti?

Continuerò a pubblicare singoli in maniera abbastanza regolare e spero tanto di riuscire a fare qualche concerto l’estate prossima!

Grazie mille per questa chiacchierata!

Ma grazie a te. A presto!

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La parola d’ordine è fulmicotone (Intervista a Riccardo Diaferia)

“E la tua giovane età, quella che mi fa sognare (…) Ti volevo dire che sono stato uno stronzo con te, una storia che non nasce ed è stata colpa mia”. Questo è un pezzo di “Fulmicotone”, che in questo caso non è la parola d’ordine in “La leggenda di Al, John e Jack, ma l’ultimo brano di Riccardo Diaferia, in arte Riccardo Inge, uscito il 2 ottobre 2020. Qualche giorno fa ho avuto modo di chiacchierare proprio con l’autore del brano, che mi ha parlato un po’ di lui e di com’è nata la canzone. Se volete saperne di più, cliccate sul link qui sotto e ascoltate la mia intervista!

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La voce umana di Francesco (Intervista a Francesco Sacco)

Francesco Sacco

“Hai la faccia di Berlino Est quando sorge il sole, gente che passeggia e poi gente che muore”. È così che inizia “Berlino Est”, uno tra i brani dell’ultimo album di Francesco Sacco, “La voce umana”.

“L’album La voce umana è ispirato a un monologo di Jean Cocteau, anzi, è più corretto dire che è dedicato a un monologo di Jean Cocteau. (…) Io conoscevo già questo monologo, La voce umana, che (…) di fatto è un dialogo che si svolge fra questa donna di cui noi sentiamo la voce al telefono con un’altra persona, il suo amante, e stanno chiudendo la loro relazione”. Questo è un estratto della mia chiacchierata con Francesco. Se siete curiosi di conoscere meglio quest’artista ascoltate la nostra chiacchierata!

P.S.: Alla fine dell’articolo trovate il link Youtube per ascoltare “La voce umana” e, come in ogni articolo, i miei profili social e quelli di Francesco. Buon ascolto!

Ascolta “La voce umana”:

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