Il mostro Godzilla non è poi così cattivo (Intervista a A Smile from Godzilla)

(Foto di Giuseppe Carrella)

Ciao!  Presentati.

Ciao Adriana, mi presento: sono Daniele, in arte A Smile From Godzilla e vengo da Napoli, la mia città natale. Questo progetto musicale, partito inizialmente come un gioco e in formato duo (chitarra e batteria), nel giro di pochi mesi è diventato uno dei miei canali di espressione più importanti. Mi esibisco anche come artista di strada proponendo alcune cover e gran parte del mio repertorio.

“A Smile from Godzilla”: perché proprio questo nome?

Quando ero piccolino ero ossessionato dai dinosauri e dai mostri, specialmente quelli creati in laboratorio. Ho voluto far trasparire il bambino che c’è in me con un progetto che non ha niente a che fare con i dinosauri ma che sicuramente prende tanto dal mio immaginario.

Un sorriso da Godzilla è una pacca sulle spalle, una rassicurazione che mi viene data nei momenti di sconforto proprio da quel mostro che ho tanto amato in un film del 1997, un mostro, il “cattivo” della situazione , che invece per me ha sempre rappresentato la bellezza e le meraviglia della vita. Il nome del progetto mi ha dato sempre l’idea di un gruppo hardcore giapponese, la mia intenzione iniziale era quella, ma alla fine mi sono ritrovato a cantare canzoni tristi chitarra e voce.

(Foto di Giuseppe Carrella)

Quando hai scoperto il tuo amore per la musica?

Il mio amore per la musica l’ho scoperto alle medie, tra i banchi di scuola. Devo tutto a mio padre che da piccolo suonava alla chitarra alcune canzoni di Lucio Battisti e Adriano Celentano mentre io lo seguivo distruggendo una batteria Bontempi. Più dell’amore per la musica, sono stato da sempre attirato dall’idea di creare musica, dallo scrivere canzoni e far nascere un’idea dal nulla. Da piccolino, mi circondavo di strumenti musicali, anche quelli giocattolo, in quei momenti mi sentivo libero e in un profondo stato di spensieratezza. Vorrei registrare un secondo disco cercando di captare e trasferire quello stato emotivo in note.

Quali sono le tue influenze artistiche maggiori?

Sono stato influenzato musicalmente da numerosissimi gruppi dell’ambiente musicale britannico. Gli Oasis e in particolare la voce di Liam Gallagher mi hanno trasferito la passione per il canto, ma più che nella voce c’era qualcosa nel suo atteggiamento che mi faceva impazzire. La voglia di arrivare in alto, senza muoversi di un metro dal microfono, con un’arroganza che amo ancora vedere sul palco nelle band e nei progetti artistici. Ad un certo punto della mia vita, da quando ho scoperto il genere Antifolk e la band “The Moldy Peaches”, sono letteralmente ossessionato dell’imperfezione aartistic. Ho iniziato ad ascoltare veri e propri outsiders come Daniel Johnston, Mac De Marco, Courtney Barnett ed altri artisti dove la qualità sonora veniva messa in secondo piano rispetto alla qualità artistica e le scelte stilistiche delle melodie presenti all’interno delle canzoni. Sono alla continua ricerca del  suono imperfetto, pur restando fedele alle linee guida del “do it yourself”!

L’uso della lingua inglese è influenzato dai tuoi generi musicali di riferimento?

Si, ho da sempre avuto una preferenza sul suono della lingua inglese ma soprattutto negli ascolti musicali. In Italia ho avuto tantissimi miti e ho cantato anche in italiano in passato, ma la mia voce non la sento “programmata” per questa lingua, mi dà l’impressione di essere qualcosa di étrange, di estraneo.

Nel 2018 esce “Monday Morning”, il tuo primo album. L’hai intitolato in questo modo per descrivere la malinconia che assale tutti il lunedì?

