Craving for love (Intervista a Tobia Lanaro)

“Nella vita io canto, canto, canto sempre, è la cosa che mi piace di più fare, che mi da più soddisfazioni, ciò che più mi rende felice.”.

Ognuno di noi nasce con un talento, ma chi è davvero disposto ad analizzarsi dentro, a fare un lavoro di introspezione e comprendere quale sia davvero ciò che fa vibrare le corde dell’anima, cosa smuove quella passione che fa accendere quel fuoco che arde dentro? Ma soprattutto, chi è disposto a far crescere, giorno dopo giorno, questa passione e provare a farla diventare un mestiere?

Voi potreste rispondere che solo un pazzo può fare un azzardo del genere: provare ad inseguire un sogno che potrebbe non avverarsi mai. Io semplicemente li chiamo ARTISTI, e mi piace parlare con loro perché hanno quel qualcosa in più che li distingue: il coraggio. “Il coraggio di andare”, come cantano Laura Pausini e Biagio Antonacci, ovvero il coraggio di scommettere su se stessi per provare a fare della propria vita un capolavoro, per vivere a pieno e non limitarsi a sopravvivere e restare nella propria zona di comfort, magari facendo quello che gli altri vogliono e non ciò che realmente si desidera. No, non si tratta di incoscienza, si parla “semplicemente” di avere consapevolezza di sé stessi e delle proprie capacità, e per capire questo bisogna essere disposti, come dicevo prima, a guardarsi dentro, a farsi ogni giorno domande del tipo “Chi sono io?” e “Chi voglio essere?”. Questo lavoro può essere molto doloroso, perché ci costringe a metterci a nudo, a vedere ciò che magari non vorremmo vedere, ovvero ciò che non ci piace di noi stessi. Ma io credo che non ci sia cosa più bella del conoscersi, del conoscersi davvero, non superficialmente, dell’imparare a reinventarsi, a non porre davanti a noi dei paletti che non fanno altro che ostacolare la nostra libera espressione.

Ho deciso di introdurre così la mia intervista a Tobia Lanaro perché sto capendo sempre di più che noi possiamo fare la differenza, che non tutto va sempre storto, che le cose si riaggiustano, che nella vita si sbaglia ma non per questo si è sbagliati, che non c’è niente di male nel voler inseguire un sogno, anzi, sono proprio i sogni il motore della vita. Un periodo difficile non può farci mollare la presa, perché i sogni possono essere davvero la nostra ancora di salvezza, la nostra luce che ci guida nei momenti più bui.

Detto ciò, vi lascio alla mia chiacchierata con quest’artista giovanissimo ma già così maturo e consapevole del suo immenso dono: il canto.

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“E fissi il vuoto sperando che diventi pieno” (intervista a Carati)

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Enzo, in arte Carati, un artista indie pop emergente di Modena.

Quando hai iniziato a fare musica e in che modo?

Da molto piccolo andai in fissa coi Backstreet Boys. Ho una sorella più grande che mi faceva ascoltare tutte le cose che ascoltava lei; prima il pop, poi è arrivato il rock e il metal, poi a 12 anni scopro da solo il punk e comincio a suonare la chitarra. Da lì in poi la musica ha preso maggior parte dello spazio nella mia testa, fino ad ora.

Ti sei sempre sentito a casa con le sonorità indie trap oppure avevi sperimentato altri generi musicali in precedenza?

Carati in realtà è la prima occasione che ho di sperimentare in questi generi: ho una band pop punk in cui canto dal 2014, abbiamo pubblicato tre dischi e girato l’Europa diverse volte, è un progetto ancora attivo che mi ha dato grandi soddisfazioni!

Parliamo del tuo ultimo singolo, “Pieno”. Bologna sembra essere la città riferimento in questo brano, la tua casa. In realtà, Bologna diventa la metafora di sentimenti quali la solitudine e l’ansia esistenziale della gente che vive o che visita la metropoli: “E fissi il vuoto sperando che diventi pieno, e dai, ancora come l’ultima volta, sai che sei sola dietro quella porta. E fissi il vuoto sperando che diventi pieno”.

