Lavorare per i bambini con la musica

I bambini. L’innocenza fatta persona.

Beh, non sempre. Siamo abituati a vederli con delle bambole, un pallone o delle macchinine in mano. Li vediamo sorridenti, con gli occhi sprizzanti di gioia, magari in braccio ai propri genitori o mano per la mano con i loro fratelli e sorelle. Ci sono però dei bambini che non hanno questa fortuna, che non hanno giocattoli in mano, ma fucili. Esseri UMANI a cui è stato rubato tutto: la famiglia, gli amici, una vita serena. Questo perché sono nati nel posto sbagliato al momento sbagliato, potremmo chiamarli i “dannati della guerra“, e dunque destinati ad avere gli occhi lucidi non per aver ricevuto un bel regalo, ma per lo scempio a cui devono assistere ogni giorno.

Ci sono, però, quelle persone che decidono di dedicare il proprio tempo a tutti coloro che non hanno avuto la fortuna di nascere in un Paese in cui la parola d’ordine non sia GUERRA o VIOLENZA. Persone che aiutano altre persone. Perché in fondo dovrebbe essere così: siamo tutti UMANI e abbiamo tutti bisogno degli altri. È un concetto così semplice, ma allo stesso tempo così complicato da far capire a questa società che pensa di risolvere tutto con la forza, che si definisce debole o stupida nel momento in cui depone le armi e abbraccia l’altro.

Non tutti sono così, per fortuna. Molte sono le persone disposte a rischiare la propria vita per condividerla con i meno fortunati.

La scorsa settimana ho avuto la possibilità di chiacchierare, seppur attraverso lo schermo, con un musicista. Si chiama Pietro Morello. Vi potrete chiedere che cosa c’entri tutto questo con un pianista. C’entra più di quanto immaginiate, perché questo ragazzo è un missionario. Si arma semplicemente del suo talento per far spuntare sul viso dei più piccoli un sorriso, per ridare un po’ di luce a quegli occhi così giovani ma già così spenti.

Ci tenevo a fare quest’introduzione alla video-intervista (che verte più sulla musica che su questo tema), non per celebrare le buone azioni di questo ragazzo o per scrivere delle belle parole. Le parole sono solo inchiostro che macchia un pezzo di carta, ma è proprio grazie a quella carta e a quell’inchiostro che le parole non vengono buttate al vento, ma vengono impresse nel tempo, proprio come una foto. Definitelo pure un altro, l’ennesimo articolo che vuole impietosire il lettore. A me non importa. Se io ho scritto queste parole è solo per ricordare ancora una volta, a me stessa e a voi, che ogni giorno abbiamo a che fare con PERSONE, con ESSERI UMANI, che hanno una dignità e che meritano rispetto, a prescindere dalla personalità, dal ceto sociale, dalle origini o da altre cavolate.

Detto ciò, vi lascio alla nostra chiacchierata. Ringrazio ancora una volta Pietro per la sua disponibilità.

PROFILI SOCIAL PIETRO MORELLO:

MIEI PROFILI SOCIAL:

1990: mix letale di disco music e trap

Copertina album 1990

Il 24 Luglio è uscito 1990, il nuovo album di Achille Lauro.

Un’altra opera d’arte che si aggiunge alla lista degli album futuristici di quest’artista poliedrico.

Dalla samba-trap di Amore Mi’ al rock’n’roll del brano anticonformista sanremese (sarà forse un ossimoro?) Rolls Royce, fino al punk spudorato di Me ne frego: “la Reginetta del Punk, il Re del Rock, la Stella del Pop” Lauro de Marinis, in arte Achille Lauro, osa ancora (tanto per restare coerente con la sua personalità) con un disco dalle sonorità della disco music anni ’90 miste all’autotune tipico della trap contemporanea.

Lauro aveva già messo le mani in pasta nel mood anni ’90 revisionando il brano Be my lover di La Bouche, dandogli un tocco malinconico e intitolando il pezzo 1990, proprio come il nuovo album. Un progetto dunque lavorato nei minimi dettagli, riflesso dell’anima di un artista che non lascia nulla al caso e che vuole creare una linea di contiguità tra i vari album pur nuotando in generi musicali (apparentemente) diversi tra loro.

Un altro schiaffo, l’ennesimo all’industria musicale, etichettata come ricercatrice di hit pop mainstream che hanno un ottimo share tra il pubblico e sui social (perché ormai la musica non si compra, si ascolta).

Scatmen ft. Ghali e Gemitaiz

La “De Marinis SRL” promuove un album disco-punk (se si può etichettare in tal modo l’opera di un artista che non può e non vuole essere rinchiuso nella stretta gabbia di un mero genere musicale) composto da sette tracce: Be my lover (rivisitazione a sua volta del brano precedente 1990), Scat Men (da Scatman’s world), Sweet dreams, Me and you, The summer’s imagine (da The summer is magic), Blu (da Blue Da Ba dee) e I wanna be an illusion (da Illusion). Diversi gli amici che Lauro ha voluto come parte integrante dell’album: dai veterani Alexia, Eiffel 65 e Benny Benassi agli artisti del panorama contemporaneo Ghali, Capo Plaza, Gemitaiz, Massimo Pericolo e Annalisa.