Questo disco è stato prodotto nella sala prove Vipchoyo Sound factory. È stato in quel momento che Giacomo Salzano, il proprietario della sala e dell’omonima etichetta, ha voluto investire le sue competenze e il suo tempo per produrre questo disco. L’album è stato registrato nell’estate del 2018, lì in sala c’era una forte umidità e la cosa non ci dispiaceva affatto rispetto ai 40 gradi di temperatura che c’erano all’esterno tra le strade del centro di Napoli . Durante le registrazioni, abbiamo notato che il giorno più frequente in cui ci incontravamo io e Giacomo era proprio il lunedì mattina. Abbiamo pensato di dare insieme questo titolo al disco e alcuni mesi dopo ho scoperto che alcuni anni prima era stata pubblicata una famosa canzone con lo stesso titolo dai Pulp. Le canzoni del primo disco sono nate di getto, riarrangiate con pochi strumenti e in alcuni casi anche in presa diretta. Sono davvero contento del risultato, e ci tengo a precisare che questo disco non sarebbe mai uscito se non ci fosse stato Giacomo. Racchiude un’importante periodo della mia vita e la positività presente all’interno del disco era la cosa che maggiormente volevo tirare fuori da quelle canzoni.

“Carillons” è il tuo ultimo singolo uscito il 22 dicembre 2020, che anticipa il tuo album in elaborazione. Parlami un po’ del brano.

“Carillons “è nata poco prima delle vacanze natalizie. Il natale per me è un periodo dell’anno molto strano, nel corso degli anni come per molti miei coetanei, ha perso quel valore che gli attribuivamo da bambini. Il brano l’ho scritto immaginandomi due personaggi fantastici, il signor Tom e la signora Cookies, due persone incompatibili, contraddittorie e irriverenti, alla ricerca della propria felicità, con un pizzico di rabbia repressa. L’ho registrato con il registratore vocale del cellulare e questa sarà una prerogativa del secondo album, anche se Carillons non farà parte del disco, l’ho immaginata più come una storia di passaggio.

Quali progetti hai intenzione di realizzare prossimamente, e quali ti piacerebbe realizzare in futuro? Hai dei sogni nel cassetto?

In questo momento sto pensando che dovrò iniziare a registrare il secondo disco. Ad un certo punto senti che qualcosa deve uscire. Rispetto al primo disco ci sarà ancora più introspezione e rumori di fondo. Sarà un album estremo.

Mi piacerebbe fare tantissime collaborazioni con artisti che stimo nella mia città e ricominciare a portare la mia musica in giro per l’Italia sia per strada che nei locali come avevo iniziato a fare nel 2019 e il 2020. Come progetti futuri adesso per quello che stiamo vivendo è già un sogno ricominciare a “progettare” un tour. Ho moltissimi sogni nel cassetto, ma cerco di non pensarci troppo altrimenti i pensieri inizierebbero a prendere il sopravvento e mi agiterei parecchio . Però ecco, un sogno nel cassetto sarebbe quello di vivere in modo zen facendo musica e con la mente libera.

Grazie per questa chiacchierata!

Grazie a te per la disponibilità!

ASCOLTA “CARILLONS”:

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Il Befolko: il “buon selvaggio” rousseauiano contemporaneo (Intervista a Roberto Guardi, in arte Il Befolko)

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Roberto Guardi, in arte Il Befolko, ho 28 anni e sono un cantautore e percussionista napoletano. La musica mi accompagna fin dalla tenerissima età, scrivo canzoni dal 2011. Dormo poco, fumo abbastanza e mi sento più anziano della mia età; mi sarebbe piaciuto vivere negli anni ’70, amo viaggiare e ho uno spirito vagamente hippie. Sono una persona curiosa, mi piace cercare ciò che è nascosto, dimenticato. Sono un filologo un po’ archeologo, amo la musicologia e la dialettologia. 

Come mai questo nome particolare? È forse un pun per fare riferimento al genere folk?

Esatto, il nome è prima di tutto un gioco di parole per richiamare la musica folk e anche la sua attitudine, che credo risieda nella semplicità, nella spontaneità, nel cercare gli aspetti più concreti della vita. Poi vi è un altro gioco di parole, quello legato all’aggettivo “bifolco”, usato generalmente per indicare i campagnoli e, in modo dispregiativo, per additare qualcuno che sia scarsamente incivilito. Secondo me invece un bifolco è soltanto il portatore di una civiltà differente ma nient’affatto inferiore, un po’ come il “buon selvaggio” di Rousseau. Mi considero un bifolco di città, vorrei vivere in una realtà più appartata, più lenta, più arretrata, più concreta, più a misura d’uomo. 

A proposito di generi musicali, ti rivedi in uno solo o ti piace giocare con vari stili?

