Non me ne frega se non ci vedo bene (Intervista a Benedetta Raina)

Sentirsi perennemente un passo indietro rispetto agli altri, un po’ “meno evoluti”, ma in realtà essere con la mente avanti, avere una maggiore maturità e, nonostante ciò, essere sempre insicuri di sé stessi e delle proprie capacità. Quante volte ci siamo sentiti o ci sentiamo ancora così? Sbagliati, inadeguati in questa società che spesso ci vuole tutti uguali: tutti con lo stesso viso, gli stessi vestiti, lo stesso fisico, la stessa mente, la stessa anima. C’è, però, chi non si sente uguale agli altri e non riesce ad omologarsi ad essi, ma allo stesso tempo non si accetta perché pensa che la sua diversità sia qualcosa di strano da occultare, da cambiare. Poi, ad un certo punto si aprono gli occhi e ci si rende conto del fatto che, nonostante tutto, bisogna accettarsi per quelli che si è, con la consapevolezza che si può migliorare ma col tempo, senza avere troppa fretta di arrivare subito all’obiettivo, e che alla fine non si è così male. Ed è proprio in quel momento che capisci che non importa più quello che la gente possa pensare di te, non hai più paura di dire che non stai bene, hai paura di dire che bene tu non stai mai, e che non te ne frega se non ci vedi bene.

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L’insostenibile leggerezza dell’indie (Intervista a La Scapigliatura)

Niccolò e Jacopo Bodini de La Scapigliatura

Cos’è leggero, superficiale? Cos’è invece pesante, profondo? Possiamo davvero trovare una definizione in modo netto ed oggettivo del concreto e dell’astratto? Possiamo davvero classificare in tal modo le idee e posizionarle su un piatto o l’altro della bilancia, come fossero ingredienti di chissà quale ricetta perfetta? Io credo che anche il “banale” possa avere un lato profondo, e che un concetto pesante possa essere veicolato in modi considerati “leggeri”, “easy”. Se vi va di ragionarci un po’ su, fatelo ascoltando la mia chiacchierata con La Scapigliatura, band cremonese formata dai fratelli Niccolò e Jacopo Bodini.

Guardare il bicchiere mezzo pieno e non porre limiti alla nostra personalità (Intervista a Francesco Faggi)

Buonasera.

Come va? Spero bene.

Come tutti i lunedì, anche oggi pubblico una nuova intervista, o per meglio dire, chiacchierata. Non mi piace sembrare quella che non sono, ovvero una professionista che intervista altri professionisti in ambito musicale. Sono una ragazza che fa questo per passione, perché le piace condividere il suo amore per la musica con gli altri. Non mi piace fare domande sterili ad un interlocutore che risponde con frasi fatte, trite e ritrite. Mi piace creare (o almeno ci provo) un’atmosfera piacevole, molto “scialla”, senza troppi formalismi.

Non faccio niente di speciale, cerco semplicemente di fare ciò che la musica ha fatto e continua a fare per me: “dialogare”, seppur metaforicamente, con una persona che non conosci e di comprenderla a suon di note e di armonie. È vero, io mi servo delle parole, non di melodie, ma sono sempre parole intrise di musica, che mi permettono di conoscere artisti, persone con cui condivido la stessa passione che hanno avuto la fortuna ed il coraggio di trasformare in lavoro. Sì, perché ci vuole coraggio a mollare tutto ed inseguire i propri sogni, anche quando non è quello che gli altri si aspettano da te, anche quando tutto sembra remarti contro. Ci vuole coraggio a vedere il bicchiere mezzo pieno in periodi bui, incerti, che sembrano sfaldare ogni tua ambizione, ogni tua speranza, e ridurla in polvere. Per questo io amo parlare con loro, perché loro hanno il coraggio di essere diversi dagli altri e di esserne fieri, non hanno paura di andare controcorrente, perché sanno che vale la pena combattere per fare del loro sogno una realtà.

Francesco Faggi

Vi lascio alla mia chiacchierata con uno dei tanti ragazzi che ha deciso di rischiare tutto per la musica. Sì, uno dei tanti, né il primo né l’ultimo, che probabilmente non farà nulla nella vita perché la musica è un mondo troppo complicato. In quanti la pensano così? Tanti, troppi. È ovvio che ognuno di noi abbia un proprio pensiero, determinato da esperienze personali da non sentenziare. Adesso vi faccio una domanda: a cosa porta questo tipo di ragionamento? Ad un qualcosa di buono, di fruttuoso? Cercate di darvi una risposta, dopodiché ascoltate la mia chiacchierata con Francesco Faggi (un po’ lunghetta, però credo valga la pena ascoltarla tutta).

Lavorare per i bambini con la musica

I bambini. L’innocenza fatta persona.

Beh, non sempre. Siamo abituati a vederli con delle bambole, un pallone o delle macchinine in mano. Li vediamo sorridenti, con gli occhi sprizzanti di gioia, magari in braccio ai propri genitori o mano per la mano con i loro fratelli e sorelle. Ci sono però dei bambini che non hanno questa fortuna, che non hanno giocattoli in mano, ma fucili. Esseri UMANI a cui è stato rubato tutto: la famiglia, gli amici, una vita serena. Questo perché sono nati nel posto sbagliato al momento sbagliato, potremmo chiamarli i “dannati della guerra“, e dunque destinati ad avere gli occhi lucidi non per aver ricevuto un bel regalo, ma per lo scempio a cui devono assistere ogni giorno.

Ci sono, però, quelle persone che decidono di dedicare il proprio tempo a tutti coloro che non hanno avuto la fortuna di nascere in un Paese in cui la parola d’ordine non sia GUERRA o VIOLENZA. Persone che aiutano altre persone. Perché in fondo dovrebbe essere così: siamo tutti UMANI e abbiamo tutti bisogno degli altri. È un concetto così semplice, ma allo stesso tempo così complicato da far capire a questa società che pensa di risolvere tutto con la forza, che si definisce debole o stupida nel momento in cui depone le armi e abbraccia l’altro.

Non tutti sono così, per fortuna. Molte sono le persone disposte a rischiare la propria vita per condividerla con i meno fortunati.

La scorsa settimana ho avuto la possibilità di chiacchierare, seppur attraverso lo schermo, con un musicista. Si chiama Pietro Morello. Vi potrete chiedere che cosa c’entri tutto questo con un pianista. C’entra più di quanto immaginiate, perché questo ragazzo è un missionario. Si arma semplicemente del suo talento per far spuntare sul viso dei più piccoli un sorriso, per ridare un po’ di luce a quegli occhi così giovani ma già così spenti.

Ci tenevo a fare quest’introduzione alla video-intervista (che verte più sulla musica che su questo tema), non per celebrare le buone azioni di questo ragazzo o per scrivere delle belle parole. Le parole sono solo inchiostro che macchia un pezzo di carta, ma è proprio grazie a quella carta e a quell’inchiostro che le parole non vengono buttate al vento, ma vengono impresse nel tempo, proprio come una foto. Definitelo pure un altro, l’ennesimo articolo che vuole impietosire il lettore. A me non importa. Se io ho scritto queste parole è solo per ricordare ancora una volta, a me stessa e a voi, che ogni giorno abbiamo a che fare con PERSONE, con ESSERI UMANI, che hanno una dignità e che meritano rispetto, a prescindere dalla personalità, dal ceto sociale, dalle origini o da altre cavolate.

Detto ciò, vi lascio alla nostra chiacchierata. Ringrazio ancora una volta Pietro per la sua disponibilità.

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