Dopo un album così meticolosamente curato, un’opera d’arte che ha toccato l’intoccabile, che ha regalato una nuova faccia a sette brani cult della dance music degli anni ’90, non si sa cosa aspettarsi ancora dal suo genitore che, durante una recente intervista a Rtl 102.5, ha dichiarato: “Ho praticamente i prossimi cinque anni scritti già”. Non ha dunque giocato tutte le sue carte quest’artista il cui tallone d’Achille è la sperimentazione. Insieme al suo amico e collaboratore Edoardo Manozzi, in arte Boss Doms, durante un’intervista condotta da Davide Maggio Lauro ha spiegato: “La nostra carriera è basata sull’innovazione, non tanto per stupire lo spettatore, ma perché non ci piace la monotonia”.

Ci si aspetta ancora tanta musica e tanta follia da quest’artista, tra l’altro chief creative director dell’imponente etichetta musicale Elektra Records, che non ha voluto fare assoluta chiarezza sui prossimi progetti. Si pensa ad una collaborazione con la grande stella della musica italiana Mina: “Mina vuole una canzone da Vasco Rossi e… Achille Lauro”. Sono queste le parole de “Il giornale”, screenshottate da Achille Lauro, che risponde con un post su Instagram: “Ho venduto l’anima ad un diavolo ed il mio cuore con dentro chi amavo solo per questo. Al suo servizio regina”.

Intanto, però, tuffiamoci negli anni ’90 con 1990:

PROFILI SOCIAL ACHILLE LAURO

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(Articolo pubblicato per Radio Power Italia)

Smuoviamo la città: dal lockdown alla normalità

Copertina dell’album Smuoviamo la città

Il 29 Giugno è uscito su tutte le piattaforme digitali “Smuoviamo la città”, il nuovo album dei Blonde Brothers. L’anno scorso avevo già avuto modo di parlare con i due fratelli Francesco e Luca Baù della loro passione per la musica e delle loro esperienze in tale ambito (link intervista: https://passionfor.music.blog/2019/07/22/diluiamo-lestate-con-i-blonde-brothers-intervista/).

Quest’anno, però, il duo di Sasso è tornato con un album fresco, grintoso, dal sound electro-country, di conseguenza non potevo non approfittare di quest’occasione per parlare di e con loro!

“Smuoviamo la città è uno slogan che invita a vivere intensamente ogni attimo, solitamente come fanno i bambini”. Inizia così la mia intervista a questi due ragazzi talentuosi che hanno tanta voglia di far sentire la propria voce in un periodo in cui tutto il mondo si è fermato, bloccato da una pandemia che sembra non volersi arrestare.

Non aggiungo nient’altro … vi lascio all’intervista in pillole. Che cos’è? Semplicemente una nuova modalità che ho voluto sperimentare per questo blog: semplice, concisa e allo stesso tempo chiara. Così vi risparmio le mie chiacchierate logorroiche … 😂

Tuttavia, per vostra sfortuna, non credo vi libererete di me così facilmente. Torneranno le chiacchierate con tanti artisti emergenti, quindi … stay tuned!

Intanto, godetevi la mia intervista ai Blonde Brothers! Buona visione!

Album Smuoviamo la città

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Nobili certezze (Intervista a Dario Cavaliere)

“Sono in viaggio su un treno in ritardo, la stazione che cerco dov’è? Sembra ormai che nessuno conosca una meta precisa per sé”.

Credo che chiunque di noi si sia domandato (o si stia domandando adesso) cosa fare della propria vita, che strada prendere per diventare persone migliori e combattere i propri mostri.

Dario Cavaliere, cantautore pop casertano, ci ha pensato a lungo, e proprio da queste riflessioni è nata “Nobili certezze” (link YouTube alla fine dell’articolo). Curiosi di sapere meglio di cosa parla? Se sì, leggete la mia chiacchierata con lui!

Inoltre, se vi interessa conoscere in modo più approfondito il suo percorso musicale, scorrete il cursore in basso e ascoltate la mia video-intervista!

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Dario Cavaliere, ho 29 anni, e sono un cantautore pop.

Quando hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato a 16 anni,  precisamente nel 2007.

La tua famiglia e i tuoi amici ti hanno supportato o sono stati contrari?

Mi hanno sempre supportato tutti, sia famiglia che amici, e di questo sono davvero grato, perché è una fortuna che non tutti hanno. Purtroppo molto spesso se non si è artisti non si capisce il valore della musica. Si tende a considerarla più una passione che una vera e propria opportunità lavorativa.

Quali i tuoi pregi e difetti in musica?

I miei pregi sono sicuramente l’impegno e la costanza nella ricerca del miglioramento. Riguardi ai difetti, ho delle lacune nel suonare il pianoforte, che sto provvedendo a risolvere studiando teoria.

Cosa pensi ti contraddistingua?

Penso di avere una mia identità artistica che dopo anni di esperienza e ricerca è venuta fuori.

Quali sono state le esperienze che più di tutti ti hanno segnato?

Ho avuto una band per 6 anni, I Dreamway Tales, con la quale ho inciso due album, varie aperture nei palazzetti di artisti famosi di quel periodo, come i Lost, i Sonhora e i Finley, ed anche alcuni passaggi in radio. Ho vinto un concorso alla casa della musica chiamato Giovani Talenti che mi ha portato anche al secondo posto al festival di Avezzano e in semifinale a Castrocaro nel 2015.

Nel 2016 è uscito il tuo singolo Nobili certezze (link alla fine dell’articolo). Di cosa parla?

Nobili certezze parla di un conflitto interiore che tutti possiamo avere nella vita. Le nobili certezze sono quello che resta di una personalità, quello che ci serve per affrontare il nostro lato oscuro (secondo me tutti abbiamo una parte buona e una cattiva; questo si può evincere dal video, in cui ci sono due me, uno vestito in bianco e uno in nero, che alla fine si uniscono). Sono dunque la base solida dell’animo, più o meno nascosta, che ci permette di diventare persone migliori. Per farle emergere, dunque, dobbiamo combattere e lavorare ogni giorno su noi stessi.