Mi rivedo in primo luogo nel folk, quello acustico chitarra e voce fatto di arpeggi lenti e di atmosfere malinconiche e sognanti. Poi adoro il funk, la world music, il rock progressivo. Mi piacciono molto i generi ritmati, amo le contorsioni, i controtempi, i cambi inaspettati e il levare molto più del battere. Mi affascinano anche le sonorità che provengano da culture lontane, differenti dalla nostra. 

Il tuo genere musicale si riflette sicuramente nella scelta del napoletano come lingua e filo conduttore di un po’ tutti i tuoi brani. Ti sei ispirato a qualche artista della scena partenopea, tipo Pino Daniele?

A livello linguistico probabilmente si, ma involontariamente. Se si scrive in napoletano Pino Daniele è un modello con il quale ci si trova a dialogare continuamente anche senza accorgersene. Qualcosa mi accomuna sicuramente a lui, ad esempio la scrittura di brani molto brevi, ma per quanto riguarda il napoletano impiegato credo che il suo fosse più articolato, più criptico, mentre il mio molto più rudimentale. Musicalmente parto con l’intenzione di pescare altrove ma potrebbe accadere di richiamare Pino. L’idea di assomigliare a qualcuno non mi fa impazzire, ma se si trattasse di Pino sarebbe esclusivamente un grande onore. 

“Isola metropoli” è il tuo primo album, uscito nel 2017. Come mai questo nome?

Il nome nasce da due nomi, a loro volta due concetti, in apparenza antitetici ma in realtà simbiotici.  Riflettevo sulla figura del cantautore, che è “isola” in quanto portatore di un proprio modo di percepire e raccontare la realtà ma al contempo “metropoli”, poiché nella scrittura di canzoni finiscono anche le storie degli altri, quelle dei luoghi e così via. Da un lato, quindi, la propria interiorità più profonda e dall’altro la necessità di mischiarsi con tutto il circostante. La malinconia, il raccoglimento interiore, il silenzio della notte ma anche i rumori, gli odori, le “scene” della città. In tutte le canzoni vi è questo dualismo, sempre ben presente.

“Gioco del silenzio” è il tuo secondo album pubblicato tre anni dopo, nel 2020. Qual è il tema cardine delle nove tracce?

Il tema cardine è in primo luogo l’assenza di parole, il “silenzio” inteso in questo senso. Mi piaceva in assoluto l’idea di lavorare a un disco strumentale, che nasce anche da una personale momentanea crisi di fiducia nella parola, troppo spesso utilizzata per confondere le acque, per gettare fumo negli occhi. Credo che i troppi mezzi di comunicazione abbiano finito per impoverire la stessa: parliamo troppo ma sempre troppo poco per dirci davvero qualcosa di importante. Di contro, invece, il silenzio si configura come una comunicazione forse più debole ma estremamente più efficace. Da questa svalutazione della parola viene anche la scelta, per le canzoni, di titoli che sono quasi parole a caso. Altri temi cardini del disco sono la brevità e la volontà di “giocare” con la musica, sperimentando quanto più possibile in tempistiche risicate.

“O’ muorto”: il tuo ultimo singolo, uscito il 21 gennaio. Com’è nato questo brano?

Il brano nacque in seguito a una serata di bagordi con amici, ci successe un simpatico “incidente” e appena tornai a casa raccontai in qualche modo ciò che avevamo vissuto ma un po’ cripticamente e anche creando una certa simulata tragicità che in realtà non ha motivo di essere. Una canzone disimpegnata, leggera, volutamente equivoca. Musicalmente, invece, è un incrocio tra paesaggi sonori differenti: l’America un po’ country, l’Inghilterra psichedelica e vagamente celtica e la cumbia peruviana. Mi rendo contro che la canzone non abbia un senso per nulla chiaro, ma il video lascia intuire! In esso ho coinvolto gli stessi amici di cui sopra, mentre la sceneggiatura è stata scritta da un altro grande amico. La volontà era quella di essere buffi, comici, di delineare un’atmosfera un po’ western, se vogliamo anche noir e straniante. Le riprese sono state un’esperienza assai divertente, vestire i panni del cassamortaro, “schiattamuorto” per i napoletani, è stata una piacevole follia.  