Ho voluto raccontare una realtà che credo succeda a molte persone, che però viene meno esternata sui social. Trasferirsi da una piccola realtà di provincia a una grande città può dare una forte scarica di adrenalina in un primo momento, tanta nuova gente, feste, aperitivi, concerti, c’è sempre qualcosa da fare. Però credo che ci siano persone che possano, dopo questo primo momento di euforia, cominciare a sentire nostalgia di ciò che non vedevano l’ora di lasciarsi alle spalle, di una monotonia che prima odiavano, che però era confortante e ti faceva sentire a casa. Il tutto magari unito agli affetti lontani, gli amici di sempre, magari l’amore che non ha potuto raggiungerti. Ho citato Bologna ma avrei potuto citare Milano, Torino, qualunque città, non c’è un motivo preciso. Per di più Bologna è una delle mie città preferite.

Prima di “Pieno” hai unito cantautorato all’indie-trap-emo con “Tre Maggio”, il tuo singolo d’esordio. Dev’essere una data particolare per averla scelta come titolo del brano. 

Tre Maggio parla dell’estate come medicina, come un qualcosa che non vedi l’ora che arrivi e risolva i tuoi problemi. In questo senso, in genere l’inizio di maggio è il momento in cui cominci a sentire che sta arrivando l’estate, le prime sere dell’anno in cui esci senza felpa. In più quest’anno il Tre maggio era una domenica, quindi mi è sembrata la data perfetta per parlare di questa sensazione.

Quali sono i tuoi progetti futuri? C’è già qualcosa che bolle in pentola? Album, inediti?

Continuerò a pubblicare singoli in maniera abbastanza regolare e spero tanto di riuscire a fare qualche concerto l’estate prossima!

Grazie mille per questa chiacchierata!

Ma grazie a te. A presto!

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La parola d’ordine è fulmicotone (Intervista a Riccardo Diaferia)

“E la tua giovane età, quella che mi fa sognare (…) Ti volevo dire che sono stato uno stronzo con te, una storia che non nasce ed è stata colpa mia”. Questo è un pezzo di “Fulmicotone”, che in questo caso non è la parola d’ordine in “La leggenda di Al, John e Jack, ma l’ultimo brano di Riccardo Diaferia, in arte Riccardo Inge, uscito il 2 ottobre 2020. Qualche giorno fa ho avuto modo di chiacchierare proprio con l’autore del brano, che mi ha parlato un po’ di lui e di com’è nata la canzone. Se volete saperne di più, cliccate sul link qui sotto e ascoltate la mia intervista!

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La voce umana di Francesco (Intervista a Francesco Sacco)

Francesco Sacco

“Hai la faccia di Berlino Est quando sorge il sole, gente che passeggia e poi gente che muore”. È così che inizia “Berlino Est”, uno tra i brani dell’ultimo album di Francesco Sacco, “La voce umana”.

“L’album La voce umana è ispirato a un monologo di Jean Cocteau, anzi, è più corretto dire che è dedicato a un monologo di Jean Cocteau. (…) Io conoscevo già questo monologo, La voce umana, che (…) di fatto è un dialogo che si svolge fra questa donna di cui noi sentiamo la voce al telefono con un’altra persona, il suo amante, e stanno chiudendo la loro relazione”. Questo è un estratto della mia chiacchierata con Francesco. Se siete curiosi di conoscere meglio quest’artista ascoltate la nostra chiacchierata!

P.S.: Alla fine dell’articolo trovate il link Youtube per ascoltare “La voce umana” e, come in ogni articolo, i miei profili social e quelli di Francesco. Buon ascolto!

Ascolta “La voce umana”:

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Da Belle a Miley Cyrus è un attimo (Intervista a Valentina Palazzolo)

Ciao! Presentati!

Ciao, sono Valentina Palazzolo, ho 24 anni e abito in un paesino di mare in provincia di Palermo.