Bellissimo! Una curiosità: Pro o contro i talent?

Dipende dalla situazione e dall’artista in questione. Se sai gestire bene il tutto, se sai scendere a compromessi (nel senso positivo del termine) e dunque metterti in discussione ogni giorno, i talent possono essere un’ottima vetrina, ma essi devono essere un punto di partenza, di crescita, mai di arrivo.

Il tuo sogno nel cassetto?

Riuscire a fare della musica il mio lavoro per tutta la vita.

Con quale artista ti piacerebbe duettare?

Con chiunque possa farmi crescere umanamente ed artisticamente. Io penso che qualsiasi artista che abbia qualcosa da dire merita di essere ascoltato, dunque per me sarebbe già tanto collaborare con dei professionisti. Però, se proprio dovessi scegliere, mi piacerebbe davvero tanto duettare con Brendon Urie, Gerard Way ed Elisa.

Progetti futuri (piccolo spoiler 😝)

Sto lavorando ad un album con la mia produzione e ci sono varie situazioni musicali dove proverò ad inserirmi per fare carriera, speriamo bene! 🤣

Video-intervista a Dario Cavaliere
Videoclip di Nobili certezze

PROFILI SOCIAL DI DARIO CAVALIERE:

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Senza storia: album contro l’omologazione (intervista a Gaetano Nicosia)

Ciao! Presentati!

Sono un musicista dato all’avvocatura o un avvocato che ama le note più degli atti di citazione e delle udienze in Tribunale. Mettila come vuoi. Il risultato è che fra i colleghi sono visto come musicista e fra i musicisti sono visto come avvocato. Ma è un destino a cui sono abituato. Essendo anche io come te, siciliano ma trapiantato al nord, ho sempre vissuto questo problema dell’identità mista e del mancato riconoscimento o del “non appartenere”: a Milano ero il terrone e quando andavo in vacanza in Sicilia mi chiamavano polentone. Ma anche questo fa parte della necessità che abbiamo di catalogare sempre tutto.

Quando hai scoperto la tua passione per la musica e in che modo?

Ho sempre amato la musica, l’ho sempre ascoltata, sin da piccolo. Sempre attratto dalle canzoni, dal rock, dal pop, dal beat, dalla musica classica. Ricordo che con il mio amico del cuore delle elementari facevamo anche delle rappresentazioni teatrali sulle note delle Ouvertures di Rossini, inventandoci dei dialoghi sulle linee dei botta e risposta musicali. Dialoghi senza parole, in cui le parole erano la musica e l’intensità la davano le nostre espressioni, le interpretazioni che davamo. Lui è diventato un famoso e apprezzato baritono che gira il mondo. Ricordo che, ascoltando le note e le linee melodiche ci immaginavamo delle storie, con dei personaggi. Ogni strumento era un personaggio e ogni intermezzo di quello strumento era la parte di quel personaggio nella storia. E passavamo i pomeriggi a interpretare la Gazza ladra, il barbiere di Siviglia, l’Italiana in Algeri, il Guglielmo Tell. Poi anni dopo mi è capitato di andare al suo esordio alla Scala, proprio con Il barbiere di Siviglia. E prima che entrasse in scena ho sentito da dietro il palco la sua voce che precedeva il suo ingresso in scena. Era come quando eravamo bambini, uguale, l’unica differenza era che lui stava sul palco e io in galleria ad ascoltarlo. Non smettevo di piangere.

Il mio legame con la musica è sempre stato forte, viscerale. Ogni momento per me ha sempre avuto una sua canzone. Ogni cosa che mi succede mi richiama il testo o la melodia di una canzone.

Che però potessi suonare o addirittura comporre questo l’ho capito molto dopo rispetto ai pomeriggi in cui ascoltavamo Rossini. La chitarra l’ho imbracciata a 20 anni, prendendo lezione da Elio, il mitico portinaio del mio liceo, il Berchet, a Milano. Negli scantinati con la sua Fender Strato del 1962, bianca decorata con fiori, decisamente hippy. Faceva tremare le pareti e io rimanevo estasiato, lì a guardarlo e avrei dato un braccio per suonare come lui, pensando che non ne sarei mai diventato capace.

Ho iniziato come tutti, con le cover più semplici e sono andato avanti per altri 15 anni. Poi un giorno, in sala prove mi è partito un giro di chitarra e la band mi ha seguito. Erano le prime note di una canzone che ancora non ho prodotto. Tutte e nove i pezzi del mio album sono nati 15 anni fa da un giro di chitarra in sala prove. Col tempo ho preso coscienza del fatto che, di fatto, stavo componendo e ci ho preso gusto. Da lì sono venuti i testi e poi l’idea di fare di tutto questo qualche cosa di concreto, tangibile. È così che sono arrivato all’idea e poi alla produzione vera e propria di un cd. Senza Storia è un percorso di presa di consapevolezza mia.

Quando hai capito che la strada giusta fosse quella giuridica e non quella da artista?

In realtà, per come ti ho detto, non ho mai fatto una scelta. La strada della musica, in termini di composizione l’ho intrapresa a 35 anni, quando ormai avevo il mio percorso professionale. Quindi la musica è arrivata decisamente dopo e si è affiancata alla mia vita. Anche perché potessi scegliere non esiterei nemmeno un attimo, saprei chi buttare giù dalla torre.