“Riesta n’atu appoco” è il brano che anticipa “O’ muorto”. Gli ultimi versi del brano recitano: “E rire, rire, e chianu chianu sponta ‘o jjanco a miezo ‘o nniro, ognuno torna a casa ‘e ccose soje e s’accumencia d’ ‘o capo n’ ata vota”, ovvero “Tra una risata e un’altra piano piano spunta il bianco in mezzo al nero (credo spunti la luna, cioè si fa sera), ognuno torna a casa a sbrigare le proprie faccende e si comincia da capo un’altra volta”. Si parla dunque del ciclo monotono della vita, un susseguirsi di albe e tramonti, di giorni e di notti, ai quali l’amore deve reagire per non diventare piatto, monotono e dunque sfiorirsi.

Credo sia estremamente affascinante il fatto che ciascuno veda cose completamente diverse in uno stesso testo, nelle sue parole, e che interpreti perciò a modo proprio. Non ci ho mai visto questo ma è un’interpretazione che mi dà da riflettere. Provo a spiegare quello che per me significano questi versi: “il bianco che spunta dal nero” ha almeno tre significati e cioè l’albeggiare, il sorriso che spunta da una foltissima chioma di capelli neri e la serenità che riesce a sopraffare il buio interiore. “Ognuno torna a casa propria” invece indica propriamente la definitiva separazione di due persone, che tornano a casa fisicamente e che “lasciano la casa” che stavano “costruendo” insieme. Il “ricominciare daccapo” è, infine, l’insieme dei passi da dover muovere, controvoglia, dopo un percorso forzatamente interrotto. 

Progetti futuri? Collaborazioni con altri artisti?

Il futuro è quanto mai incerto e misterioso, il desiderio sarebbe quello di tornare a suonare presto e farlo il più possibile. Un tour che mi porti nuovamente a girare per l’Italia sarebbe l’ideale! In primavera uscirà il mio terzo album, spero insomma mi permetta di fare cose e vedere gente. In quanto alle collaborazioni ho un po’ di progetti in cantiere già parzialmente avviati: sto lavorando a dei brani con il cantautore romano Riccardo Pasquarella con il quale ho stretto una bellissima amicizia e un simile sodalizio mi lega anche ad una band messinese, “La Stanza della Nonna”, e c’è almeno una canzone che mi piacerebbe sviluppare insieme a loro. Poi sto sviluppando un altro progetto con amici storici, in veste però di percussionista. Insomma, si lavora anche a lume spento!

Grazie mille per il tuo tempo. È stato davvero un piacere chiacchierare con te!

Ma grazie a te per la tua disponibilità!

GUARDA IL VIDEO UFFICIALE DI “‘O MUORTO”:

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Sogno o son desto… Voodoo Dream! (Intervista a Michele Boni)

Ciao! Presentati.

Ciao! Mi chiamo Michele Boni e sono un chitarrista, polistrumentista, docente e compositore originario di Napoli ma stabile da quasi dieci anni a Milano.

Quando hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato a fare musica in giovane età approcciandomi alla chitarra classica, poi pian piano ho cominciato ad appassionarmi ad altri strumenti cordofoni.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che volevi vivere di musica?

La mia passione per la musica nasce come una vera e propria folgorazione!

Ricordo che dal primo momento in cui ho preso in mano una chitarra ho capito che la musica sarebbe stata molto più che una semplice passione.

Sinceramente non ho mai avuto dubbi su ciò che avrei voluto fare da grande ma se esiste un momento in cui ne ho avuto la certezza assoluta è quanto quando per la prima volta sono salito su un palco importante come quello dell’Ariston di Sanremo.

Ho avuto l’adrenalina addosso per giorni ed ho pensato :” Sì, questa è la vita che fa per me”.

“Voodoo Dream” è la prima traccia del tuo album “In Compass Time”. Cosa significa per te “Voodoo dream”?

Comincio dicendo che ancora non ho una data esatta di uscita poiché, in periodo di Covid, mi sono preso un attimo di tempo per attendere gli sviluppi riguardanti la musica live e l’industria discografica.

Ho scelto di esordire con il singolo “Voodoo Dream” perché mi ha dato la possibilità di girarne il videoclip nella mia amata Procida. Questo titolo deriva dal fatto che ho scritto questo brano in tardissima notte sul mio terrazzo procidano mentre ero in uno stato tra il sonno e la veglia, ed è quindi per me un vero e proprio sogno lucido nato tra i colori dell’alba che si riflettevano sul borgo della terra murata ed il porticciolo della Corricella.