Quando hai scoperto la tua passione per la musica e, in particolare, per il canto?

La musica, in particolare il canto è sempre stata una parte di me. Non riesco a ricordare il giorno in cui ho scoperto questa passione, perché in realtà è sempre stata in me! Ci sono nata. Inizialmente la tenevo tutta per me, nella mia stanza. tra un gioco ed un altro finivo sempre ad immaginarmi in un palco come una vera popstar😅 Poi un giorno decisi di partecipare, per gioco, ad un Karaoke in un villaggio turistico. In quel momento i miei genitori rimasero a bocca aperta per i complimenti ricevuti da tutti gli ospiti del villaggio, perché nemmeno loro sapevano di questa mia passione.

In che genere ti rivedi maggiormente?

Principalmente il mio genere è il Pop, ma amo le canzoni dei classici Disney (vi ho realizzato anche dei video TikTok) e negli ultimi anni mi sono avvicinata al canto lirico.

Ho ascoltato la tua versione a cappella di “When the party’s over” di Billie Eilish, e mi piacciono davvero tanto le armonie che hai creato. Non è facile riuscire a sincronizzare le varie voci creando un’armonia così “compatta”. A tal proposito, hai mai studiato canto/teoria musicale o hai fatto tutto da sola?

Sì, ho studiato per 8 anni e per questo ringrazio i miei genitori, perché non è facile trovare genitori che investono sulle tue passioni. Ancora oggi continuo a studiare e imparare nuove cose.

Nel tuo profilo TikTok possiamo trovare diverse tue cover di brani come “Per favore” di Nyv (https://vm.tiktok.com/ZSQtJR65/) o “When I look at you” di Miley Cyrus” (https://vm.tiktok.com/ZSQGEJQU/). Hai vestito anche i panni delle principesse Disney, come Belle di “La Bella e la Bestia” (https://vm.tiktok.com/ZSQcmbKU/). C’è stato qualcosa che ti ha convinto ad aprire un profilo TikTok e “sfruttarlo” per diffondere la tua passione e la tua bravura per il canto?

Tik tok per me è stato un salvavita. Tutto l’amore dei miei followers mi ha spinto, e mi spinge ogni giorno a continuare su questa strada, nonostante le porte in faccia, le critiche, le delusioni. Sinceramente non mi sarei mai aspettata di raggiungere così tanta gente e ne sono felicissima. È nato tutto per gioco e invece oggi siamo 18.2K

Hai in mente di realizzare qualche tuo brano o pensi (almeno per ora) di continuare a pubblicare solo cover sui tuoi profili social?

Adoro fare Cover, soprattutto se questo soddisfa le vostre richieste. ma ovviamente, come per ogni cantante, nei miei progetti ci sono dei miei brani inediti!! Quindi vi consiglio di rimanere sempre attivi nelle mie pagine per scoprirne di più!

Grazie mille per la tua disponibilità. A presto!

Ma grazie a te per la chiacchierata!

Vacca boia, ci sono Cecco e Cipo! (Intervista a Cecco e Cipo)

Ciao! Presentatevi!

Ciao, siamo Cecco e Cipo veniamo da Vinci e siamo i più grandi cantautori italiani del momento.

Quando avete iniziato a fare musica e in che modo?

Più o meno all’età di 16 anni, totalmente a caso. di certo non credevamo di diventare così bravi. Modestia a parte, volevamo solo rifare un po’ di cover di Rino Gaetano.

In quale anima vi identificate maggiormente?

In quella di un cane.

Bene! Io amo i cani! Chiudendo questa piccola parentesi sui cani, nel 2010 avete inciso il vostro primo EP, Dall’origine, dalla copertina che vede disegnato un uovo su sfondo bianco. Qual era il messaggio principale che volevate trasmettere?

In sintesi, “ab ovo”. Rappresenta l’inizio, il principio, l’origine della nostra storia.