Passiamo al tuo disco. S’intitola “Senza storia” (link YouTube alla fine dell’articolo) ed inneggia alla libertà d’espressione. Il protagonista è Memo, batterista sordo. Raccontami di più di questo personaggio. Da dove hai preso ispirazione?

Anche questo personaggio è nato in sala prove. Il batterista con cui suonavo all’epoca una sera si presenta in sala prove e dice “oh, ci dobbiamo muovere, già non ci sento bene ma l’otorino mi ha detto che al massimo in due anni divento sordo e mi dovrei mettere l’impianto cocleare.”

Appena ha finito di dire questa cosa nella mia testa è apparsa l’intera opera rock, l’idea di questo bambino sordo che diventa batterista per emanciparsi dalla situazione drammatica della sua infanzia. In realtà Memo non è sordo, ha deciso da bambino di non sentire più, solo che non se lo ricorda. Senza Storia è sì come hai detto un inno alla libertà, ma senza memoria non abbiamo nessuna libertà, quindi è anche un inno a una libertà consapevole, a una libertà dove non tutte le cose sono uguali, una libertà fatta di differenze che contano. Se fossimo tutti uguali non potremmo essere liberi. La libertà si nutre solo della coscienza e dell’equilibrio delle differenze. L’omologazione è la negazione di tutto questo.

Hai mai pensato di trasformare il CD in un libro?

Bella domanda. In realtà pensavo ad un musical ma per arrivare al musical o a qualsiasi ulteriore modalità di rappresentazione bisogna passare necessariamente da un libro. Sì certamente ci ho pensato, ci sto pensando, bisogna solo trovare il tempo.

Progetti futuri (piccolo spoiler)

Uno te l’ho già detto. Mi piacerebbe rappresentare l’opera rock a teatro, nella forma di musical. Poi ci sarebbe il secondo capitolo di Senza Storia, non si è mai vista un’opera punk-rock che si esaurisce in 9 brani. Però devo anche dire che al momento, vista la lunga gestazione del mio primo cd, vorrei prendere un po’ il respiro e allontanarmi per un po’ da Memo. In fondo penso che anche lui abbia bisogno di riposo. Avere a che fare con me non è semplicissimo.

Al momento sto lavorando con grandissimo entusiasmo a tre nuovi pezzi collaborando con il grandissimo Luigi Schiavone che, dopo aver partecipato con contributi notevolissimi a Senza Storia, ha nuovamente deciso di condividere il suo talento per comporre qualcosa insieme a me. Abbiamo in ballo due brani suoi sui quali mi ha chiesto di scrivere il testo e un brano mio che mi sta arrangiando in maniera davvero entusiasmante.

A breve spero di produrli.

E noi speriamo di ascoltarli presto. Grazie mille per la tua disponibilità!

Ma grazie a te per quest’intervista! A presto!

Album “Senza storia” di Gaetano Nicosia
Video ufficiale di Senza storia
Video ufficiale del singolo Skazzo

Time will take my revenge … Lost and Found (Intervista ai Your Morning Vibes)

Immagine presa dal profilo instagram dei Your Morning Vibes

Ciao! Presentatevi!

Ciao! Siamo Filippo e Pietro, due ragazzi follemente innamorati della musica, nonché amici da tanti anni. Siamo di un piccolo paese in provincia di Vicenza.

Io sono Filippo, ho 24 anni e ho studiato al liceo musicale Pigafetta. Dopo aver preso il diploma in clarinetto e chitarra classica, ho deciso di proseguire gli studi musicali: infatti, mi sono laureato in “musica per film” al Conservatorio di Rovigo.

Io invece sono Pietro, ho 21 anni e studio ingegneria all’Università di Padova. Mi sono avvicinato alla musica da bambino suonando la chitarra, ma nel corso degli anni sono passato alla produzione musicale.

Come mai questo nome d’arte?

Il nome Your Morning Vibes nasce dalla nostra idea musicale: la nostra è una musica caratterizzata da melodie lente ed intime. Si ascolta prevalentemente quando ci si vuole rilassare o di mattina quando si vuole ascoltare un po’ di musica per iniziare al meglio la giornata. Il nome dunque suggerisce già all’ascoltatore con che tipo di musica avrà a che fare. Il nome e i nostri testi sono in inglese perché ci rivolgiamo ad un pubblico internazionale.

Quando avete iniziato a fare musica e, tra l’altro, avete iniziato insieme?

Abbiamo cominciato a scrivere musica insieme molti anni fa. All’inizio il “progetto” (che altro non era che un gioco tra ragazzi) riguardava solo noi due, e ci concentravamo maggiormente sulla musica dance/EDM. Successivamente, con altri amici del nostro paese ci siamo cimentati in jam session ed improvvisazioni di musica acustica ed elettronica. Nel 2017 abbiamo pensato, sotto proposta di Pietro, di seguire un’unica linea melodica che riuscisse a conciliare i ritmi lenti hip hop con sonorità jazz/funk. Così abbiamo cominciato a sperimentare questo genere a noi nuovo e infine, con la cantante vicentina Giulia Menta, amica di Filippo, a scrivere le prime canzoni del primo EP.

“Lost and Found” è il vostro nuovo EP, che succede “A man a street a town” (2019) (link YouTube a fine articolo). Parlatemi della particolarità sonore del vostro ultimo prodotto, dei diversi stili musicali di cui è ”impregnato”, e delle differenze con il precedente.