All’inizio il brano è caratterizzato dal suono solista del Charango, accompagnato poi dalle onde del mare dell’isola di Procida, in cui è stato girato in video, dal basso, dai tamburi e dagli archi. I vari strumenti, in piena armonia tra loro, creano una melodia esotica, dando all’ascoltatore quasi l’impressione di essere trasportato nell’isola, sentire l’odore del mare e ammirare il paesaggio mozzafiato.

Questo era un po’ il mio obiettivo, far viaggiare le persone con la musica (per ora ci accontentiamo dei viaggi “mentali”).

Riguardo gli strumenti, il Charango ha origini peruviane, simile per certi versi ad un ukulele ma con un suono sicuramente più esotico.

A contribuire a questo sound esotico ci sono due strumenti in particolare, ovvero il duduk (flauto di origine armene che ricorda il suono di una voce umana) ed il flauto di pan (detto anche zamponha), entrambi suonati da musicisti stranieri, cosi come le percussioni. Ho cercato di unire le influenze marcatamente etniche di questi strumenti con un senso melodico e ritmico più “pop” e per certi versi europeo.

Una delle cose più belle che mi ha offerto la vita fin ora è stata quella di poter viaggiare con la musica e per la musica. Ho suonato molto in giro per il mondo con musicisti di tantissimi Paesi diversi, e molti di loro sono presenti in questo disco.

Le sonorità di quest’album, infatti, derivano molto dai musicisti che vi hanno partecipato e Voodoo Dream ne è solo un piccolo assaggio!

Potrete infatti sentire sezioni di percussioni dal Brasile o dall’India, flauti dall’ Irlanda, Bandoneon dal Chile, Duduk dalla Turchia, Kalimbe da Capo Verde e tanto altro ancora che porteranno la vostra immaginazione in giro per il mondo a tempo di bussola!

Il video di “Voodoo Dream” ha ottenuto il Patrocinio del Comune da parte dell’Assessore alla Cultura dell’Isola. Non male direi!

Come ho sempre tenuto a specificare durante la campagna pubblicitaria per questo singolo, Procida per me non è solo una seconda casa ma è la mia isola felice, di cui mi sento cittadino a tutti gli effetti.

Girare il mio primo videoclip da solista in questi luoghi è stata una scelta di cuore ed aver ricevuto il patrocinio onorario dall’assessorato al turismo è ragione di grande orgoglio per me.

Il merito per tutto questo devo sicuramente condividerlo con una art director di eccezionale talento, nonché carissima amica, Irene Sarlo. Grazie alla sua mano delicata ed esperta siamo riusciti ad ottenere un risultato di cui vado molto fiero e che ci sta dando moltissime soddisfazioni in Italia e nel mondo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Come dicevo ad inizio intervista, in questo periodo di forti incertezze è difficile fare programmi senza sapere quando riprenderanno le stagioni concertistiche.

Posso però dirvi che sto scrivendo un metodo di ukulele e sto lavorando con alcuni artisti pop tra cui Gaia Gozzi, quest’anno a Sanremo.

Per il resto spero di ritornare sui palchi italiano ed esteri quanto prima possibile!

Grazie mille per il tuo tempo. È stata una bella chiacchierata! Ad maiora semper!

Grazie a te Adry!

PER VEDERE IL VIDEO DI VOODOO DREAM:

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What we’ve got (Interview to Stefan Alexander)

Hi! Tell everybody who you are and what you do!

Im Stefan Alexander, a queer pop singer-songwriter based in New York City.

When and how did you discover this strong love for music?

Ive been making music since I was a little kid. I started off playing cello and piano when I was 6 years old, then picked up guitar at 12 and Ive always been a singer. Music has been a huge part of my life for as long as I can remember. My parents used to take my sister and I to folk festivals every summer. Wed see live music all day long and sleep in a tent. Those experiences were very formative for me as an artist.

Is there a precise artist from whom you take inspiration?

I have a wide variety of inspirations, everyone from Sufjan Stevens to Billie Holiday to Carole King to Kaytranada, as well as other musicians from around the world. Its really important for me to look back towards music throughout history, understanding the lineage of different sounds and styles. Ive always believed that I can learn the most about songwriting from the songs that have stood the test of time.