Nel maggio del 2011, durante l’esibizione alla XV edizione del concorso Suoni nella Notte, Matteo Guasti dell’etichetta Labella vi propone la realizzazione di un vero e proprio album, dal titolo Roba da maiali. Di cosa parla?

È l’album più genuino e più fresco mai realizzato da noi come, tra l’altro, tutti i primi album di un qualunque artista. Si parla di quello che ci circonda, d’infanzia, d’amicizie, di favole, di storie, ma anche d’amore. Una maschera di maiale ci ha rappresentato per molti anni, da lì, che nasce, ironicamente “roba da maiali”.

Lo gnomo e lo gnu è stato il vostro album successivo, in cui spiccano collaborazioni con diversi musicisti, tra cui Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale. Quali sono le similitudini e le differenze con il vostro primo album?

Non saprei, un pochino più maturo? Forse. Abbiamo passato più tempo in studio per realizzarlo rispetto al primo. Ci sono degli ospiti, amici, fidanzate, mamme. La filosofia di quel disco era che chiunque passasse dallo studio doveva metterci del suo, e così è stato.

Nel 2014 avete partecipato alle audizioni di X Factor presentando il vostro brano Vacca Boia (contenuto nel primo album Roba da maiali), che parla di un uomo che si innamora della sua mucca. Da cosa avete preso ispirazione?

Da una storia raccontata dal babbo di Cecco, a Cecco. Suo babbo aveva questa gallina addomesticata quando era un ragazzino, e dopo un periodo se la ritrovò in pentola perché sua mamma gliela cucinò nel brodo. Da lì, nasce vacca boia.

Nel 2016 avete vinto Strafactor, esibendovi dunque alla finale di X Factor 10 con il vostro singolo Non voglio dire. Poi il PLOF! Tour, che vi ha visti toccare ben 40 tappe in tutta Italia. Infine, nel 2019 l’album Straordinario. Qual è stata la vostra evoluzione musicale fino ad oggi?

Ma io credo che la gavetta sia la cosa più importante della vita. Persino per l’audizione di x factor ci sono voluti anni di gavetta, niente era a caso. Il segreto per restare sul pezzo è mantenersi vivi, almeno per noi, e suonare. Piu suoni piu ti formi, noi abbiamo sempre suonato molto, ed oggi siamo una band ben amalgamata… ma non basta, si può fare molto di più.

Come avete gestito l’emergenza COVID e come pensate di continuare a reagire? Avete dei sogni nel cassetto che vorreste realizzare prossimamente?

Abbiamo passato il periodo di quarantena a scrivere il nuovo album, quindi nel male, ci è andata anche un pochino bene. Abbiamo lavorato molto e ancora oggi lo stiamo facendo. Stiamo passando molto tempo in studio. Speriamo solo di ripartire a suonare, che altrimenti non ci riprendiamo più. È tutto quello che chiediamo, farci fare il nostro lavoro, per stare bene.

Vorrei sottolineare quest’ultima parte: “farci fare il nostro lavoro, per stare bene”, e fare musica per stare bene (non solo economicamente) non è da tutti. Grazie per questa chiacchierata breve ma intensa! A presto!

Ma grazie a te. A presto!

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Orizzonti verticali (Intervista alla band Atacama)

Chi dice che il bianco sia l’opposto del nero, la sinistra opposta alla destra, che gli orizzonti siano “orizzontali” e non possano essere posti in “verticale”? Come sosteneva il filosofo Cartesio, “Cogito ergo sum”, ovvero “Penso dunque sono”, ed essendo un essere pensante dubito di tutto tranne che di esistere. Oggi non vi mostrerò la mia chiacchierata con un filosofo (tranquilli😂), ma con una band, gli Atacama. Buona lettura!

Ciao! Presentatevi!

Siamo gli Atacama (il nome si riferisce a uno dei deserti più grandi del mondo, che si trova in Cile…).

Quando e come vi siete incontrati?