In “Lost and Found” abbiamo voluto evolvere il nostro stile musicale, la struttura e le sonorità timbriche e abbiamo anche aggiunto nuovi strumenti ed eseguito arrangiamenti più articolati. A differenza del primo Ep caratterizzato da sonorità più chill, intime e lente, quest’ultimo è più dinamico grazie alle timbriche pop/funk/soul. La voce, sempre della cantante Giulia Menta, è più presente ed articolata. Riguardo agli strumenti, abbiamo aggiunto il rhodes (pianoforte elettrico), il piano jazz o il sax. Non ci piace essere catalogati in un genere specifico … diciamo che apparteniamo alla famiglia de neo soul (o Nu Soul), che racchiude diverse timbriche appartenenti al soul, jazz, funk e hip hop.

Avete autoprodotto il vostro disco. Come mai questa scelta? Soddisfazioni?

Abbiamo autoprodotto sia il primo Ep che “Lost and Found”: non si tratta di una questione di denaro e possibilità di investimenti quanto alla voglia di produrre un prodotto che sia il frutto della nostra capacità artistica portandone in luce sia i pregi che i difetti. I brani sono prodotti, mixati e masterizzati nello studio di Filippo dove si sono registrate anche le parti strumentali e voce. Questa visione musicale porta ad avere molte soddisfazioni, ma anche a ricevere diverse critiche costruttive che, però, ci fanno maturare e far uscire dei prodotti con una qualità sempre maggiore.

Progetti futuri (piccolo spoiler 😜)

Abbiamo in cantiere la produzione di un album per l’anno prossimo: non sappiamo ancora le sonorità che avrà perché il nostro stile è in continua evoluzione e ci piace molto sperimentare. Sicuramente non ci allontaneremo troppo da quello che sentiamo nostro, perché vorrebbe dire snaturare la nostra musica. Tuttavia siamo in contatto con nuovi musicisti e cantanti per collaborare con loro ed alzare le asticelle della qualità e delle diversità timbriche.

Vi ringrazio davvero tanto per questa chiacchierata. Ad maiora semper. A presto!

Ma grazie a te Adry! A presto!

Vorrei che la rabbia fosse soffice… ♥ (Intervista a Matteo Faustini)

Immagine presa dal profilo instagram di Matteo Faustini

Il periodo che stiamo vivendo è sicuramente molto complicato e delicato. Guardiamo però il lato “positivo”: abbiamo più tempo libero e per riflettere su noi stessi e su chi ci sta accanto. In questo compito ci aiuta l’arte in generale e, nel mio caso specifico (e per tutti coloro che condividono la mia stessa passione), la musica. Lei è l’unica che mi fa calmare quando sono arrabbiata, che mi abbraccia nei momenti tristi (giuro, in questo periodo di quarantena abbiamo mantenuto le distanze di sicurezza 😝) e condivide la mia gioia nei momenti felici. In questo periodo ho avuto modo di ascoltare “Figli delle favole”, album di Matteo Faustini, partecipante di Sanremo 2020 nella categoria “Nuove Proposte”, e sono rimasta davvero colpita dai temi presenti nei suoi 11 brani: dalla passione per la musica al bullismo all’amore che tiene testa alle avversità della vita. Tutto ciò con il mondo Disney nello sfondo, ma non per questo gli argomenti sono trattati in modo puerile, anzi.

Non voglio aggiungere nient’altro, vi lascio guardare la mia chiacchierata con questo cantautore assurdo! Scorrendo giù trovate anche il link youtube dell’album “Figli delle favole” . Io vi consiglio di ascoltarlo … resterete a bocca aperta!

Quindi … buon ascolto! ♥

L’unico mostro è la mia faccia sul cuscino (Intervista a Carrese)

Roberta Carrese (immagine presa dal suo profilo instagram)
Roberta Carrese (immagine presa dal suo profilo instagram)

Due mesi fa ho chiacchierato con Roberta Carrese, seconda finalista di The Voice of Italy 2015.

Prima di pubblicare l’intervista ho voluto riascoltarla, e mi sono venuti i brividi. All’inizio si è parlato della tecnologia, la cui principale funzione dovrebbe essere quella di unire persone lontane (puoi annullare le distanze che ci separano, cit.). Mi è sembrata quasi una premonizione di quello che sarebbe successo un mesetto dopo: incontrarsi soltanto virtualmente per proteggere se stessi e gli altri da un nemico invisibile. È triste, ma dobbiamo fare questo sacrificio per il bene dell’umanità.

Se sapremo restare uniti #andràtuttobene !

Detto ciò, vi lascio all’intervista. Buona visione!

Cent'anni di solitudine (Intervista a Ganoona)

Ganoona, immagine presa dal suo profilo instagram

In questo momento molto difficile per non solo l’Italia, ma per il mondo intero, la musica è uno tra i mezzi più efficaci per evadere dalla realtà e per sentirci vicini, anche quando siamo lontani.

Ecco la mia chiacchierata con Gabriel, in arte Ganoona (in fondo all’intervista c’è una piccola sorpresa 😉 ).

Ganoona, immagine presa dal suo profilo instagram

Ciao! Iniziamo dalla presentazione! Dicci un po’ chi sei e cosa fai nella vita.

Ciao! Io sono Ganoona e sono un cantautore (almeno così mi piace definirmi). Quindi scrivo quello che canto, quello che mi fa paura nella vita. Sento un’esigenza di mettere le mie emozioni nero su bianco fin da piccolino, per parlare del mio sentirmi inadeguato. Lo  facevo per me, per sentirmi meglio, le cantavo chiuso in cameretta, fino al momento in cui qualcuno le ha ascoltate per sbaglio. Adesso non posso fare a meno di condividerle con la gente, e adoro quando mi arrivano messaggi in direct di persone che empatizzano, che mi dicono di aver provato una sensazione simile, di aver vissuto una situazione analoga alla mia. Questo mi fa davvero sentire realizzato.