Is pop the only kind of music in which you feel comfortable?

I’m mainly a pop musician, but I also sometimes write folk and jazz songs. I try not to control my creative flow too much and just let it happen.

In 2016 Skeleton was released. It is one of the tracks of Thunderclap EP and your first work. What is the focus of this song? What kind of message did you want to give thanks to it?

The song is about a friendship I had that broke down in a very painful way. For the song, I rounded the friendship up to a romantic relationship and thought about how debilitating that kind of grief can be, when a person falls out of your life so suddenly.

“Photograph”, “Cry Again” and “What We’ve Got” are your last songs. Can you “perceive” some stylistic and musical differences if comparing them with your first works?

I actually wrote most of the songs on Thunderclap EP and Cry EP at the same time, but decided to release them separately. As a result, I think those songs all come from a similar place. What Weve Got is my newest song and one I wrote recently during the pandemic. Im heavily influenced by the world around me, so this time were living through has dramatically changed the topics Im writing about. Im looking forward to releasing more of the songs Im writing at the moment, hopefully in the near future.

As you have just said, during these months the whole world is living a very difficult moment. Our lives are based on instability and uncertainty. Although that, do you think of any featurings with some specific singers as your next project?

I’m trying to use this time to write as much as possible and to stay as creative as I can. I want to be ready to hit the road as soon as it’s safe to perform again, with lots of new songs to share. Currently, I’m also working with a bunch of different producers, collaborating remotely on new songs, some of which will be coming out soon.

Thank you for your willingness in taking part of my project. I really appreciate it!

Thanks for the great interview!

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Lo “scandal” di Giorgia (Intervista a Giorgia Giacometti)

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Giorgia Giacometti, cantante e cantautrice di 24 anni. Nata a Pistoia, adesso a Singapore, ho vissuto parte della mia vita a Miami, il che ha contribuito profondamente alla mia formazione musicale. Scrivo musica pop e rap in italiano, inglese e spagnolo.

Quando hai iniziato ad intraprendere questo percorso, e quando hai iniziato a studiare canto?

La musica è sempre stata parte della mia vita, anche se ho iniziato a trasformare la mia passione in una professione all’età di 18 anni, e studio canto ormai da sei anni.

Il tuo primo singolo, “All’amore”, è uscito il 26 giugno. Parla di un amore sofferto, un amore che non può essere vissuto al 100% a causa della distanza. Oggi più che mai sentiamo il bisogno di abbracciarci, di dirci “Ti voglio bene”, “Ti amo”. Che consiglio ti senti di dare per “annullare le distanze che ci separano”, come dice Alessandra Amoroso in “Sul ciglio senza far rumore”?

Purtroppo, annullare le distanze fisiche ad oggi rimane difficoltoso data la situazione, ma il vero amore e voler bene non si misurano con tale distanza. È ancora possibile stare vicini a coloro che amiamo perché il pensiero continua ad esistere e con questo annulliamo le distanze che ci separano. Capisco personalmente che le relazioni umane necessitano anche vicinanza fisica per essere complete ma se sappiamo aspettare, queste distanze saranno, e spero presto, vicinanze. Il consiglio che posso dare è quello di avere pazienza e continuare a coltivare l’amore anche se a distanza.

Il tuo secondo inedito è “Scandal”, uscito il 6 novembre. Di cosa parla? Inoltre, ti sei ispirata a qualche artista in particolare per dare al brano quella sfumatura pop-electro-rap?

Scandal parla di un amore irrealizzato. Profondamente innamorata di un qualcosa che si rivela poi esistere solamente all’interno della mia mente. Questo ha un provocato un tale shock all’interno della mia mente da chiamarlo scandalo. Non c’è stata una ispirazione su un’artista in particolare; però, pop, rap e elettronico sono i generi che più ascolto di solito.

Quali sono i tuoi progetti futuri? C’è già qualcosa che bolle in pentola?

C’è qualcosa che bolle in pentola e direi che è anche buono. Mi trovo a Singapore, dove in questo momento sto lavorando ai prossimi singoli. Restate connessi perché avrete un bel po’ da gustare!

Grazie per questa chiacchierata!

Grazie a te per quest’opportunità!