I fondatori del gruppo, Giulio Breschi e Federico Bartoli che tuttora rappresentano la sezione ritmica della band, si sono incontrati nel 2014 grazie a un amico comune, Jacopo, fratello dell’attuale moglie di Giulio, Giovanna. In realtà il primo scambio tra i due avviene in maniera burrascosa, proviamo a spiegarlo in poche parole. Giulio vive insieme a Jacopo e Giovanna a Firenze, Jacopo invita Federico, suo amico dai tempi del liceo, a dormire da lui. I due trascorrono una notte brava e al rientro Federico si dimentica il proprio cellulare giusto al piano di sotto, giusto poco fuori dalla camera di Giulio. Il cellulare inizia a suonare (una sveglia dimenticata o male impostata) alle 6 del mattino, Giulio è costretto ad alzarsi imprecando per spegnerlo e gridando “di chi è questo c***o di cellulare??!!”. Era di Federico.

Il vostro genere spazia dal rock al funky con sfumature miste di genere. Ce n’è uno, tuttavia, nel quale vi sentite più a casa?

Il nostro genere si può identificare con un Funk Rock in cui sono presenti anche elementi Prog e Fusion. Abbiamo cercato un amalgama originale tra queste influenze, non ci sembra che ce ne sia uno prevalente. La cosa da segnalare è che fino ad ora la nostra musica è sempre stata prevalentemente strumentale (il nostro album, in uscita in autunno, si chiama “Siamo Senza Parole”, e questo la dice lunga) mentre nel futuro potrebbe esserci spazio anche per una voce, con testi sicuramente in italiano.

Ci sono stati momenti di crescita musicale e della band nel senso di insieme di persone e non solo di musicisti che si divertono a suonare insieme?

Il rapporto tra Giulio e Federico è stato sicuramente motivo di crescita, trattandosi di due caratteri molto diversi, e non sono mancati scontri anche molto accesi. Non è mai mancata però neanche la fiducia e la riconoscenza reciproca. Il nostro sassofonista e percussionista Tommaso Mannelli è entrato da poco nel gruppo, ma siamo già molto in sintonia e spesso vengono fuori tematiche interessanti. Inoltre abbiamo imparato molto anche dai membri che poi si sono allontanati dal progetto, anche se i rapporti si interrompono non vuol dire che non abbiamo lasciato un segno, bello o brutto che sia.

L’album Orizzonti verticali è stato inizialmente registrato nel 2018. Si arricchisce molto fino ad arrivare all’estate 2020, periodo in cui esce l’album. Il disco è dunque un concentrato di tutte le sperimentazioni che gli Atacama hanno fatto fino ad oggi, giusto?

Orizzonti Verticali è stato il nostro primo videoclip, uscito nell’estate 2018. Quella fu un’ estate importante per noi, il momento del nostro vero e proprio “inizio”, in cui abbiamo suonato in molti locali in Toscana e dopo la quale abbiamo deciso di concentrarci sull’album. Registrammo il basso e la batteria di tutti i brani, dopodiché il nostro chitarrista smise di suonare con noi. Rimanemmo con queste basi ritmiche già pronte e decidemmo di fare suonare ogni brano a un chitarrista diverso, tutte persone che in qualche modo avevano avuto a che fare con noi, e sono venuti fuori spunti interessanti: talvolta i brani hanno preso direzioni inaspettate o acquisito atmosfere che non ci aspettavamo. È un altro dei motivi per cui l’album si chiama “Siamo Senza Parole”.

Il 2019 è un anno di svolta per le collaborazioni con diversi professionisti nel campo musicale e non solo: Daniele Biagini per la realizzazione di due colonne sonore per lo spettacolo “Spiriti Allegri” della Compagnia Teatrale Il Rubino; l’attrice Dora Donarelli, che accompagna le letture e le poesie dei classici nella cornice della Fondazione Jorio Vivarelli con i vostri brani, e Davide Calandra che crea il videoclip del vostro pezzo Tasti dolenti (solo per citarne alcuni). Avete degli artisti di nicchia con cui vi piacerebbe collaborare perché li sentite vicini al vostro mondo?