Quando hai iniziato questo percorso?

Questo percorso è iniziato relativamente tardi, perché ci ho messo un po’ ad accettare questa passione. Ho iniziato a studiare teatro a diciotto anni e a lavorare in alcuni teatri indipendenti di Milano. Nel frattempo, ho cominciato a prendere confidenza con il rap, il mio primo amore. Sei anni fa, ho iniziato a studiare musica. Mi sono diplomato in canto moderno, pianoforte, e quest’esperienza mi ha aperto molto gli orizzonti. Ho infatti iniziato a sperimentare con diversi generi musicali a 360 gradi: c’è sempre un’influenza rap, ma ho imparato ad utilizzare la mia voce in maniera diversa, a non scandire semplicemente le parole, ma ad intonarle. Questo percorso mi ha portato fino a dove sono oggi.

Da quali artisti prendi spunto? Quali i tuoi artisti di nicchia?

Non credo che riuscirei a dirti solo un nome di un artista. Diciamo che le mie influenze sono varie, proverò a raggrupparle in tre maxi gruppi: un nome legato al mondo del rap italiano è Dargen D’Amico, artista da cui ho preso ispirazione per migliorare nella scrittura; per quanto riguarda il mondo della black music, del soul, R & B è Otis Reddings, artista che i miei genitori ascoltavano dai vinili; per concludere, l’altro polo è quello latino-americano. Io sono italo-messicano, quindi ho ascoltato tanta musica latina e messicana da sempre. L’artista che mi ha ispirato da sempre è Ana Cabra, cantautrice portoricana.

Le tue origini italo-messicane possono essere toccate con mano nel brano “Cent’anni”, titolo del tuo omonimo album. Questo brano parla di una relazione tossica. Prima di parlare del brano, però, vorrei chiederti in che modo convivi con queste due culture sia nella vita di tutti i giorni che musicalmente parlando. Insomma, come vivi questo “choque cultural”?

Allora, intanto mi fa piacere sentire questo termine!

Diciamo che l’università mi sta prendendo completamente il cervello XD. A parte gli scherzi, mi piace mixare la lingua italiana con altre straniere!

Benissimo! Però dobbiamo specificare il significato dell’espressione che hai usato. “Choque cultural” significa shock culturale, il contraccolpo culturale. Ti dirò la verità: questo contraccolpo l’ho sentito da appena nato. Mentirei nel dirti che è una cosa semplice conciliare due culture così distanti. Magari è più semplice per chi ha entrambi i genitori di un’altra cultura, perché in casa c’è una sola identità, e in un certo sai meglio chi sei! Io quand’ero piccolo parlavo due lingue, il che è un vantaggio, ma all’inizio crea degli squilibri. Io avevo una leggera dislessia che poi si è risolta. Non sto qui a raccontare la storia della mia vita, però posso dirti che tutta la mia famiglia vive in Messico, quindi da ragazzino ho sentito tanto la solitudine,e ho percepito tanto il choque cultural nel momento in cui andavo per due mesi in Messico e venivo travolto da una trentina di persone, vivevamo tutti in cinquanta metri quadri di casa.Finito questo periodo, tornavo al gelo milanese, e per me era un po’ uno shock, tutto ciò mi destabilizzava. Tra l’altro ero figlio unico. Da qui nasce l’esigenza di usare, in senso nobile, la musica per lenire questa ferita che ti segna, e che non va via nonostante gli anni ce passano. È stato un modo per trasformare questo contrasto in un qualcosa di creativo, e si sa che proprio dai contrasti molto spesso nascono delle cose interessanti.

Assolutamente! Guarda, il destino è un qualcosa di assurdo, perché proprio oggi ho sostenuto l’esame di Italiano per stranieri, e ho parlato proprio di Milano, metropoli multiculturale; la città dei “nuovi milanesi”, ovvero di tutti gli immigrati della prima generazione, di coloro che sono emigrati in Italia (quindi non figli di emigranti), che hanno in un certo senso cambiato la prospettiva linguistica italiana.

Pap Khouma parlava del fatto che Milano ti costringe in un certo senso a “mostrare i denti”, perché l’integrazione è, ahimè, qualcosa di difficile, sia in Italia che all’estero. È un tema molto delicato, e trovo bellissimo il fatto che tu riesca a trasformare qualcosa di apparentemente negativo in un qualcosa di bello, di positivo: la musica. questo ti fa veramente onore!

Ti ringrazio molto! È una tematica a cui tengo tantissimo. Milano è sicuramente quell’occhiettino sul futuro per l’Italia, e anticipa le “tendenze” e le “problematiche” (se così si possono definire) che in futuro si estenderanno in tutta la penisola. Sicuramente qui, come a Roma, l’integrazione è qualcosa di complesso, di difficile, non mancano tensioni. Per farti un esempio, io ho un carissimo amico cinese, anche lui fa l’artista, e mi parlava delle terribili discriminazioni che sta subendo in questo periodo a causa del Corona Virus (lui non va in Cina da quindici anni!). D’altra parte, però, mi sento di dire che l’integrazione è un’occasione per creare qualcosa di nuovo sia dal punto di vista artistico – culturale che da quello sociale. Qui a Milano ci sono gruppi di ragazzini uniti dalla passione per la musica in cui ci sono figli di cingalesi, africani, rumeni, forse due milanesi, di cui uno ha origini meridionali!