PER ASCOLTARE “ALL’AMORE”:

PER ASCOLTARE “SCANDAL”:

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Alzati dal letto e vivi! (Intervista a Francesco Savini)

“Anche se tu non ci credi, vabbè, ho detto solo ciò che penso. Siamo una giostra controvento che gira con la forza di un campari ed un prosecco”.

Questo è un pezzo di “La facoltà del tempo perso”, brano di Francesco Savini, uscito su tutte le piattaforme digitali il 27 novembre.

Ho scambiato due chiacchiere con Francesco. Abbiamo parlato della sua passione per la musica e di “Maratoneti”, uscita ad ottobre. Vi lascio alla video-intervista. Ringrazio Francesco per la sua disponibilità.

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Craving for love (Intervista a Tobia Lanaro)

“Nella vita io canto, canto, canto sempre, è la cosa che mi piace di più fare, che mi da più soddisfazioni, ciò che più mi rende felice.”.

Ognuno di noi nasce con un talento, ma chi è davvero disposto ad analizzarsi dentro, a fare un lavoro di introspezione e comprendere quale sia davvero ciò che fa vibrare le corde dell’anima, cosa smuove quella passione che fa accendere quel fuoco che arde dentro? Ma soprattutto, chi è disposto a far crescere, giorno dopo giorno, questa passione e provare a farla diventare un mestiere?

Voi potreste rispondere che solo un pazzo può fare un azzardo del genere: provare ad inseguire un sogno che potrebbe non avverarsi mai. Io semplicemente li chiamo ARTISTI, e mi piace parlare con loro perché hanno quel qualcosa in più che li distingue: il coraggio. “Il coraggio di andare”, come cantano Laura Pausini e Biagio Antonacci, ovvero il coraggio di scommettere su se stessi per provare a fare della propria vita un capolavoro, per vivere a pieno e non limitarsi a sopravvivere e restare nella propria zona di comfort, magari facendo quello che gli altri vogliono e non ciò che realmente si desidera. No, non si tratta di incoscienza, si parla “semplicemente” di avere consapevolezza di sé stessi e delle proprie capacità, e per capire questo bisogna essere disposti, come dicevo prima, a guardarsi dentro, a farsi ogni giorno domande del tipo “Chi sono io?” e “Chi voglio essere?”. Questo lavoro può essere molto doloroso, perché ci costringe a metterci a nudo, a vedere ciò che magari non vorremmo vedere, ovvero ciò che non ci piace di noi stessi. Ma io credo che non ci sia cosa più bella del conoscersi, del conoscersi davvero, non superficialmente, dell’imparare a reinventarsi, a non porre davanti a noi dei paletti che non fanno altro che ostacolare la nostra libera espressione.

Ho deciso di introdurre così la mia intervista a Tobia Lanaro perché sto capendo sempre di più che noi possiamo fare la differenza, che non tutto va sempre storto, che le cose si riaggiustano, che nella vita si sbaglia ma non per questo si è sbagliati, che non c’è niente di male nel voler inseguire un sogno, anzi, sono proprio i sogni il motore della vita. Un periodo difficile non può farci mollare la presa, perché i sogni possono essere davvero la nostra ancora di salvezza, la nostra luce che ci guida nei momenti più bui.

Detto ciò, vi lascio alla mia chiacchierata con quest’artista giovanissimo ma già così maturo e consapevole del suo immenso dono: il canto.

PER ASCOLTARE “CRAVING FOR LOVE” CLICCA QUI:

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“E fissi il vuoto sperando che diventi pieno” (intervista a Carati)

Ciao! Presentati!

Ciao! Sono Enzo, in arte Carati, un artista indie pop emergente di Modena.

Quando hai iniziato a fare musica e in che modo?

Da molto piccolo andai in fissa coi Backstreet Boys. Ho una sorella più grande che mi faceva ascoltare tutte le cose che ascoltava lei; prima il pop, poi è arrivato il rock e il metal, poi a 12 anni scopro da solo il punk e comincio a suonare la chitarra. Da lì in poi la musica ha preso maggior parte dello spazio nella mia testa, fino ad ora.

Ti sei sempre sentito a casa con le sonorità indie trap oppure avevi sperimentato altri generi musicali in precedenza?