Le collaborazioni sono molto importanti per noi e ci hanno dato modo di conoscere anche persone come Tommaso, che attualmente suona con noi. Per quanto riguarda gli artisti italiani con cui ci piacerebbe collaborare, sicuramente Tosca, Riccardo Zappa, Tony Esposito ed Arisa.

Quali sono i vostri sogni nel cassetto, le vostre speranze per il futuro?

La speranza è di completare la nostra formazione (tutt’oggi in evoluzione): abbiamo bisogno di un/una cantante e di un chitarrista, siamo alla ricerca e abbiamo già diverso materiale nuovo su cui lavorare. Nel frattempo uscirà il nostro album, edito da Level 49. Beh, messa così la situazione non è male! ATACOME ON!

Grazie mille per il vostro tempo!

Grazie a te per questa possibilità. A presto!

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Essere un macigno… ad ogni passo per inseguire i propri sogni (Intervista a Federico di Napoli)

“Nel buio di questa stanza ci sono soltanto io, ed ogni passo di ieri rimbomba, non passa più neanche Dio. Questa sera non mi basto, sono solo anche se sto con i miei, avrei bisogno di un posto dove il sole scaldi tutti i miei vorrei”. Questi sono i primi versi del brano Macigno di Federico di Napoli, artista partenopeo. Un brano che mi ha trasmesso un messaggio forte, quello di andare avanti nonostante le difficoltà della vita. Un concetto che molti di noi conoscono, ma che in pochi mettono davvero in pratica, perché è facile parlare quando sono gli altri ad affrontare un brutto periodo, mentre quando dobbiamo essere noi a stringere i denti ci piangiamo addosso dimenticando tutti i bei consigli dati. Dovremmo imparare ad essere “macigni” a volte, a non farci scalfire così facilmente dalle persone e dalle esperienze negative. Se volete saperne di più su quest’artista, ascoltate la mia chiacchierata con lui!

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Non me ne frega se non ci vedo bene (Intervista a Benedetta Raina)

Sentirsi perennemente un passo indietro rispetto agli altri, un po’ “meno evoluti”, ma in realtà essere con la mente avanti, avere una maggiore maturità e, nonostante ciò, essere sempre insicuri di sé stessi e delle proprie capacità. Quante volte ci siamo sentiti o ci sentiamo ancora così? Sbagliati, inadeguati in questa società che spesso ci vuole tutti uguali: tutti con lo stesso viso, gli stessi vestiti, lo stesso fisico, la stessa mente, la stessa anima. C’è, però, chi non si sente uguale agli altri e non riesce ad omologarsi ad essi, ma allo stesso tempo non si accetta perché pensa che la sua diversità sia qualcosa di strano da occultare, da cambiare. Poi, ad un certo punto si aprono gli occhi e ci si rende conto del fatto che, nonostante tutto, bisogna accettarsi per quelli che si è, con la consapevolezza che si può migliorare ma col tempo, senza avere troppa fretta di arrivare subito all’obiettivo, e che alla fine non si è così male. Ed è proprio in quel momento che capisci che non importa più quello che la gente possa pensare di te, non hai più paura di dire che non stai bene, hai paura di dire che bene tu non stai mai, e che non te ne frega se non ci vedi bene.

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L’insostenibile leggerezza dell’indie (Intervista a La Scapigliatura)

Niccolò e Jacopo Bodini de La Scapigliatura

Cos’è leggero, superficiale? Cos’è invece pesante, profondo? Possiamo davvero trovare una definizione in modo netto ed oggettivo del concreto e dell’astratto? Possiamo davvero classificare in tal modo le idee e posizionarle su un piatto o l’altro della bilancia, come fossero ingredienti di chissà quale ricetta perfetta? Io credo che anche il “banale” possa avere un lato profondo, e che un concetto pesante possa essere veicolato in modi considerati “leggeri”, “easy”. Se vi va di ragionarci un po’ su, fatelo ascoltando la mia chiacchierata con La Scapigliatura, band cremonese formata dai fratelli Niccolò e Jacopo Bodini.