Forse ci sono più “stranieri”, quindi anche siciliani, calabresi, pugliesi, campani (e chi ne ha più ne metta) che milanesi doc! guarda, ne approfitto di questo tema per lanciare una sorta di messaggio, perché comunque studiando alla facoltà di Mediazione Linguistica ed Interculturale non posso non essere coinvolta ed essere vicina a questo tema. Come dicevi tu, l’integrazione è molto complessa, ma il problema è anche l’Italia. È il sistema che non funziona. Purtroppo noi siamo abituati a pensare che l’immigrazione sia un problema, un qualcosa di negativo da respingere, da allontanare, ma perché siamo noi a vederlo così! Se solo sapessimo “sfruttarlo”, sicuramente ci sarebbero delle “note” positive. Non sono io a dirlo, ci sono studi che lo dimostrano: se in qualche modo si riesce a fare della diversità una ricchezza, una forza, si può raggiungere il successo! Non dobbiamo aver paura del diverso, non dobbiamo escluderlo, anzi, dev’essere un modo per crescere e per apprezzare la nostra e la loro cultura!

Molto spesso sento dire: “Questi immigrati che parlano la loro lingua cancelleranno la tradizione italiana!”: niente di più falso! Quando negli anni ’50 l’italiano è iniziato ad entrare nelle case, si diceva che avrebbe spazzato via i vari dialetti nazionali. Sono tutti dei falsi miti dettati dall’ignoranza, quindi grazie mille per avermi dato l’opportunità di parlarne!

È giusto che noi giovani prendiamo a cuore questo tema. Il Paese un giorno sarà nelle nostre mani, quindi se noi abbiamo chiari questi concetti, sicuramente ci sarà un futuro più ottimista, in cui la paura viene superata dalla curiosità. Se conosci di più qualcosa, la paura ti passa!

Esattamente! Chiusa questa piccola parentesi, torniamo al brano “Cent’anni” (https://www.youtube.com/watch?v=nN0gIYOqLJ4). Esso rievoca un po’ l’opera “Cien años de soledad” di Gabriel Garcìa Marquez. Che relazione intercorre tra la canzone e l’opera letteraria?

Le connessioni sono fondamentalmente due: una riguarda più il romanzo, nel quale c’è una linea di confine labile tra vivi e morti, in questa storia di questa famiglia che dura quasi cent’anni (dopo qualche capitolo si capisce che uno dei personaggi in realtà non era in vita). Questo spaesamento che questa scrittura mi ha creato è molto simile a quello che ho provato nella mia amicizia tossica che mi ha portato a scrivere il brano. Per chiarire meglio la metafora, era come se io avessi davanti una persona viva, reale, quando in realtà avevo un fantasma, una persona che non si esponeva per quello che era realmente, ma creava solo illusioni. Era quasi un’immagine onirica. Quindi questa è la connessione legata al romanzo. L’altra è legata invece allo stile e alla corrente artistica, il realismo magico,un tipo di scrittura (ma anche di arte, un esempio è Frida Khalo)  a cui sono molto legato. Mi tolgo il cappello davanti a questi giganti, ma a me piace scrivere in questo modo, cioè nella mia scrittura non è così chiaro il confine tra quello che è reale, terra-terra, schietto, e quello che magari è un’iperbole che diventa quasi magica, che serve ad esprimere un sentimento.

Quindi ti basi molto sulla metafora!

Sì! Io ragiono per immagini nella vita, quindi quando scrivo uso tanto la metafora, la similitudine, o comunque dei flash, delle immagini, perché secondo me è un modo molto più immediato per trasmettere un’emozione piuttosto che spiegarla. Voglio farla arrivare come un quadro che deve esploderti nella testa!                 

Certo! Anche perché la canzone è un testo unito a melodia che dura tre minuti, e in quel breve tempo devi far entrare tutto ciò che vuoi dire, quindi devi cercare di essere immediato, non usare tanti giri di parole.

Una curiosità: di solito quando scrivi un brano ti ispiri soltanto a qualcosa che ti è capitato in prima persona, oppure prendi spunto da ciò che accade intorno a te?                                                                                                                         

Per la maggior parte delle volte parlo di esperienze vissute direttamente perché, come accennavo prima,la scrittura è per me una sorta di auto-terapia. Anche quando non facevo ascoltare a nessuno ciò che scrivevo mi serviva per avere uno specchio fedele alle emozioni, mi serviva per conoscermi meglio. Mi è capitato di scrivere canzoni – ritratto; c’è un brano di un po’ di tempo fa a cui tengo tanto, che si intitola”In the mood”, che definisco come un ritratto. Ho voluto dedicare questa canzone per immortalare, come fa un quadro, non un’esperienza, ma una persona che ha fatto parte della mia vita. La considero un po’ una fotografia musicale. Diciamo che sono aperto a tutti i tipi di esperimenti musicali!

La musica è una forma d’arte, e come tutte le arti serve ad “incidere” un messaggio, un pensiero, uno stato d’animo, un momento vissuto, ed è proprio questa la sua bellezza e la sua magia!

A proposito di aspirazioni future, in che direzione pensi di procedere stilisticamente parlando? Pensi di cambiare sound, di “sperimentare” nuovi generi?

Sicuramente la sperimentazione, intesa come un modo per giocare con i suoni, è ben accetta. In genere sono una persona che si annoia molto facilmente, quindi mi piace cambiare. Detto ciò, io ho sperimentato tanto negli anni, perché dovevo capire un po’ quale fosse il mio suono, la mia identità musicale. Adesso, soprattutto con “Cent’anni”, credo di aver trovato un equilibrio, la mia comfort zone, con questa commistione di suoni black e latini. Ovviamente ci saranno alcuni brani più spostati sul lato black, altri sul latino,sicuramente la mia musica ha un sound molto messicano. Ci saranno delle oscillazioni, però l’idea è quella di rimanere su questa strada.