Carati in realtà è la prima occasione che ho di sperimentare in questi generi: ho una band pop punk in cui canto dal 2014, abbiamo pubblicato tre dischi e girato l’Europa diverse volte, è un progetto ancora attivo che mi ha dato grandi soddisfazioni!

Parliamo del tuo ultimo singolo, “Pieno”. Bologna sembra essere la città riferimento in questo brano, la tua casa. In realtà, Bologna diventa la metafora di sentimenti quali la solitudine e l’ansia esistenziale della gente che vive o che visita la metropoli: “E fissi il vuoto sperando che diventi pieno, e dai, ancora come l’ultima volta, sai che sei sola dietro quella porta. E fissi il vuoto sperando che diventi pieno”.

Ho voluto raccontare una realtà che credo succeda a molte persone, che però viene meno esternata sui social. Trasferirsi da una piccola realtà di provincia a una grande città può dare una forte scarica di adrenalina in un primo momento, tanta nuova gente, feste, aperitivi, concerti, c’è sempre qualcosa da fare. Però credo che ci siano persone che possano, dopo questo primo momento di euforia, cominciare a sentire nostalgia di ciò che non vedevano l’ora di lasciarsi alle spalle, di una monotonia che prima odiavano, che però era confortante e ti faceva sentire a casa. Il tutto magari unito agli affetti lontani, gli amici di sempre, magari l’amore che non ha potuto raggiungerti. Ho citato Bologna ma avrei potuto citare Milano, Torino, qualunque città, non c’è un motivo preciso. Per di più Bologna è una delle mie città preferite.

Prima di “Pieno” hai unito cantautorato all’indie-trap-emo con “Tre Maggio”, il tuo singolo d’esordio. Dev’essere una data particolare per averla scelta come titolo del brano. 

Tre Maggio parla dell’estate come medicina, come un qualcosa che non vedi l’ora che arrivi e risolva i tuoi problemi. In questo senso, in genere l’inizio di maggio è il momento in cui cominci a sentire che sta arrivando l’estate, le prime sere dell’anno in cui esci senza felpa. In più quest’anno il Tre maggio era una domenica, quindi mi è sembrata la data perfetta per parlare di questa sensazione.

Quali sono i tuoi progetti futuri? C’è già qualcosa che bolle in pentola? Album, inediti?

Continuerò a pubblicare singoli in maniera abbastanza regolare e spero tanto di riuscire a fare qualche concerto l’estate prossima!

Grazie mille per questa chiacchierata!

Ma grazie a te. A presto!

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La parola d’ordine è fulmicotone (Intervista a Riccardo Diaferia)

“E la tua giovane età, quella che mi fa sognare (…) Ti volevo dire che sono stato uno stronzo con te, una storia che non nasce ed è stata colpa mia”. Questo è un pezzo di “Fulmicotone”, che in questo caso non è la parola d’ordine in “La leggenda di Al, John e Jack, ma l’ultimo brano di Riccardo Diaferia, in arte Riccardo Inge, uscito il 2 ottobre 2020. Qualche giorno fa ho avuto modo di chiacchierare proprio con l’autore del brano, che mi ha parlato un po’ di lui e di com’è nata la canzone. Se volete saperne di più, cliccate sul link qui sotto e ascoltate la mia intervista!

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La voce umana di Francesco (Intervista a Francesco Sacco)

Francesco Sacco

“Hai la faccia di Berlino Est quando sorge il sole, gente che passeggia e poi gente che muore”. È così che inizia “Berlino Est”, uno tra i brani dell’ultimo album di Francesco Sacco, “La voce umana”.

“L’album La voce umana è ispirato a un monologo di Jean Cocteau, anzi, è più corretto dire che è dedicato a un monologo di Jean Cocteau. (…) Io conoscevo già questo monologo, La voce umana, che (…) di fatto è un dialogo che si svolge fra questa donna di cui noi sentiamo la voce al telefono con un’altra persona, il suo amante, e stanno chiudendo la loro relazione”. Questo è un estratto della mia chiacchierata con Francesco. Se siete curiosi di conoscere meglio quest’artista ascoltate la nostra chiacchierata!

P.S.: Alla fine dell’articolo trovate il link Youtube per ascoltare “La voce umana” e, come in ogni articolo, i miei profili social e quelli di Francesco. Buon ascolto!

Ascolta “La voce umana”:

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