Altra curiosità: pensi di partecipare a qualche talent show o programmi televisivi in generale?

Questo per me è un tema delicato. In passato ti avrei risposto assolutamente no, oggi ti direi che ci proverei ma avendo dei punti chiari nella mia testa. Ho alcuni amici che hanno provato, ad esempio, X Factor e mi hanno parlato di come hanno vissuto quest’esperienza, dei pro e dei contro che ci sono in ogni cosa. Secondo me bisogna farlo essendo consapevoli di ciò che stai andando ad affrontare per saper trarre il meglio da quest’esperienza. Un talent non sarà mai un punto d’arrivo per un artista. Se lo vedi così, ti rovini, anche perché tra l’altro nella vita non si arriva mai! Purtroppo le telecamere, il palco, il pubblico possono confonderti un po’ le idee e farti gasare troppo. Quella è un’occasione come altre, sicuramente importante, per farti notare, però devi avere chiaro in mente che cosa vuoi vendere di te. Bisogna essere crudi e schietti, soprattutto quando c’è di mezzo la televisione, quindi se tu non sai bene che “personaggio” vuoi essere, che tipo di arte vuoi vendere, rischi di farti mangiare da quella dimensione.

Se dovessi farlo, preferirei sicuramente farlo adesso che ho qualche anno in più, maggiore consapevolezza della mia identità artistica e di dove voglio arrivare.

Assolutamente! Il tempo ti schiarisce le idee e ti fa crescere, indipendentemente da cosa scegli di fare nella vita. Ti ringrazio davvero tanto per la tua disponibilità. Ti confesso che mi è piaciuto davvero tanto chiacchierare con te!

Idem! Grazie mille per la chiacchierata interessante!

Ti auguro davvero il meglio! A presto!

Grazie mille! A presto!

Pensare male di me, ma in fondo non sai se crederci veramente… #1annodiPensareMale

Il 15 Marzo 2019 è uscito il singolo “Pensare Male” dei The Kolors. Brano che vede la collaborazione della sensuale cantante Elodie Di Patrizi, seconda classificata della quindicesima edizione del talent “Amici”, talent che la band partenopea aveva vinto l’anno precedente, nonché di Anna Romano, Davide Petrella e Livio Giovannucci per la stesura del testo.

Un testo che racconta delle malelingue che possono portare una relazione allo sgretolamento.

Già in diversi articoli avevo avuto modo di parlare di questo brano, in cui ancora oggi mi rivedo molto (https://passionfor.music.blog/2019/07/21/fuori-il-video-di-pensare-male/ ; https://passionfor.music.blog/2019/07/21/grazie-per-non-aver-pensato-male-di-me/; https://passionfor.music.blog/2019/09/10/pensare-male-di-me-ma-in-fondo-non-sai-se-crederci-veramente/).

Oggi, in occasione del primo anniversario della sua uscita, lo ripropongo perché penso che sia un pezzo molto introspettivo, in cui tutti possiamo rifletterci e possiamo “usare” per riflettere sulle nostre relazioni e sui nostri errori.

Lascio qui il link youtube e il testo della canzone.

A volte fisso lo specchio e penso che
Ho fatto quasi trenta anni e non è un granché
Ho i tuoi vestiti qui da me
E ricomincia la guerra delle spunte blu
Si è fatto tardi e mi sa che non esco più
Tanto risponderai alle treNon c’è più serata in giro e chiami tu (chiami tu)
Non c’è più nessuno che ti fa
Pensare male di me
Ma in fondo non sai se crederci veramente
Pensare male di me
Anche quando non vuoi poi fai finta di niente
Lascia un vestito da me così domani potrai
Avere ancora la scusa
Per ritornare da me ma in fondo non vuoi
Andare via veramentePensare male di me
Pensare male di meCalpesterò le tue rose pensando a te
Resterò fuori stanotte e non so perché
Negli occhi degli altri vedo te
Mi bevo il cuore in un angolo della città
Un ubriaco mi grida sei splendida
Vorrei che fosse la verità
Ma invece mi sento così fragile
Per me sempre così facile
Perdere la testa
Ti dico di andar via ma vorrei dire restaNon c’è più serata in giro e chiami tu (chiami tu)
Non c’è più nessuno che ti faPensare male di me
Ma in fondo non sai se crederci veramente
Pensare male di me
Anche quando non vuoi poi fai finta di niente
Lascia un vestito da me così domani potrai
Avere ancora una scusa
Per ritornare da me ma in fondo non vuoi
Andare via veramentePensare male
Pensare male
Pensare male di me
Pensare male
Pensare male
Pensare male di mePensavo che è sempre più facile allontanarsi
È sempre più facile dimenticarsi
E invece siamo qui coi rimorsi, ci diamo i morsi
Sulla tua pelle bianca voglio scivolare
Nella notte sembra di volare
Sinceri non lo siamo stati mai
Sorridi e te ne vaiPensare male di me
Ma in fondo non sai se crederci veramente
Pensare male di me
Anche quando non vuoi poi fai finta di niente
Lascia un vestito da me così domani potrai
Avere ancora una scusa
Per ritornare da me ma in fondo non vuoi
Andare via veramentePensare male
Pensare male di me
Pensare male
Pensare male di mePensare male
Pensare male
Pensare male di me
Pensare male
Pensare male
Pensare male di me